lunedì, 27 Maggio 2024

Sanremo 2023, un Sanremo “Made in Italy”

"La forza della gente zittisce tutte le polemiche".

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Il Sanremo venti-ventitre appena concluso, con i 13 milioni di spettatori ed uno share giunto fino al 66%, ha lasciato aperte polemiche in ogni dove. Esattamente come è nostro costume fare, la polemica è una parte sostanziale della nostra cultura. Persino la Costituzione, apertura emozionante di questa edizione dei record, è stata messa sul banco degli imputati. A dimostrazione della contaminazione perversa tra politica e spettacolo. Quella che gli viene, spesso a torto, attribuita.

Uno show, questo condotto per la quarta volta da Amadeus, che per la prima volta nella storia ha coinvolto un pubblico giovane, con dati veramente rivoluzionari per una trasmissione di spettacolo spesso considerata appannaggio di un target più elevato. E anche questo dato è stato strumentalizzato.

Da una parte si tuona dicendo che la politica interessandosi di Sanremo perde tempo, considerate le problematiche molto più serie di cui si dovrebbe occupare, dall’altra però si sprecano commenti sulla gestione sbagliata che la dirigenza Rai avrebbe avuto (da Salvini che invoca “una riflessione sulla Rai”, a Berlusconi che invece, in Sanremo, non vede più “la musica ma solo connotazioni ideologiche che dispiacciono almeno alla metà degli italiani”, fino ad arrivare a Gianmarco Mazzi, sottosegretario alla cultura che chiarisce: “Esprimeremo nuovi vertici Rai, non so quando ma verranno cambiati i dirigenti.”).

Insomma le ingerenze a posteriori da parte del governo e oltre non sono mancate, quasi a a dimostrazione della loro precedente estranietà. Secondo queste versioni, l’edizione appena conclusa avrebbe consentito la pubblicizzazione di messaggi non edificanti, definiti addirittura preoccupanti per i nostri figli (il delirio di Maddalena Morganti, il 2 Febbraio alla Camera), avallato lo show di Fedez che strappa in diretta la foto del vice-ministro, e infine concesso un ruolo troppo di parte alla nostra Carta Costituzionale (il monologo di Benigni: “La nostra Costituzione, come la Musica, è un’opera d’arte.”) che sarebbe diventato uno strumento per contraddire indirettamente il principio dell’attuale governo di modificarla.

Insomma, da qualsiasi punto di vista lo si guardi, Sanremo, dovrebbe suscitare polemiche solo quanto basta per essere dimenticate, invece si insinua sempre in qualche inopportuno dibattito politico, o meglio, viene fagocitato dalla politica che interferisce con lo spettacolo e strumentalizza un palco che di sovversivo aveva solo il costume della denuncia. Piuttosto che sollecitare riflessioni durature o essere espressione di un cambiamento sociale avvenuto e del quale si fatica ancora a parlare pubblicamente, meglio lasciar mascherare l’eventualità di una futura sovversione nel cda della Rai con una esigenza aziendale coerente con la nuova dirigenza del Paese.

La nostra Italia, di cui il piccolo schermo è notoriamente la fotografia aggiornata, non è più la stessa di 20,30,40 anni fa. Le vallette, manichino di un corpo femminile seducente, sono diventate donne, veicolo di messaggi sociali e portavoce di problemi importanti, non solo quello di genere. La musica, non appartiene più ai big, ma è oggi, la forma di comunicazione privilegiata dai giovani. La società non è più il tradizionale contenitore della confortevole e ipocrita famiglia cristiana. E infine la politica stessa (si è sempre parlato di politica a Sanremo, molto più di questa edizione) è cambiata.

E allora come pretendere che tutti questi cambiamenti non vengano colti e enfatizzati da chi per mestiere decide di fare spettacolo. Il noto e spesso discusso confronto, scontro tra realtà e reality, di cui tutti siamo più o meno spettatori. Certo è nostalgico pensare alle irriverenze di Celentano, alle disubbidienze di Grillo e addirittura ai rifiuti eccellenti di Troisi e Rino Gaetano, e ancora alle rivoluzioni di Raffaella Carrà o alle sensibilizzazioni di Baudo, era più semplice quando le divergenze avvenivano dai quei pochi eletti, deputati alla satira e alla critica pseudo accettata da tutti. Si manteneva, attraverso di loro, la certezza del palco, del messaggio da lanciare e dell’ Italia da dipingere, quella che accetta le differenze, ride del coraggio dei pochi ma poi alla fine mantiene tutto uguale a sé stessa.

Ora, le cose non stanno più così. L’Italia è cambiata. Adesso la voglia di gridare e di cantare le differenze non è solo di pochi, non appartiene solo ai ricchi, non viene dai esigui, selezionati, rappresentanti ma viene da un pubblico vasto, quello che ha fortemente bisogno di abbandonare il paternalismo e perbenismo imposto e creare un proprio libero pensiero, un pubblico molto più grande del consistente partito astensionista, espressione di una profonda esigenza del moderno Made in Italy.

Forse si, siamo ancora un paese razzista, omofobo, in parte tradizionalista e amante delle polemiche sterili, ma siamo anche il Paese che sta cercando una nuova personalità, un luogo innovativo dove giovani ragazzi e artisti acerbi mostrino senza paura la loro diversità, attraverso un canale, che avrebbe molto da insegnare alla politica, la democrazia della musica.

Allora, come ha dichiarato il Virgilio di questo Sanremo 2.0, cioè Amadeus, “La forza della gente zittisce tutte le polemiche”.

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