mario salis

É sempre complesso capire, specialmente quando si parla delle scelte di un artista italiano, se emigrare, se andar via dalla propria terra, se farsi carico di un viaggio senza ritorno, sia una scelta di vita, un’opportunità o un rendersi consapevoli che il proprio paese ignora volutamente l’arte e chi se ne fa fautore.

Cercare formazione e libertà di espressione altrove diventa, quindi, un dovere, un gesto di ribellione, un dito medio alzato. Nel caso di Mario Salis non so cos’è stato e a distanza di trent’anni lui stesso ci direbbe che forse fu per un senso di libertà, fu la voglia di sfuggire all’Italia obnubilata dal miracolo economico degli anni ’80 o semplicemente l’esigenza di esprimersi libero da convenzioni e da regole.

Mario Salis scrive canzoni da sempre. Lui e la sua chitarra. Dalla fine degli anni ’70 quando, su una panchina di Piazza Navona, tra le gonne larghe a fiori e i capelli lunghi che lo circondavano, scrive e canta:

“E le finestre di Piazza Navona/le ho viste sempre soffocate/dai mendicanti, dai cantanti pazzi./Ed incontri anche chi,/girovago da anni/ti racconta la sua vita/e ti riempie di gioia o di rabbia”

E quando gli artisti di strada in Italia iniziano ad essere scacciati e picchiati dalle forze dell’ordine, come se la storia dei mercanti del tempio si fosse rovesciata al contrario, lui decide di andarsene in Francia, nella terra dei menestrelli e lì si laurea in Etnomusicologia e continua a raccontare la vita degli ultimi, dei diseredati apparenti.

Ho conosciuto Mario Salis a Roma, negli anni ’90. Io giovane studente, chitarrista e cantante distratto dalla voglia di scrivere poesie e lui musicista di strada che veniva a trovare altri musicisti di strada, la generazione dopo di lui, quella cresciuto dopo il ripiego su sé stessa di quella degli anni ’80. La generazione delle Pantere, che era lì a tentare di farcela e di sbarcare il lunario. E’ minuto Mario, piccolo, ma trasmette la forza della consapevolezza, della poesia, dell’essere unito al cielo da un filo sottile, quello della scrittura appunto.

Di quell’occhio che vede le cose come se non ci fossero maschere o occhiali da sole a coprire l’anima degli oggetti e delle persone. Perché per Mario, come per Saramago, le parole hanno un’anima, gli oggetti sono vita e hanno vita comune a chi li possiede, osmoticamente, come se uomo e ambiente fossero legati, in una doppia faccia della stessa moneta.

“Au revoir alle grandi spiagge /con gli ombrelloni un po’ sbiaditi/che dopo un’estate al sole/sono già vecchi e rammolliti./Au revoir ai grandi tuffi/fatti nel vuoto per un amore/che quando sei giù nel fondo/anche la sabbia ti può far male”

E come tutti gli occhi diversi, quelli di Salis vedono e descrivono in “Profughi di stelle” quello che succederà dopo qualche anno nel Mediterraneo.

“Le onde diventano mostri

e l’acqua ci strappa le vesti

abbracciati alla nostra speranza,

nel cuore ferita profonda.

Tempeste come bestie feroci ci sbattono.

mentre grida di voci,

nessuno osa pensare cosa potrebbe arrivare.”

Ma Mario non è solo uno chansonier. E’ uno che pensa che chi fa arte, chi fa cultura deve anche creare le opportunità per farla. E nel 2004 crea a Metz il festival dei poeti “Teranova”. E’ un festival singolare quello creato da Mario. Sono chiamati a Metz musicisti, performer, artisti di strada che per una settimana girano ovunque per la città. Nelle biblioteche, per strada, nelle scuole, negli ospedali, portando improvvisamente gioia, colore e poesia.

Forse Mario ha fatto bene ad emigrare. Forse niente di quello che ha fatto e ha scritto sarebbe stato possibile farlo e scriverlo in Italia.

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