La gravità e la violenza delle repressioni messe in atto dai miliziani dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante contro yazidi e cristiani stanno mutando gli orientamenti dell’opinione pubblica americana? E possono, di conseguenza, determinare un significativo cambiamento della politica estera dell’Amministrazione Obama? Dopo le dichiarazioni recentemente rilasciate da Hillary Clinton a “The Atlantic” il dibattito è più che mai aperto.

Il Presidente USA è stato fin qui interprete di una tendenza presente nell’opinione pubblica americana e tornata preponderante dopo le dolorose vicende irachene di inizio secolo, così come fu storicamente maggioritaria in altre difficile fasi post-belliche: Prima Guerra Mondiale e Vietnam. Fin dalla sua prima campagna elettorale, Obama aveva preso l’impegno di portare a termine gli impegni militari dell’epoca Bush secondo un rigido scadenzario, di usare ben altra cautela nell’utilizzo dell’opzione militare e di ridimensionare l’esposizione degli USA negli scenari di conflitto globale. Sebbene dopo la Seconda Guerra Mondiale non si possa più parlare di “isolazionismo” a proposito degli USA, certo la considerazione fatta da molti sulla priorità assoluta riconosciuta alla politica interna dall’Amministrazione Obama è fondata. Occorre considerare che per Obama, prima che per qualunque altro leader occidentale, dare priorità ai fattori politici interni è significato dare priorità al contrasto alla spaventosa crisi finanziaria generata proprio nel Nuovo Continente dallo shock dei mutui subprime.

Come è pratica consueta nella politica USA, può soccorrere alla bisogna il parallelo con l’esperienza di un grande Presidente del passato, anch’egli democratico: Franklin Delano Roosevelt si trovò, da Presidente, a fronteggiare una crisi economica assai diversa per le motivazioni che l’avevano prodotta (la crisi del 1929 fu anzitutto una crisi di sovrapproduzione), ma altrettanto di portata epocale, in una fase in cui, lo abbiamo visto, fortissima era la corrente isolazionista dell’opinione pubblica americana e del Congresso. Nel suo discorso d’insediamento del 4 marzo 1933 Roosevelt non parlò quasi per nulla di politica estera e i soli riferimenti furono dedicati alla politica di “buon vicinato” nel Continente Americano. L’esordio del Presidente USA che negli anni ’40 avrebbe largamente contribuito a liberare l’Europa dai nazisti fu dunque improntato a un rigoroso neutralismo. Il processo che condusse a un così radicale mutamento di indirizzi di fondo della politica estera USA fu assai lungo e laborioso, ridefinì i rapporti di potere tra Presidente e Congresso, passò per tre rigorose leggi di neutralità sul commercio e le forniture di armamenti prima di giungere al sistema degli affitti e prestiti, cosa che denota un approccio graduale alle complicazioni di carattere internazionale che è proprio della cultura democratica USA.

La situazione in Medio Oriente richiede oggi un ruolo decisamente più attivo degli Stati Uniti. Obama può operare con strumenti diversi, considerandoli volta per volta,come già fatto con gli interventi mirati dei droni e con l’operazione dei reparti speciali dei marines sul Sinjar in soccorso dei profughi yazidi. Può ricalibrare le scelte in merito alla fornitura di armamenti, rispondendo alle critiche mosse in patria, senza sopravvalutare la portata delle evenienze storiche nelle quali armi provenienti dagli USA sono finite anni dopo in mani ostili agli USA stessi, e considerando gli esiti dello sforzo profuso in seno all’UE dalla Francia per il sostegno militare ai curdi contro l’ISIS. Come Roosevelt, e tantoppiù trovandosi nel corso del suo secondo e ultimo mandato, Obama può cambiare segno alla sua politica estera come i tempi sembrano imporre e parte dell’opinione pubblica, anche democratica, sembra suggerire.

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