E’ stato più semplice del previsto, tanto da non aver bisogno di chiamare questo pezzo “Intervista impossibile”. Incontrare Antonio Gramsci è abbastanza agevole se ci si prepara adeguatamente e se, soprattutto credo, non si pensa a lui solo come a un capopopolo armato di bandiera rossa.

Un comunista, certamente: anzi il fondatore del Partito Comunista d’Italia, nato, come si ricorderà, per scissione dal Partito Socialista 21 gennaio 1921, sezione italiana della III Internazionale.  C’era già puzza di fascismo nell’aria e, infatti, Gramsci diventò quasi subito uno di quelli da neutralizzare. Certo, gli andò meglio che a Giacomo Matteotti, ma per lui fu galera e anche dura.

L’Unità è una delle sue creature, la più celebre, non sappiamo se la più amata. Oggi a noi sembra sia ridotta a un brutto bollettino della Parrocchia di Don Matteo Renzi, un prete pre-conciliare che a confronto di Papa Francesco, pare venir dritto dritto dalla Controriforma. Ma è solo una nostra opinione.

Antonio Gramsci ci aspetta all’ombra amica del suo bel cimitero, a Roma. Ma non si fa trovare nei pressi dell’urna che ospita le sue Ceneri. E’ seduto su una delle tombe nei paraggi, una piccola ma ordinata pila di libri che sembrano essergli coevi ai piedi, un gatto bianco e nero accucciato accanto a lui: che sta piegato a scrivere minuziosamente su un quaderno, gli occhialini infilati sul naso.

Gli abbiamo portato qualche copia dell’Unità, e avvicinandoci tossicchiamo discretamente per annunciarci e non farlo spaventare per la nostra improvvisa apparizione.

« Il giornale non dovrà avere alcuna indicazione di partito. Dovrà essere un giornale di sinistra. Io propongo come titolo l’Unità puro e semplice che sarà un significato per gli operai e avrà un significato più generale » esordisce senza neppure alzare gli occhi dal quaderno. Se le ricorda ancora quelle parole del 12 Settembre del 1923.

Gli chiediamo sistemandoci a poca distanza da lui se ha potuto dare un’occhiata a quello che è diventato oggi il giornale, dopo 91 anni dal suo esordio.

Sì, naturalmente” ci risponde mentre richiude il quaderno con la matita lasciata a segnare un punto. “Non capisco tutto quel colore nella testata, non capisco il formato, ma è sicuramente colpa mia” aggiunge guardandoci travalicando gli occhialini.

Gli ricordiamo che qualcuno sta chiedendo che venga tolta la dicitura “giornale fondato da Antonio Gramsci”, quasi a voler nettamente separare quell’Unità da questa, e gliene porgiamo qualche copia dei giorni scorsi.

La Storia è Storia” risponde limitandosi a guardare i fogli che abbiamo in mano senza accennare a prenderli. “Noi abbiamo voluto un giornale di sinistra che parlasse ai lavoratori e non solo. Oggi non ci sono solo gli operai ad essere sfruttati, e il lavoro è qualcosa di molto più complesso e complicato dalla pura manualità o dall’esclusivo sforzo fisico che si compie in una fabbrica o in un campo. Il guaio è che si è evoluto anche il capitalismo: si è come smaterializzato, separandosi dai capitalisti. Ho paura che molta sinistra europea non l’abbia capito, questo. E temo anche che la stessa sinistra abbia smarrito il senso di necessità della propria esistenza” scuote lievemente la testa riccioluta “e non è un problema solo italiano“.

Gli chiediamo che senso abbia far uscire un giornale così profondamente diverso dalla sua matrice, originaria, divergente e delirante anche rispetto alle ultimissime edizioni edulcorate dirette da Veltroni o da Concita Di Gregorio.

“Lei dice che forse era meglio lasciar perdere? In effetti a leggere certi editoriali o anche certi pezzi di approfondimento sembra di essere di fronte a un tentativo mal riuscito di un’editoria filo-governativa e compiacente. Ho avuto modo di seguire certa stampa di destra durante il ventennio berlusconiano, non arrivavano a tanto, a dire il vero” e a questo punto allunga una mano per prendere le copie che abbiamo portato con noi e ci affrettiamo a porgergliele.

Lo lasciamo guardare ora questo ora quel numero mentre il gatto bianco e nero si aggira curioso fra le copie che vanno ad accumularsi piegate sulla pietra tombale man mano che Gramsci le sfoglia.

“Siamo stati sempre un partito di lotta e abbiamo fatto tutto il fascismo in clandestinità. Poi, alla liberazione, abbiamo dato il nostro contributo per la Costituzione e siamo stati all’opposizione per decenni” considera “non saprei cosa saremmo stati, che giornale avremmo prodotto se avessimo governato insieme alla DC o contro la DC. Ma questo qui” dice prendendo una copia a due mani e mostrandomela “è un bollettino filo governativo di bassissimo spessore culturale e di risibile valenza giornalistica. Mi chiedo a chi o a cosa serva davvero, specie in un epoca in cui si legge pochissimo, male e in grande fretta“.

Sarà perchè l’editore di riferimento, il presidente del Consiglio, ha la cultura di un mediocre piazzista e il carisma di un barista assonnato che anche il giornale ha questa irrimediabile e grigia tristezza, proviamo a chiedere. E per la prima volta lo vediamo sorridere, come mai lo abbiamo colto nelle foto che conosciamo di lui. “Lei sa che odio gli indifferenti, ma mi pare che la sua sia una posizione assolutamente partigiana e non equidistante. Comunque la capisco” dice alzandosi dalla sua pietra “per questo giornale hanno scritto, Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia,  Davide Lajolo, Ada Gobetti, Cesare Pavese, Italo Calvino, Elio Vittorini, Aldo Tortorella, Paolo Spriano, Luigi Cavallo,Augusto Monti, Massimo Mila, Raimondo Luraghi, Massimo Rendina, Luigi Pintor, Rossana Rossanda, Emanuele Macaluso, Alfredo Reichlin e spessissimo lo stesso Enrico Berlinguer. Non è facile e forse neppure giusto non reagire vedendolo ridotto così“.

Antonio Gramsci si avvia verso la Piramide Cestia, seguito dal gatto. Poi si ferma e si volge verso di noi che siamo rimasti a guardare e ad ascoltare, stupiti ma non troppo e comunque grati per questo incontro. “Tenga” e ci porge il suo quaderno con la matita nel mezzo “a lei servirà molto più che a me, Ci scriva solo cose utili, mi raccomando”. Nel cimitero acattolico di Roma adesso ci sono solo pietre, alberi e il libero canto alato delle rondini.

 

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