Un’azienda totalmente virtuale (in pratica è una sorta di gigantesco negozio on line) ha fatto il suo esordio in borsa con una IPO (offerta pubblica iniziale) da record, passando da 68 a 92,22 dollari nel corso della seduta. Alla fine della giornata il valore complessivo ha raggiunto i 200 miliardi di dollari, un valore che supera anche quello di numerose banche che l’hanno aiutata ad entrare a Wall Street: 200 miliardi di dollari.

Si tratta di Alibaba, nel 2013 ha realizzato vendite per 248 miliardi di dollari, più di Amazon ed eBay messe insieme. Si descrive come un gruppo che “combatte per i più piccoli”, in riferimento alle piccole e medie imprese che punta ad aiutare. E la sua quotazione a Wall Street si presenta come una sfida anche per il sistema normativo americano. Alibaba, infatti, ha una struttura societaria complessa, basata sulla partnership, e in base alla normativa cinese gli investitori stranieri non possono controllare direttamente asset strategici del Paese. Da qui il ricorso a una struttura conosciuta come “entità a interesse variabile”. Chi acquisterà azioni Alibaba non acquisterà di fatto una piccola quota della società, ma le azioni di un’entità registrata alle Cayman che per contratto riceve profitti da Alibaba e dai suoi asset ma che non li controlla.

Il colosso dell’ecommerce fondato da Jack Ma ha rivisto negli ultimi giorni al rialzo il prezzo dell’ipo, inizialmente fissato fra 60 e 66 dollari per poi essere ritoccato a 66-68 dollari. Una revisione che si è resa necessaria a fronte di una forte domanda. E la scelta del 68 potrebbe non essere casuale: in Cina è un numero fortunato.

Per le banche Alibaba è un test per l’appetito del mercato verso le società tecnologiche. L’ipo sembra in grado di far tornare l’euforia della bolla dotcom anche se, secondo gli osservatori, le società hi tech di ora sono più solide rispetto a quelle degli anni 2000.

 

 

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