Il tutto nasce dall’abitudine dei locali del Regno Unito di acquistare decoder e schede di pay tv di altri paesi europei, offerti a costi e a condizioni più vantaggiose rispetto a quelle proposte da colossi quali ad esempio Sky, che peraltro detiene i diritti di ritrasmissione in Gran Bretagna.

Si apre dunque l’era del tutti contro tutti per le emittenti europee che trasmettano partite di calcio delle Leghe del Vecchio Continente. La vendita su base territoriale dei diritti di trasmissione anche in vista di un supplemento versato dalle piattaforme non potrà essere permessa perché “può condurre a differenze di prezzo artificiose tra i mercati nazionali compartimentali” e quindi danneggiare il principio del libero mercato sul quale si fonda l’Unione Europea.

La portata della decisione della CGE ha del rivoluzionario perché coinvolge tutti i 27 Paesi della Comunità. Aveva ben ragione, dal suo punto di vista, la FA Premier League a cercare di tarpare le ali a Karen Murphy & Co., intentando contro di loro due cause civili e penali, sia contro la donna proprietaria del pub di Portsmouth, sia contro i locali che trasmettevano le gare usufruendo di schede di Paesi esteri.

Unico limite alla totale libertà affermata dalla Corte di Giustizia dell’ Ue sarà la tutela del diritto di autore sul logo e sugli elementi che contraddistinguono le varie Leghe. Le sequenze di apertura e chiusura dei match nonché i vari inni non potranno essere trasmessi in bar, locali ed in qualsiasi esercizio non privato perché in questo caso si tratterebbe di una comunicazione al pubblico ed “ai sensi della direttiva sul diritto d’autore è necessaria l’autorizzazione dell’autore delle opere stesse”.

L’impatto epocale della decisone dovrebbe avere gli stessi effetti dirompenti che la sentenza Bosman del 1995 ebbe riguardo al trasferimento dei calciatori. La Corte di Giustizia delle Comunità Europee stabilì infatti che un tesserato di una squadra europea al termine del proprio contratto potesse stipularne uno nuovo con qualsiasi club appartenente ad un’altra federazione calcistica europea e che fosse legittimato a firmare un pre-contratto anche sei mesi prima della conclusione del suo attuale legame.

La sentenza Bosman, che sancì la contrarietà del precedente sistema alla libera circolazione dei lavoratori e all’articolo 39 del Trattato di Roma, prese il nome del calciatore belga Jean-Marc Bosman, che al termine della sua avventura nella massima serie del suo paese, voleva soltanto trasferirsi al Dunkerque in Francia. La Corte di Giustizia nella sua decisione riunì tre cause intentate contro il giocatore dalla Federazione calcistica del Belgio, dal Royàl Football Club de Liège e dall’Uefa.

Angelo Fischetti

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here