Apre la cassetta della posta e trova una busta color arancio. E’ la storia di Patrizia Baiocchi, 51enne di Fermo nelle Marche, educatore per portatori di handicap fisico e psichico. Il suo è un impegno lavorativo che porta avanti da ben 20 anni. Ci scrive una nota in cui riporta la sua lettera di risposta a quel mittente sconosciuto, seppur noto ai più, che tanto ha destato malumori, preoccupazioni e percezione di ingiustizia. La riportiamo integralmente consapevoli dell’impossibilità di riuscire a trasmettere come vorremmo la veemenza con la quale è stata partorita.

“Ricevo lettera da Tito Boeri, in busta arancione un po’ minacciosa. In effetti la lettera per me, pur firmata, è anonima. Io non lo conosco. Mi scrive perché pare abbiano calcolato la mia ipotetica pensione. IPOTETICA scritto a lettere cubitali. (metti che arriva un’altra Fornero, penso…) Guardo la cifra. Ipotetica. Potrei realmente vomitare. 2038 data di eventuale emissione. Sa perché gentilissimo Tito che non conosco? Perché nel 2038 avrò 67 anni. Perché faccio un lavoro riconosciuto usurante, mi faccio il cosiddetto mazzo tutti i giorni, gestisco situazioni più usuranti del mio stesso lavoro, e ce la faccio anche discretamente ma non a 67 anni. A 67 anni mi spetterebbe più o meno la metà di ciò che guadagno ora. Se non ci dovessi arrivare per sopraggiunta dipartita sarebbe giusto che la mia contribuzione non modestissima se la prenda qualcuno. Qualcuno dei miei cari, intendo. E comunque, mettiamo pure che i miei, per nulla volontari contributi, li prenda qualcuno che non conosco e che non è della famiglia, non le sembra che in un paese civile a 67 anni si debba stare a RIPOSO già da tempo? A far la calzetta, a leggere un libro, a passeggiare al mare o in montagna, sulla panchina di un parco a fare nulla. NULLA. Perché a quel tempo avrò già fatto e molto. Non mi interessa sapere quanta pensione avrà lei e quando. Non ci casco più nel confronto impari ed inutile e nel chiacchiericcio insulso di un popolo che si piglia e forse, merita, ciò che ha. Io penso a me. Alla reversibilità della mia misera e miseranda ipotetica pensione perché non debba andare solo ad un coniuge ( che peraltro non ho e non avrò) ma magari semplicemente ad un parente che mi avrà amorevolmente assistito e voluto bene e magari lo stesso avrà pure qualche difficoltà economica cui sopperire. Ultima istanza: se il costo della vita continuerà, come credo, ad aumentare, mi spiega lei cosa potrei fare con l”Ipotetica’ cifra scritta sul foglio arancione minaccioso quanto quello verde di una multa? Ipotizzo anche io, va. LA FAME REALE. QUELLA. Non andrò per cassonetti. So far di meglio. E se ritenete che a 67 anni possa occuparmi ancora degli altri, bene ed in maniera energica, allora posso assolutamente far di meglio che accattonaggio. Cordiali saluti al Paese Moribondo ed Incurabile e ad i suoi anonimi rappresentanti”.

A questo punto sorge spontaneo chiedersi a cosa si debba tanta solerzia nell’invio di informativa di ipotetica previsione pensionistica di una contribuente. In un momento come questo in cui a farla da padrona è la campagna elettorale, tengono banco promesse e dichiarazioni di cambiamenti radicali, anche in campo pensionistico.

Non ultime quelle di Berlusconi che sulla legge Fornero promette: “Non mi appassiono alle parole azzerare, correggere. È un problema di tecnica legislativa che poi toccherà ai giuristi, a me interessa il risultato: eliminare le ingiustizie senza mettere in pericolo i conti. Non esiste una formula magica sulle pensioni, come sappiamo tutti. Sappiamo anche che occorre valutare con saggezza da un lato l’aumento della prospettiva di vita che implica che l’età per la pensione non sia più fissata a quella di un tempo per tutti, e dall’altro che alcuni lavori troppo faticosi per essere svolti a 67 anni. La legge Fornero ha cercato di affrontare questi problemi ma lo ha fatto in modo frettoloso, creando ingiustizie. Dunque una legge da azzerare, come dice qualcuno, o superare, come diciamo noi, nel senso di rimediare alle ingiustizie ma senza mettere in pericolo la sostenibilità economica del sistema pensionistico”.

La realtà è che esiste un disagio senza voce, qualcosa che la lettera di Patrizia grida, l’ingiustizia di alcune situazioni che spesso per cultura, rassegnazione, incapacità e paura non si ha il coraggio di far emergere, ma forse anche un accomodante silenzio.

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