E’ stato necessario che migliaia di profughi  provenienti dalla Siria giacessero nel piazzale adiacente alla più importante stazione ferroviaria di una capitale europea, Budapest, perché nelle opinioni pubbliche dei Paesi del nostro Continente la loro stessa identità di esseri umani prevalesse rispetto a un racconto cinico e impersonale di flussi, cifre e mezzi.

Eppure quelle persone sono giunte in Ungheria attraversando altri luoghi fisici, in condizioni di certo non meno disagevoli, osservate da pochi di noi. Se il turbamento diffuso di coscienze va oggi inteso come un segnale di speranza per l’Europa, perché di certo si pone in coerenza con il miglior lascito della nostra secolare tradizione di umanità, l’impreparazione delle nostre opinioni pubbliche rispetto al grande tema dell’interdipendenza e il preoccupante calo della tensione morale, registrati in questo frangente, sono problemi che generano conseguenze non desiderabili.

Basta osservare la cronaca di questi giorni: l’Ungheria si sottrae persino ai più elementari doveri di assistenza umanitaria, ostentando una politica respingente fino al punto di negare indumenti puliti, pasti, servizi igienici e posti letto a gente trattenuta contro la propria volontà sul suolo patrio; di contro l’Austria tiene aperte le frontiere e si prepara a gestire l’accoglienza e il transito verso la Germania, che a sua volta impegna 6 miliardi di euro per la programmazione e la messa a punto di un sistema di accoglienza capace di assorbire 500.000 arrivi l’anno. Più a nord, la Danimarca interrompe e poi ripristina le vie di comunicazione col vicino tedesco, così da impedire il transito dei migranti diretti in Svezia. Insomma, in assenza di una politica migratoria dell’Unione, che definisca le necessità di breve periodo (accoglienza dei rifugiati, loro distribuzione sul territorio continentale, trattamento dei casi di immigrazione economica) e le strategie di lungo periodo (la nostra prospettiva è l’integrazione stabile dei profughi nelle nostre società o il ritorno nelle zone d’origine?), l’Europa è sulle montagne russe. Russe come le gravi responsabilità del più potente vicino della nostra Unione sullo scenario siriano, assurto a livelli di gravità ben peggiori di quelli registrati due anni or sono, quando il governo del Presidente Assad era sottoposto alla sfida dell’Esercito Libero Siriano, gli elementi riconducibili al radicalismo sunnita erano ancora marginali e l’ISIS lungi dall’irrompere prepotentemente sulla scena internazionale, tanto che l’azione militare del regime siriano si concentrava principalmente sulle popolazioni civili delle aree sottratte al proprio controllo (esemplare il dramma di Aleppo), con impiego di bombardamenti a tappeto, armi chimiche (finite poi al centro del dossier in sede ONU), barrel bombs (barili colmi di esplosivo e ferraglia, gettati da elicotteri per provocare vittime, ferite e mutilazioni, generando terrore) al fine di vanificare il tentativo di messa a punto di un sistema di servizi alla popolazione che scalzasse e sostituisse il potere del regime stesso.

La ferrea determinazione del Presidente Putin di mantenere in sella il pur delegittimato Assad, costringendolo da ultimo ad accettare un piano di dismissioni di armi chimiche presenti nei suoi arsenali, dopo aver minacciato gravi ripercussioni in caso di un attacco militare degli Stati Uniti e dei loro alleati, non ha prodotto la stabilizzazione del quadro, che pure molti osservatori occidentali si attendevano, scottati da precedenti sommariamente richiamati a paragone a proposito della caduta degli autocrati del Nord Africa durante la cosiddetta Primavera Araba. Previsione infausta e irrealistica, cui ha fatto riscontro invece una escalation della violenza a danno dei civili da parte del regime siriano e un rafforzamento della minaccia jihadista, coronata con l’ormai acclarata disponibilità di armi chimiche, come il cosiddetto gas mostarda, prelevate con ogni probabilità da arsenali dello stesso regime siriano, precedentemente sottratti al controllo internazionale.

Ora che alcuni Stati europei, come il Regno Unito e la Francia, già impegnati nella coalizione internazionale anti-ISIS attiva in Iraq, chiariscono di voler allargare il proprio raggio d’azione sui cieli della Siria, la Federazione Russa esplicita un sostegno militare ad Assad che in verità non costituiva gran mistero, se è vero come è vero che gli Stati Uniti hanno chiesto ai Paesi europei di negare il sorvolo di aerei cargo dichiaratamente utilizzati per invio di aiuti umanitari da Mosca a Damasco, ricevendo un diniego dal governo greco e un sì da quello bulgaro, successivamente mutato in una disponibilità a fornire lo spazio aereo a condizione di accettazione da parte russa di controlli sulla qualità del carico trasportato. Né è misterioso l’impiego di soldati russi nell’esercito di Assad, sotto le insegne dello stesso. Due anni si sono perduti, il conflitto ruota tuttora sulla permanenza al potere di Assad, garantita dal sostegno russo e da brutali e criminali pratiche militari, che spingono centinaia di migliaia di persone alla fuga, non meno delle bandiere nere dell’autoproclamato Califfato.

1 commento

  1. Che bella marmellata di notizie di agenzia. Non ho voglia di contestare gli accadimenti narrati nell’articolo. Li leggo in quanto scritti meglio nei giornali italiani, almeno loro rispondono ad un interesse politico ed economico , ma ribadire le stesse note a gratis mi pare un esercizio suicida.
    Solo alcune note. Il pur” delegittimato “regime di Assad . Delegittimato da chi?
    L” Esercito Libero Siriano” ne parla ancora solo l’estensore dell’articolo, si è dissolto nel nulla e forse non c’è mai stato .
    La presenza russa non è la scelta del giorno . La Russia ha la più importante base militare nel mediterraneo da qualche decennio. Che io sappia è solo l’intervento russo e la diplomatica proposta di disarmo della dotazione di armi chimiche della Siria che ha sventato la decisione di Obama di bombardare la Siria.
    Gradirei non dover leggere sul giornale in cui scrivo le stesse sciocchezze che leggo sugli altri giornali. Almeno gli altri giornali hanno un interesse politico ed economico per il quale hanno rinunciato a fare del giornalismo.

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