sabato, 18 Settembre 2021

Mephisto Ballad, i demoni dell’arte. Intervista a Gianni Maroccolo

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Mephisto Ballad è un nuovo progetto musicale che affonda le radici nel passato musicale di Gianni Maroccolo (Litfiba/CSI) ed Antonio Aiazzi (Liftiba), ma con uno sguardo all’oggi. Quel giorno in cui Marok decise di lasciare la sua carriera di cuoco ed intraprendere, per nostra fortuna, quella da musicista. Gianni Maroccolo ci racconta questo nuovo capitolo discografico.

“Un cerchio che si chiude. Un frammento che riemerge dalla Storia. Un viaggio alla ricerca del mito fondativo, nato in quella Firenze dei primissimi anni ’80 in cui si respirava la stessa aria di un’Europa travolta dall’ondata dark e new wave”

Mephisto Ballad nasce inizialmente dalla richiesta di Bruno Casini di sonorizzare un evento dedicato agli anni ’80 al Museo Marini di Firenze, poi annullato causa covid-19. Di quell’approccio, Aiazzi e Marok hanno mantenuto la prospettiva cinematica e teatrale, donando all’album quella perturbante dimensione di “colonna sonora di uno spettacolo, di fatto, inesistente”. Simbolica e precisa è dunque la scelta di coinvolgere nel disco Giancarlo Cauteruccio (registae figura di spicco della scena teatrale sperimentale con i suoi Krypton, che nel 1983 affidò la realizzazione della colonna sonora dell’Eneide ai Litfiba, diventata poi l’album culto Eneide di Krypton), ulteriorerichiamo al mito fondativo. Per Mephisto Ballad Cauteruccio, presente già nell’apertura di EFS Quarantaquattro, ha scritto e recitato versi tenebrosi ed esoterici, liberamente ispirati al Faust di Goethe: un vero e proprio coro demoniaco, contrappunto drammaturgico della materia sonora. Così come le chitarre e i synth di Flavio Ferri aggiungono quel tocco lisergico che è iper-contemporaneo ma con il cuore rivolto a quel filone dipsichedelia che dai Sixties si è propagato fino agli anni ’80.

Del capolavoro goethiano, il disco evoca lungo le altre sette tracce il tema del Doppio e della lotta fra il Bene e il Male, ben evidenti soprattutto in StrebenDie Laster e Doppelgänger. Fra bassi saturi, synth analogici, distorsioni, improvvisi cambi di movimento, loop ritmici, mellotron e mandolini (Das Ende), organini malefici,poliritmie (la title-track), frammenti di canti della Chiesa Ortodossa Bulgara, atmosfereallucinogene (Die Ballade von Mephisto)citazioni de Il settimo sigillo di Bergmane omaggi agli amati Tuxedomoon (Det sjunde inseglet) e Robert Wyatt, Antonio Aiazzi e Gianni Maroccolo ri-vivono con lo sguardo di oggi l’universo espressivo che delineava l’orizzonte di allora, quando iniziava quell’esperienza che gli avrebbe cambiato la vita. Perché Mephisto Balladriesce incredibilmente a tenere sullo stesso piano passato e presente, senza occultare tutto ciò che c’è nel mezzo, quel processo di continua trasformazione che è lo scorrere della vita.

Del resto, erano tempi cupi quelli della Mephistofesta, schiacciati fra il dilagare dell’eroina e l’incubo di un’apocalisse nucleare, con ancora poche tracce di quell’ottimismo di reazione e di quel rampantismo pop che sarebbe arrivato di lì a pochissimo. E, anche se di tutt’altra natura, tempi cupi sono questi, fatti di solitudini immerse nel nuovo medioevo digitale, di umanità smarrita di fronte alle fratture della Storia, siano esse pandemie o radicali cambiamenti economici e sociali.

A 40 anni dalla nascita di una band che ha segnato la storia della musica italiana, 39 anni dopo un evento rituale e archetipico come la Mephistofesta, esce il 26 febbraio Mephisto Ballad, il disco di Antonio Aiazzi e Gianni Maroccolo per Contempo Records/Goodfellas, pubblicato in digitale da Ala Bianca. Un faustiano “tardodiscodark” di otto traccecui partecipano anche Flavio Ferri ai synth e alle chitarre e Giancarlo Cauteruccio nelle vesti di diabolico corifeo.

Ciao Marok, come stai? Avete scritto “il cerchio si chiude”, sono 40 anni di Litfiba, 45 anni di amicizia con Antonio Aiazzi, devo ammettere,  pensando al progetto che avete tirato su,  che per certi versi tu ed Antonio avete caratteri molto simili

Si sta bene, si resiste per quanto ci è possibile, per quanto non siano bei tempi non riesco a  non pensare che il peggio stia passando verso qualcosa di non ben definito, ma non necessariamente di più brutto. Si io ed Antonio siamo molto simili, a parte che entrambe siamo del toro,  siamo simili, ma prima di tutto amici ben prima che formassimo i Litfiba,  siamo due taciturni,  stiamo lontani dai vari presenzialismi che ci sono nel campo della musica, siamo persone riservate, tranquille anche se turbolente a livello di idee, a livello creativo, a livello di mettersi in gioco e sperimentare, quindi in questo senso si abbiamo caratteri simili

A parte l’amicizia con Antonio, che io chiamo ancora “il maestro” dagli anni 80, cosa rappresenta pe te, ed ovviamente per voi Mephisto Ballad,  è un ritorno alle origini ma forse di più, con una consapevolezza diversa a livello musicale

 C’è sicuramente un ritorno alle origini relativamente unito al fatto di ritrovarsi a fare musica insieme, perché dal mio abbandono dai Litfiba, alla fine degli anni 80 non era capitato molte volte, cioè l’amicizia e la frequentazione non si era mai interrotta però fondamentalmente le occasioni per rimetterci a suonare insieme sono mancate. Io ho risentito Antonio e gli ho chiesto di partecipare a quel giro che facemmo  in memoria e in onore di Claudio Rocchi, che si chiamava “Nulla è andato perso”,  ed  abbiamo suonato insieme pezzi che non avevamo composto noi a parte qualche rivisitazione di qualche brano dei Litfiba. Poi ci siamo ritrovati nel 2013 per fare la reunion con Piero e Ghigo, per festeggiare la trilogia e così via, ma ci mancava all’appello il fatto che ci si rimettesse realmente, concretamente a fare musica insieme , si chiude il cerchio in quel senso cioè era un desiderio che entrambe avevamo e non ci siamo mai chiesti come mai non ci fosse mai venuto in mente prima di farlo. Qui è venuta fuori l’occasione di poter fare una serata, una sonorizzazione  abbastanza, come dire,  fine a se stessa, un appuntamento e via, a Firenze al Teatro Marini, dove c’era una rassegna su tutta la Firenze culturale, musicale e creativa degli anni 80 e così abbiamo pensato di rivisitare un pezzo un po’ strambo dei Litfiba che si chiama EFS 44 per l’occasione, assolutamente  improvvisandolo, quasi completamente dal vivo in questo contesto bellissimo che è il Museo del Marini, ovviamente ci ha messo lo zampino il Covid ed è saltato tutto ma noi avevamo già iniziato a lavorare alla rivisitazione del pezzo ci abbiamo preso gusto. Abbiamo detto e vabbè visto che è una vita che dobbiamo fare questo disco chiudiamolo questo cerchio, facciamolo un disco insieme, è nato così!

Prima di parlare della Mephisto Festa e di alcuni retroscena di quella notte, avete fatto un lavoro importante, una sorta di concept sul doppio, c’è l’esistenzialismo, ci sono molte citazioni colte, avete avuto un approccio a metà strada tra il cinema ed il teatro, c’è la partecipazione di Giancarlo Cauteruccio, personaggio noto, credo che lui rappresenti  un altro input storico, che recita i passi dal Faust di Goethe anche questo è un piccolo tassello in più che spiega molto l’idea del progetto, ma alla fine come ci avete lavorato, come siete arrivati a chiudere tutto il lavoro

Partendo da quella serata a cui accennavi, in cui fu fatta una performance abbastanza particolare, una via di mezzo tra il teatrale ed il grottesco per certi aspetti, però ci siamo detti restiamo in tema, dato che ci stavamo ispirando a quello e le cose stavamo venendo,  quindi ci siamo ispirati al cinema, ai libri che leggevamo in quegli anni, alle performance che abbiamo visto in teatro  che ci hanno fatto crescere, con cui si siamo formati. Ma  anche dal fatto di fare dei parallelismi in senso più pratico e concreto su quella che è da sempre la perenne e perpetua lotta tra bene e male, che non si capisce mai che tipo di confine abbia o quale sia la linea di confine che li separi e quanto ci sia in quella, che tutti ritengono per uso comune tra virgolette, la parte del male,  non ci sia invece una grande ricerca di fare del bene e non necessariamente le cose negative della vita. Ad esempio quando si parla di bene e male si parla comunque del concetto di dualismo, un concetto che un po’ sta rovinando la nostra specie umana, sul fatto di non considerarci più l’uno con l’altro per le affinità e le similitudini ma l’allontanarsi, il giudicarsi in base invece alle differenze che invece sono una ricchezza per l’evoluzione dell’essere umano. Il fatto che si riesca a convivere ed apprezzare le differenze altrui, un po’ questo, il fatto di voler far riflettere con delle suggestioni sonore ovviamente con l’aiuto degli speech di Cauteruccio,  di far riflettere in maniera sobria, in questo non c’è nessuna intenzione colta, sono delle classiche suggestioni e ispirazioni di musicisti che vanno avanti avendo un punto di riferimento abbastanza largo, però non è sicuramente un inno al satanismo o al diavolaccio e non vuole essere neppure un inno al bene anche perché il bene spesso cela cose ancora più spregevoli rispetto a quello che tutti definiscono “Il male”

Parlando del fascino che può avere “il male” o un demone, che per molti può avere una accezione negativa ma per certi versi può anche essere molto stimolante, tu che sei sempre stato un musicista, un artista musicalmente inquieto, che rapporto hai con questo concetto, qual è la tua proiezione più profonda in tal senso

Un demone mi permette di vivere più intensamente il breve passaggio sulla vita terrena, dentro di me vive questa specie di demonietto che è insaziabile, curioso e costantemente desideroso di sperimentare, di incontrarsi con altre forme musicali, forme di espressione artistica, sono sempre rifuggito, forse mi sono anche fatto un po’ male in alcuni momenti, nel vivere eccessivamente il presente dal beatificarmi delle piccole  gioie, delle piccole soddisfazioni o dei piccoli successi che mi ha dato la musica, non sono mai riuscito a sedermi e dire ora posso anche provare a vivere di rendita, in senso pratico e in senso creativo, c’è questa cosa che arde dentro me costantemente che per me in qualche modo è salvifico, che comunque sia mi mantiene vivo in un periodo dove anche volendo avrei già pensato, come  avrei potuto in passato, dire, vabbè quello che dovevo dire l’ho detto probabilmente, quindi avanti gli altri o avanti il prossimo, non è più il mio turno, non è più il mio momento, invece questo demone continua costantemente a farmi ardere e spingermi a mettere in piedi progetti e sperimentare, mi ero detto un pò di tempo fa di non ritornare in assoluto al passato, di evitare di non prediligere le collaborazioni o incontri con ex compagni di viaggio etc, ma poi mi sono detto che sono scemenze infatti ho fatto il disco con Giorgio Canali e poi questo disco con Antonio, ringrazio il cielo sia venuto fuori, o devo ringraziare il demone!

La prima volta che ci siamo visti erano gli anni 80 al Camelot di Bari credo, ci siamo rivisti sia con i CSI e tante altre volte, l’ultima per la reunion della trilogia,  insomma non  hai smesso di suonare

No non ho mai smesso e non ho smesso di produrre altri artisti, non sono mai riuscito a consentire pezzi di vita senza la musica ed evidentemente questo succede perché in qualche modo ognuno di noi, più o meno,  inconsapevolmente non si sa bene da quale sorgente non conosciuta viviamo durante questa vita un percorso che in parte è già segnato e questo me lo conferma anche il fatto, se rifletto magari è una banalità forse, ma  probabilmente posso affermare con certezza che io non ho mai desiderato fare musica per lavoro, non ho mai voluto che diventasse una professione, non l’ho mai sognato è solo capitato,  io andavo altrove, e poi la vita mi ha portato li. Io fino a Desaparecido lavoravo nei ristoranti ero un cuoco, usciva Desaparecido,  si andava in giro ma io lavoravo come se niente fosse, non credevo all’epoca che questa passione potesse trasformarsi in un mestiere (ndr e per fortuna  per tutti noi è accaduto!!) però poi ne ho preso consapevolezza e mi sono  detto che non potevo prescinderne. Io suono tutti i giorni anche se non c’è un progetto finalizzato, anche se non c’è un disco da preparare, anche se non ci sono una serie di concerti da provare, ho avuto la fortuna di far diventare questa passione  un mestiere che mi permette di vivere dignitosamente e quindi tutti i giorni faccio quello che sento il dovere di fare nei confronti della musica, ho delle macchine suono,  esisto …

Parlando del suono del disco, mi ha fatto sorridere la definizione “tardo disco dark”, come dicevi, avete sviluppato forse il lato più estremo quello sopito dei Litfiba del primo periodo, ma ascoltando il disco mi è sembrato che il suono sia senza spazio né tempo, molto etereo, fluttuante, sospeso in aria accompagnato dal vento. Il video di Flavio Verri è in linea perfetta con questo concetto. Come avete deciso gli equilibri tu ed Antonio  

Quello che dici mi fa molto piacere, mi fa piacere che tu lo abbia notato, il nostro timore,  un po’ perché siamo conosciuti di sicuro, e un po’ perché non volevamo correre il rischio che questa occasione che ci ha dato la vita di rifare una cosa insieme fosse presa come una sorta di cartolina nostalgica o come una sorta di ciò che eravamo. Ecco la nostra intenzione era quella di rimettere in moto un meccanismo creativo che è nato allora, una intesa artistica, ma non di certo di fare un disco con i suoni di quegli anni, con gli stilemi compositivi e arrangiamenti, sono passasti tanti anni, ascoltiamo tanta altra musica anche se credo si senta la matrice di entrambi e qualcosa  ovviamente dei Litfiba. Ma siamo noi due, credo però che lo sforzo sia stato a livello creativo, quello di mettersi in gioco per come siamo ora, per come concepiamo la musica ora,  come la affrontiamo,  per come l’ascoltiamo, per quello che abbiamo voglia di fare ora. La composizione è nata naturalmente, ci siamo detti non facciamo un disco ridondante con mega arrangiamenti o mega produzioni, ho detto, sarebbe bello che te Antonio suonassi, grosso modo,  quasi sempre il piano ed io oggi sono un po’ così, mi dedico al basso ed un po’ a “spappolare” con i synth analogici e lui mi ha detto che stava pensando la stessa cosa!! Antonio mi ha detto, “non vorrei accendere la tastiere in quanto tali ma suonare il pianoforte anche perché è un periodo in cui mi stanno venendo fuori delle cose, dei temi, delle melodie, delle atmosfere che spero”, mi ha detto lui, “ti piaceranno”. Poi ce le siamo scambiate, ma è normale, perché tra noi c’è questa sorta di empatia silenziosa, ci completiamo a vicenda, siamo due facce di una unica moneta non so come dirlo, quindi è venuto tutto naturale come quando si accendevano le carabattole in cantina alle 10 sera e si attaccava a suonare è stato lo stesso, incanto! Però la cosa bella è stata che il risultato rappresenta il linguaggio compositivo di ciò che siamo ora per cui non c’è nessun tentativo di fare delle canzoni nello stile di quegli anni e non abbiamo avuto neppure per un attimo la voglia di trovare una voce, un cantante ma ci è piaciuta l’idea di fare una piccola opera moderna atemporale per lo meno, dove l’unica fonte narrativa fosse il suono,  la musica e  questi speech diabolici di Cauteruccio

Ho pensato che l’opera sia quasi come un ponte sonoro e di contenuti tra passato e presente, avendo vissuto e  lo viviamo tutt’oggi un periodo molto particolare, dove ci siamo isolati, dove l’isolamento ha cambiato il nostro modo di vivere e vedere le cose, rivalutare i rapporti umani, la vita sul web che definisci “medioevo digitale”, nella musica del disco ci ho visto un po’ il commento sonoro di quello che stiamo vivendo oggi

Un po’ se si vuole infatti lo è, noi crediamo,  speriamo di averlo affrontato a livello musicale in maniera sobria, non eccessivamente pesante musicalmente parlando,  e se vogliamo una sorta di fotografia di un periodo in cui i colori non sono molto  definiti, si sta nel mezzo tra un vecchissimo bianco nero e un qualcosa di vagamente sbiadito e colorato che non si va bene a definire. Credo che rappresenti un momento di mutazione che prescinde secondo me dal Covid, la nostra specie, la nostra società sta in mezzo ad una mutazione che sta già da una quindicina di anni, dove stiamo andando di preciso non è chiaro, comunque sia,  non era nemmeno lecito essere condizionati più di tanto dal contingente, dalla pandemia, dai problemi, dalle contraddizioni che sta portando, ma dal fatto di soffermarci, di concentrarci sul fatto di rendere consapevoli, noi lo siamo, magari anche chi ascolta, del fatto che siamo dentro una mutazione e questo deve farci paura ma fondamentalmente non ci deve bloccare non deve assolutamente limitare il potenziale individuale umano. Deve comunque sia farci affrontare questo presente in maniera attiva, non subirlo non mollare il colpo, ma agevolare questo cambiamento per quanto si possa portare dietro delle cose negative, perché siamo certi che comunque andremo verso un altro e non conosciuto futuro ma non che sarà necessariamente peggio di prima e fondamentalmente,  la cosa in cui crediamo tanto entrambi è il fatto che questo cambiamento non ci consentirà di tornare indietro,  io aggiungo per fortuna ma ad ogni cambiamento epocale nella storia degli essere umani non si è mai tornati indietro, si è ripartiti,  da quel punto in poi non è possibile tornare indietro. In qualche modo si cerca di recuperare il fatto che comunque fra individui ci debba essere comunicazione,  cooperazione, il fatto di non isolarci ma di sentirsi comunque parti comuni di un grande progetto più grande di noi, magari che non riusciamo a comprendere  fino in fondo, di evitare la tristezza, la malinconia di pensare di stare perdendo qualcosa o qualcuno, abbiamo perso tutti qualcuno in questo periodo ma questa è una cosa che fa parte della vita non è soltanto legata al Covid o alle pandemie, è normale io vivo da sempre una vita dove non mi sono mai  posto il problema di cosa potrei perdere, sono dell’idea che vada sempre vissuto il presente e che la cosa più bella della vita, anche se spaventosa per molti di noi, sia quella di abbandonare più volte il possibile, il noto per l’ignoto come diceva Claudio Rocchi

Volevo chiudere questa nostra chiacchierata con una nota simpatica, una curiosità, ma nella Mephisto Festa che decantano un po’ tutti, quando è arrivata questa fantomatica bara sul palco, voi ne eravate a conoscenza? Sapevate cosa stava per accadere? Ghigo mi ha detto che non era chiaro quello che stava succedendo, eravate preparati?

No non lo sapevamo, cioè non si sapeva bene cosa aveva in mente Piero, come si sarebbe sviluppata la serata, perché all’epoca facevamo diverse performance estemporanee,  c’era un bella atmosfera  a Firenze che non si limitava solo al discorso delle cantine piene di musicisti, dei gruppi e dei locali alle radio che nascevano,  ma c’era questa voglia un po’ adolescenziale se vogliamo, a volte anche priva di contenuti seri se si vuole, ma c’era questa abitudine, c’erano tre quattro case di privati o un piccolo circolo culturale o di arti contemporanee dove comunque si poteva performare  in maniera assolutamente libera. Per fortuna fummo instradati dalla esperienza di Eneide con Cauteruccio che ci aprì a quel mondo, in qualche modo al multimediale, al miscuglio di linguaggi creativi, però poi ci si prese gusto e a noi capitava di fare delle performance preparate un paio di ore prima o improvvisate e questa era una di quelle. Quella della Mephisto Festa decisa con Bruno Casini pochi giorni prima in quel carnevale dell’82, sapevamo che Piero stava facendo una bara, tra l’altro l’ha costruita a casa di Antonio, non sapevamo cosa sarebbe successo, lui disse di suonare che poi degli amici lo avrebbero portato nella bara al teatro e  poi sul palco,  facciamo delle cose ed improvvisiamo e di sotto ci va questa composizione fatta ad hoc per l’epoca che era abbastanza terrifica cioè l’ EFS 44. Dopo una mezz’ora che parte il concerto durante il quale facemmo dei pezzi come “men in suicide” o cose abbastanza più oscure che avevamo all’epoca, quella fu la performance. Comunque non avevamo provato nulla quindi fu una sorpresa anche per noi vedere sul palco in mezzo ai fumi e alla gente, con quella musica diabolica, vedere arrivare questa bara in mezzo ad un processione lentissima e poi venire fuori, una volta messa sul palco, un Piero schizzato! È  stato molto bello e divertente,  suggestiva ma anche un po’ grottesca, avevamo 20 anni. Il fatto di ricordare quella performance da parte mia e di Antonio è stato un modo di festeggiare anche i 40 anni dei Litfiba e della nostra musica anche se io ne ho fatto parte per 13 anni, Antonio poco più,  però in un momento dove si tende a festeggiare e ricordare dei bei momenti tra musicisti è il nostro piccolo omaggio agli anni condivisi insieme ci è sembrato carino festeggiarlo così

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