La notizia è stata pubblicata lo scorso 24 maggio sul sito dell‘American Society for Micorbiology (ASM): dalle urine di una donna di 49 anni della Pennsylvania è stato isolato un ceppo di Escherichia Coli resistente alla colistina, “l’ultima spiaggia” degli antibiotici. Un batterio resistente, praticamente a tutti gli antibiotici.

Escherichia coli

L’E. coli è un batterio che colonizza frequentemente il tratto inferiore del nostro intestino e che generalmente non da manifestazioni della sua presenza, salvo particolari condizioni o ceppi particolarmente aggressivi. Queste condizioni comprendono: stati di immunosoppressione, debilitazione, malnutrizione, sovraffollamento abitativo, scarsa igiene e terapia antibiotica eccessiva o somministrata erroneamente. Con questi requisiti, frequentemente si manifestano infezioni da E. coli appartenenti a quatto particolari gruppi: E.coli enterotossigeno, responsabile di gravi diarree del viaggiatore (ingestione di cibi o liquidi contaminati da feci); E.coli enteroemorragico, a cui è attribuita una diarrea mucosanguinolenta e la sindrome emolitica uremica (SEU: febbre, porpora, anemia emolitica, insufficienza renale); E. coli enteropatogeno, causa frequente di diarrea dell’infanzia e E.coli enteroaggregante responsabile di una forma di diarrea acquosa del viaggiatore. Bisogna ricordare che l’E. coli è solo uno dei possibili agenti patogeni causa di malattia gastrointestinale; E. coli, inoltre, è il batterio più frequentemente coinvolto nelle infezioni del tratto urinario inferiore (cistite, uretrite), soprattutto nelle donne. Infine, questo batterio può essere causa di meningite nel neonato e setticemia nel soggetto immunodepresso.

 L’antibioticoresistenza

La colistina è un antibiotico efficace contro la maggior parte dei batteri gram negativi, come E. coli, conosciuto ormai da un decennio e praticamente abbandonato a causa della sua elevata tossicità sui reni. La colistina, tuttavia, è adoperata come antibiotico contro ceppi di batteri resistenti ai più comuni e potenti antibiotici, i cosiddetti “nightmare bacteria”, i “batteri incubo” dal nome scientifico di CRE (batteri resistenti ai carbapenemi), che uccidono il 50% di chi viene infetto.

Col passare degli anni, la lista dei batteri resistenti agli antibiotici si è ampliata: da un solo ceppo di Shigella negli anni sessanta, ai recenti E. coli, Clostridium difficile, Neisseria gonorrhoea, enterobatteri resistenti ai carbapeni, MRSA (meticilline resistant Staphylococcus aureus), Pseudomonas aeruginosa, Klebsiella pneumonia, e numerosissime altre specie.

Il problema alla base della maggiore diffusione di batteri resistenti agli antibiotici è riconducibile a due fattori strettamente interconnessi: la rapida crescita dei batteri e l’abuso nell’assunzione degli antibiotici. Come? Considerate i batteri dei primi del novecento (da poco Fleming aveva scoperto la penicillina) come degli uomini primitivi, in un mondo in cui, per sopravvivere bisognava fronteggiare nemici (altri batteri o microrganismi nel nostro caso), intemperie ed eventi naturali (ovviamente gli antibiotici). Come vuole la dura legge dell’evoluzione, solo chi si adatta, sopravvive; ci è riuscito l’uomo primitivo, ci sono riusciti i batteri. La differenza principale nell’evoluzione di queste due specie viventi così agli antipodi, risiede nei tempi necessari all’adattamento: in condizioni ottimali, i batteri possono moltiplicarsi per scissione binaria (un batterio si divide in due batteri) nel giro di una mezz’ora; in più, l’alta frequenza di errori nella duplicazione del materiale genetico (mutazioni) può dar vita a un numero di sottospecie batteriche praticamente infinito. Se, quindi, si considera quanto i batteri si riproducano velocemente, quanta elevata sia la frequenza di  mutazioni e il fatto che l’abuso di antibiotici rappresenti un fattore stimolante l’adattamento, è facile comprendere come nel giro di un ventennio, le specie di batteri farmacoresistenti siano aumentate notevolmente.

L’abuso di antibiotici

L’abuso e l’utilizzo inappropriato degli antibiotici hanno contribuito alla comparsa di batteri resistenti. Il problema è ulteriormente aggravato dalla auto-prescrizione di antibiotici da parte di individui che ne assumono senza la prescrizione di un medico qualificato, e dall’uso sistematico degli antibiotici come promotori della crescita in zootecnia; riguardo quest’ultimo fattore, bisogna ricordare che, attualmente, vi è un divieto nel territorio dell’Unione Europea dell’uso non terapeutico degli antibiotici come promotori della crescita per animali da allevamento. Gli antibiotici vengono spesso prescritti per situazioni in cui il loro uso non è giustificato (per esempio nei casi in cui le infezioni possono risolversi senza trattamento). L’uso eccessivo di antibiotici come la penicillina e l’eritromicina, che un tempo erano considerate “cure miracolose”, sono state associate con la resistenza emergenti dal 1950. L’uso terapeutico degli antibiotici negli ospedali si è visto essere associato ad un aumento di multi-batteri resistenti agli antibiotici. Forme comuni di uso improprio di antibiotici comprendono: l’uso eccessivo di antibiotici nella profilassi dei viaggiatori; in caso di prescrizione medica, la mancata presa in considerazione del peso del paziente e della storia del precedente uso di antibiotici, dal momento che entrambi i fattori possono influenzare fortemente l’efficacia di una prescrizione di cura per antibiotici; il mancato rispetto dell’intero corso prescritto di antibiotico, l’omissione nel prescrivere o nel seguire il corso del trattamento secondo precisi intervalli giornalieri (ad esempio, “ogni 8 ore” piuttosto che semplicemente “3x al giorno”), o il mancato riposo per il recupero sufficiente a consentire la liquidazione dell’organismo infettante. Tutte queste pratiche citate possono facilitare lo sviluppo delle popolazioni batteriche resistenti agli antibiotici. Un inappropriato trattamento antibiotico costituisce un’altra comune forma di abuso di antibiotici. Un esempio comune di errore è la prescrizione e l’assunzione di antibiotici per trattare le infezioni virali come il raffreddore comune, su cui, tra l’altro, non hanno alcun effetto.antiobiotici_abuso

Sarà la fine dell’antibiotico-terapia?

Il problema dei batteri farmaco-resistenti si sta diffondendo a livello globale: numerosi casi sono stati diagnosticati negli Stati Uniti, in Cina e ovviamente in Europa.

La situazione è molto seria anche in Italia che, a causa dell’abuso di antibiotici e al loro uso sbagliato, si trova al di sopra della media europea per la presenza dei «super batteri». In un terzo dei casi di infezioni ospedaliere sono coinvolti l’Escherichia coli e la Klebsiella (Gram negativi, e quest’ultima in Italia, risulta resistente agli antibiotici carbapenemici, di solito usati, almeno nel 33 per cento dei casi). Sono infezioni che hanno un tasso di mortalità che arriva al 50% e possono provocare setticemie, polmoniti,infezioni delle vie urinarie e dei tessuti molli. Il problema principale dei prossimi decenni potrebbe non essere quindi un conflitto o una catastrofe naturale, ma una vera e propria epidemia causata da batteri farmacoresistenti. Un report del servizio sanitario britannico ha annunciato che, se non cambierà velocemente qualcosa, entro il 2050 ci saranno 10 milioni di morti per infezioni da batteri resistenti agli antibiotici. Fortunatamente c’è chi non vede il futuro così nero e infetto: nuovi antibiotici sono in sperimentazione e la corsa all’adattamento tra uomo e batteri è ancora aperta. L’immunoterapia, una forma di terapia che aumenta l’efficacia del sistema immunitario potrebbe essere una valida alternativa alla cura dei “nightmare bacteria”.

 

” La prima regola degli antibiotici è cercare di non usarli, la seconda è cercare di non usarne troppi”

Paul L. Marino, The ICU Book

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