Jean Claude Juncker lancia un appello da Strasburgo nel suo primo discorso sullo Stato dell’Unione, a proposito dell’emergenza migranti. Lo fa davanti ai Commissari lì riuniti, provenienti dai Paesi membri dell’Ue, dopo che il collegio, questa mattina, aveva deciso di adottare il piano da lui proposto negli scorsi giorni. Un appello chiaro, urgente, che non lascia spazio ad altre interpretazioni: ″Bisogna agire con immediatezza″ e bisogna farlo insieme. La Ue e tutte le sue istituzioni ″non devono farsi spaventare dai numeri impressionanti e devono accogliere le persone in fuga dall’Isis su territorio europeo″. Non c’è più tempo da perdere, è forse l’ultima occasione di riscatto per un’Unione Europea sempre meno unita e sempre meno europea.

Fondamentale, per la buona riuscita del piano Juncker, è che i diversi Stati membri accettino il ricollocamento di 160 mila profughi, senza troppe futili polemiche. Per una redistribuzione che dovrebbe presto diventare permanente, cosicchè ″in futuro eventuali situazioni di crisi potrebbero essere affrontate più agevolmente″. Nobili intenzioni, parole che lasciano spazio alla speranza. Ma che rischiano di rimanere tali, davanti alla netta opposizione di alcuni membri. Già, perchè se da Budapest non abbattono i muri anti-migranti e, anzi, rilanciano, diffondendo la notizia che ″il contatto con gli immigrati e con le cose da loro toccate potrebbe creare contagio di ogni tipo″, nel resto dell’Europa la situazione non è molto migliore. Come prevedibile infatti, dalla Danimarca e dalla Gran Bretagna arrivano i netti rifiuti al meccanismo di ripartizione obbligatoria; in particolar modo, la Danimarca sceglie di muoversi in anticipo, lanciando un messaggio a pagamento sui principali giornali libanesi: ″Abbiamo dimezzato gli aiuti a profughi e immigrati, non venite nel nostro territorio″. Roba da pazzi, roba da Europa.

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