Ma cos’è il “sistema contributivo pro rata”? Nel ’95, la riforma Dini introdusse il contributivo puro, ovvero, ai fini pensionistici, veniva tenuto conto dei contributi versati mensilmente dal lavoratore. E dell’aspettativa di vita media al momento del pensionamento. Rimasero esclusi da questa misura coloro che in quella data avevano più di 18 anni di servizio, che mantennero il metodo di calcolo fino ad allora adottato, il retributivo (il 2% dello stipendio per ogni anno di servizio, quindi dopo 40 anni di servizio, si percepiva l’80% dello stipendio).

Dunque, dal prossimo anno, i versamenti di chi ricade ancora nel sistema retributivo, verranno conteggiati con quello contributivo ma, appunto, pro orata, ovvero solo i versamenti dal prossimo anno in poi, salvaguardando quanto conteggiato dalla riforma Dini a oggi. Una misura questa che non si applica a tutti, la maggior parte di chi nel ’95 aveva 18 anni di anzianità, infatti, è ormai in pensione. Fuori dal raggio d’azione anche la Casse dei professionisti, autonome per legge. La manovra, quindi, porterà alle casse dello Stato solo poche centinaia di milioni.

Una riforma all’insegna, più che altro del principio di equità, dunque. Attualmente il Governo è al confronto coi sindacati e le parti sociali, anche per stabilire alcune soglie come quella dei 40 anni della “fascia flessibile”.  Al vaglio, tuttavia, ci sono altre misure, come l’introduzione del reddito minimo garantito (in Europa, Italia e Ungheria sono rimasti gli unici due Paesi a non prevederlo) e miglioramenti al mercato del lavoro, per garantire maggiori possibilità ai precari.

Pasquale Amoruso

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