Con la designazione di Federica Mogherini al prestigioso incarico di Alto Rappresentate dell’Unione Europea per la politica estera e di sicurezza comune, in corso di semestre italiano di Presidenza di turno dell’UE, due esponenti di una nuova generazione del centrosinistra italiano rappresentano l’Europa sui principali teatri delle relazioni internazionali, nei mesi più difficili dal 1989 ad oggi. Tale è il portato politico dell’obiettivo raggiunto da Matteo Renzi che aver ipotizzato una rinuncia del Premier nel corso del negoziato è stato un errore da matita blu, compiuto purtroppo da molti osservatori nostrani.

L’estate 2014, purtroppo, non ha concesso vacanze alla diplomazia europea: l’escalation della minaccia russa ai confini dell’Ucraina ha comportato decisioni gravose, come l’inasprimento di sanzioni , che hanno comportato difficoltà supplementari alle economie dei Paesi più esposti nelle relazioni con il vicino d’Oriente, ed ha caratterizzato le stesse trattative relative alla designazione dell’Alto Rappresentante e del Presidente del Consiglio Europeo. In relazione a ciò, se la nomina del polacco Donald Tusk a Presidente del Consiglio Europeo ha rappresentato senza dubbio un successo diplomatico per il fronte dei Paesi dell’Est Europa che aveva espresso riserve nei confronti del Ministro italiano, il valore storico della scelta di un presidente che proviene da uno degli Stati un tempo al di là della Cortina di ferro, cittadino di una nazione che ha ripetutamente fatto i conti, nel corso della sua secolare storia, con le conseguenze dell’ideologia panrussa, va ben oltre la contingenza.

D’altra parte, il mese di agosto ha portato con sé la definizione dei contorni, molto gravi, della minaccia che il movimento jihadista ISIS comporta per l’Europa tutta e le decisioni conseguenti, assunte nel corso del Consiglio dei Ministri degli Esteri svolto a ferragosto per impulso determinante della Farnesina, contengono potenzialità e limiti propri dello stato attuale di costruzione dell’Unione Europea: se da un lato, infatti, la raccomandazione ai singoli Paesi di concorrere, nelle forme consentite dal proprio assetto costituzionale, al comune impegno militare e umanitario rivolto al Nord dell’Iraq, ha rappresentato un deciso passo avanti per l’Europa, la stessa resta espressione di un metodo intergovernativo, unico percorribile nella fattispecie, che dista ancora terribilmente dalle necessità di un metodo comunitario in grado di porre l’Unione tra i Grandi del mondo e dalla definizione di un sistema di difesa comune, oggi chiamato nel gergo “esercito europeo”, in passato definito in altri termini, ma sul tavolo già dagli anni ’50 del secolo scorso e, c’è da crederlo, al centro della vita politica della nuova legislatura europea.

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