Poche ore fa, al Cairo, è stata siglata la tregua per un cessate il fuoco duraturo nella Striscia di Gaza. La capacità di questo accordo di superare le prossime ore determinerà il concretizzarsi o meno di alcuni aspetti politici di grande importanza che sono il portato dell’accordo stesso. La manifestazione inscenata ieri da Hamas e Jihad Islamica nelle strade di Gaza può fornire un indizio a favore del mantenimento del cessate il fuoco: configurandosi come un’attività di propaganda, tesa a presentare come un successo militare la firma di una tregua a condizioni rifiutate sei settimane fa, quando il conflitto contava un numero assai meno drammatico di vittime civili palestinesi, questa fa supporre che sia interesse dei due movimenti estremisti cessare almeno temporaneamente le ostilità. La cautela del Governo di Israele, che ha sconsigliato il rientro nelle case dei cittadini evacuati dalle zone di frontiera a maggior rischio, e del Dipartimento di Stato USA è giustificata dall’intenso lancio di razzi e tiri di mortaio che ha preceduto la firma e dalle violazioni di tregue passate da parte di Hamas, ma l’accordo rappresenta una preziosissima occasione per permettere un soccorso umanitario fattivo ad una popolazione terribilmente provata dalle sofferenze del conflitto, sia in termini di vittime, che di condizioni di vita della popolazione civile, per cui un fallimento comporterebbe un’assunzione di responsabilità davvero grave. Discorso che vale altrettanto per quei settori della destra politica israeliana che criticano apertamente la firma del cessate il fuoco in queste ore.

Ma veniamo ai tre aspetti politici di maggiore rilievo che questo accordo comporta, come anticipavo nelle prime mosse di questo articolo: anzitutto, se reggerà, la tregua sarà da considerarsi come un successo della diplomazia egiziana, che ha dovuto condurre faticose trattative con colloqui indiretti tra delegazioni israeliane e palestinesi. Un successo di prestigio per la leadership del Presidente Al-Sisi, esito di rivolgimenti iniziati con la deposizione di Hosni Mubarak in un 2011 che appare più lontano di quanto effettivamente sia, visto il travaglio vissuto dall’Egitto per l’affermazione e la successiva cruenta caduta dei Fratelli Musulmani. Il rilievo assunto così da una delle tradizionali potenze regionali nella definizione del conflitto pone una serie di questioni proprie dell’interdipendenza di questa epoca di globalizzazione, questioni che attengono ai rapporti complessi tra il Presidente Al Sisi e l’Amministrazione Obama, nonché al ruolo svolto nel contesto egiziano dalla Federazione Russa in termine di fornitura di armamenti con l’accordo del febbraio scorso. Evenienza che non potrà non avere conseguenze sulla vicina Libia, scossa da un conflitto cruento che, semplificando molto, potremmo definire tra forze jihadiste e nazionaliste. D’altra parte, un perdurare del cessate il fuoco comporterebbe un allentamento della tensione nel contesto israelo-palestinese particolarmente prezioso per l’Occidente, in una fase nella quale il focus della crisi dell’intera regione si colloca necessariamente in Iraq e in Siria, per l’attività di ISIS, tesa a statualizzare un soggetto jihadista rivolto dichiaratamente contro l’Europa e gli Stati Uniti, con le conseguenze militari (raid di droni e armi poste nella disponibilità delle forze curde) e politiche (composizione di un Governo iracheno più stabile sul piano interno e internazionale, col supporto delle maggiori potenze regionali; indisponibilità USA alla collaborazione col regime di Assad) che questo scenario comporta.

Sul piano interno, per la politica palestinese il principale portato dell’accordo è l’affidamento all’Autorità Nazionale, guidata da Al-Fatah, del controllo del Valico di Rafah tra Egitto e Gaza, la cui riapertura destinata a aiuti umanitari e piani di ricostruzione quantomai urgenti rappresenta, a quanto si apprende, uno dei punti qualificanti dell’accordo, insieme alla definizione di un margine di 22 km dalla costa per la pesca palestinese. Un’evenienza, questa, che riporta l’Autorità Nazionale, solo soggetto politico che può, a condizione di profondi cambiamenti, contribuire alla ridefinizione di un percorso di pace tuttora interrotto sulle questioni di fondo che erano invece oggetto di colloqui avanzati nel corso degli anni ’90 (due Stati, insediamenti, profughi, Gerusalemme), ad esercitare un potere in relazione alla Striscia. Le prossime settimane diranno se il negoziato avrà nuove chance, sebbene il punto di partenza sia terribilmente arretrato rispetto ai precedenti appena citati e si concentri intorno a una normalizzazione della Striscia, in termini di collegamenti aerei e marittimi, realizzabile a condizione che Israele possa vedere ordinariamente garantite le condizioni di sicurezza del suo popolo che sono state la ragione delle operazioni militari condotte in queste settimane.

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