Con il viaggio apostolico in Corea del Sud e la conversazione intrattenuta con i giornalisti durante il viaggio di ritorno a Roma, Papa Francesco ha davvero scritto in questi giorni alcune pagine di storia. Per chi crede, le parole del Papa richiamano la fede in Dio e il potere della preghiera, ma il discorso di Bergoglio riguarda anche chi guarda alle cose del mondo da non credente, non solo perché il Papa è pur sempre un Capo di Stato, ma anche e soprattutto per l’autorità morale che impersona.

D’altronde, è lo stesso discorso papale che si muove tra trascendente e immanente: se, da un lato, il tempo per un’organizzazione secolare come la Chiesa non può scandirsi come quello di ciascuno Stato, è innegabile che il viaggio in Corea del Sud rappresenti d’altra parte il tentativo della Santa Sede di completare in chiave diplomatica il processo di uscita dalla fase storica pre-1989, che in Asia non ha raggiunto i traguardi resi possibili in Europa Orientale. In questa chiave, hanno avuto rilievo gli scambi di cortesie tra il Papa e il Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping, destinatario dei messaggi inviati da Bergoglio durante il sorvolo della Cina, che nel 1989 fu negato al suo predecessore Wojtyla. Un gruppo di sessanta giovani cinesi ha ufficialmente partecipato alla Giornata della Gioventù asiatica, ma più numerosi (240) sono stati i ragazzi che hanno dribblato la burocrazia statale recandosi in Corea del Sud con viaggi organizzati singolarmente. Durante l’incontro con i Vescovi riuniti nel Santuardio di Hemi il Papa ha insistito molto sull’atteggiamento non ostile da tenere nei confronti di quegli Stati, tutte Repubbliche popolari, con cui tuttora la Santa Sede non intrattiene normali relazioni: Cina, Corea del Nord, Vietnam e Laos. Il messaggio rivolto alla nazione coreana perché percorra la via della riunificazione è caduto in una complessa fase storica: proprio mentre Bergoglio raggiungeva la Corea del Sud, il regime del Nord operava test missilistici nel mare del Giappone ed è bene ricordare, anche rispetto alle dichiarazioni rese dal Papa sui conflitti in corso, che furono proprio le mire sull’importante industria giapponese da parte del blocco Sovietico a fare della Corea un terreno strategico per la Guerra Fredda negli anni ’50 del secolo scorso. Il viaggio di ritorno del Papa si è svolto invece durante lo svolgimento di esercitazioni militari congiunte Corea del Sud – USA, che hanno determinato a loro volta minacce da Pyongyang.

E’ significativo che Papa Francesco abbia voluto parlare espressamente di Terza Guerra Mondiale, combattuta a pezzi, proprio di ritorno dalla Corea, se si pensa che per alcuni studiosi la stessa Guerra di Corea, combattuta da forze ONU composte da contingenti degli Stati Uniti e del Commonwealth contro forze cinesi solo formalmente presentate quali volontarie e col sostegno dell’aviazione sovietica, può considerarsi un conflitto mondiale. La diplomazia della Santa Sede, in maniera più velata, ma non meno importante, esprime timori di questa stessa natura ormai da mesi e gli stessi hanno motivato l’attività diplomatica svolta rispetto ai conflitti in Siria e in Ucraina, scenari che hanno registrato l’acuirsi delle tensione USA – Russia. A ciò va legato il ragionamento sull’Iraq, perché è proprio in Siria che si è rafforzato il soggetto jihadista noto come ISIS, capace poi di dilagare nel nord dell’Iraq stesso e di porre l’Occidente tutto di fronte a riflessioni sul mancato o insufficiente sostegno alle forze ribelli siriane non jihadiste (si leggano, in questa chiave, le discussioni generate in USA dall’intervista di Hillary Clinton a “The Atlantic”) e soprattutto di fronte alla complessa scelta di un intervento diretto e della fornitura di armi ai Curdi. Il Papa ha riconosciuto il diritto della Comunità Internazionale a fermare l’aggressore ingiusto, fatto rilevante proprio in riferimento ai precedenti storici cui si fa richiamo (Germania e Giappone nel caso della Seconda Guerra Mondiale), ma ha messo in guardia dall’uso della forza militare e da mire che un tempo sarebbero state definite imperialistiche. E tuttavia, è un dato di fatto incontrovertibile che senza l’incisiva azione dell’aeronautica USA e la fornitura di armamenti ai Curdi da parte americana e, in maniera crescente, europea, oggi un soggetto jihadista indisponibile ad alcuna conversazione di pace controllerebbe più risorse strategiche (acqua, petrolio e materie prime) capaci di accrescerne esponenzialmente il potenziale di offesa. Ecco lo scontro tra principi e dati di fatto nel quale deve muoversi la politica, se è vero che l’ONU è il soggetto deputato alla risoluzione delle crisi internazionali, ma che esso stesso versa da anni in uno stato di crisi cui le varie proposte di riforma non hanno saputo offrire risposta.

Sullo stesso piano si colloca la vicenda israelo-palestinese, tornata incandescente proprio dopo la storica giornata di preghiera celebrata in Vaticano l’8 giugno scorso. Raccontando le ragioni che hanno suggerito di fare di Roma il luogo di un incontro di preghiera richiesto dai Presidenti Peres e Abu Mazen, per i quali il costo politico di una visita svolta dall’uno all’altro sarebbe stato insostenibile, il Pontefice ha segnalato il punto: se il desiderio di pace può essere il collettore delle speranze della regione, i problemi politici che ostacolano la pace stessa sono straordinariamente complessi. Oggettivamente, è possibile da parte degli Stati Uniti e dell’Unione Europea chiedere ad Israele di operare una graduale rimozione del blocco che esso impone alla Striscia di Gaza, tale da alleviarne lo stato di sofferenza e da rendere possibile uno sviluppo economico della regione, solo a partire da un’eliminazione della minaccia armata cui Hamas sottopone lo Stato ebraico. Anche qui occorre comprendere se e come l’ONU possa svolgere un ruolo, anche eventualmente con una forza sotto la propria egida da porre a garanzia della cessazione delle ostilità, cosicché si rideterminino le condizioni per un negoziato sulle questioni politiche di fondo (due Stati, rifugiati, insediamenti, Gerusalemme) che caratterizzano il conflitto. Senza una garanzia fattiva della sicurezza di Israele, da realizzare efficacemente a scapito di Hamas, il processo politico di pace in Medio Oriente non può ripartire.

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