Da bravo bibliotecario, ha per i libri una passione inestinguibile: parliamo del monopolitano Nicola De Dominicis, autore di Una dolcezza inquieta – la sua prima opera – edita da Les Flaneurs (brossura, 80 pp., € 5), in questi mesi al centro di una campagna promozionale di successo in giro per la Puglia, la cui ultima tappa è stata graziata dalla presenza del noto attore barese Vito Signorile, lì col suo U prengipine.

Nel 2010 il Nostro si piazzò tra i primi dieci al premio nazionale di poesia “de Palchi-Raiziss”, oggi ritrova la narrativa. Per la lieta occasione ci è sembrato opportuno sentirlo.

Nicola, cosa ti ha portato a scrivere questo libro?

Per il bisogno di unire e dare veste organica a singoli racconti scritti in occasioni diverse anche a distanza di tempo: ad esempio, alcuni sono nati per concorsi letterari o in seguito alla mia partecipazione alle elezioni comunali. Quando me li sono ritrovati davanti, ho voluto che formassero un tutt’uno: di qui l’esigenza di un libro, di collegarli in modo tale che potessero avere un senso nella loro successione.

Quale filo conduttore sei riuscito a trovare? E’ stato complicato?

Sì, è stato difficile. Sei piccoli “racconti d’occasione” molto diversi tra loro. Alla fine ho capito che il filo conduttore era la fantasia. Rispetto ad una realtà spesso negativa, specie per colpa del potere, delle sue storture e corruzioni, l’unico antidoto per me è la fantasia, quella che si nutre di parole e che è capace in modo magico di creare nuovi mondi, portare vita, e infine agire sul nostro mondo positivamente. La fantasia al potere è forse una strada vera per riscattare la società odierna.

Come mai “una dolcezza inquieta”? E non appare “fantasia”?

Perché questo titolo mi è stato suggerito in fase di correzione editoriale. Si tratta di una espressione presente in uno dei racconti. L’editor faceva notare come questa, a suo parere, sappia esprimere il tono dei racconti, del libro intero. Questa cosa mi ha colpito, mi ha convinto, e di qui il titolo. Inoltre, è una citazione montaliana ed io mi sono sentito onorato di poter avere un titolo così alto, importante.

In quali generi potresti inserire i vari racconti?

Fantastico, ma anche realistico. Diciamo realismo magico.

Ce n’è uno al quale ti senti particolarmente legato? E per quali motivi?

“La vecchia biblioteca”, il primo racconto in ordine di tempo, scritto per un motivo civile: sensibilizzare la mia città sulla mancanza di una biblioteca. Anni addietro facevo parte di un gruppo di ragazzi che si era riunito per realizzare una serie di manifestazioni ed eventi a riguardo. E vedere oggi il mio libro nella nuova biblioteca è una vittoria per questo.

A quali lettori suggeriresti il tuo libro?

Adulti e piccini, come si diceva una volta! Agli adulti per tornare un poco bambini, ai bambini perché queste storie possano aiutarli a crescere verso il bene.

Visto che all’ultima presentazione c’è stato Signorile, traduttore in barese del “Piccolo principe”, avete trovato nessi inaspettati col classico francese?

Sì, soprattutto per la comune idea di raccontare delle storie senza cercare luoghi precisi, realistici, geograficamente individuati, ma vaghi, indefiniti, leopardiani in ciò, e così capaci di trasmettere storie universali in cui tutti si possano riconoscere sempre.

Come stanno andando le varie presentazioni al pubblico?

Siamo alla terza presentazione. Altre sono in programma. Il libro sta crescendo, pian piano. I commenti positivi non mancano. È un percorso da continuare con ostinato e serio lavoro. Sono comunque felice di come sta andando tutto!

Quali sono le domande/complimenti che ti fanno più spesso in tali occasioni?

Se ho scritto i racconti tutti insieme pensando ad un unico libro. O come mai ho scelto questo titolo.
Poi, mi dicono che i racconti si prestano molto ad una lettura ad alta voce, da cantastorie. Mi hanno detto che ricordano addirittura Calvino, e nell’ultima presentazione l’intervistatrice ha riscontrato davvero delle analogie col Piccolo principe nei modi di scrittura.
Insomma, un libretto piccolo, ma che riesce ad evocare suggestioni, domande, pensieri. Un libro vivo. E questo era il mio primo scopo.

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Giovanni De Benedictis
Nato a Bari nel 1984, è giornalista professionista e critico cinematografico SNCCI. Laureato col massimo dei voti in lettere moderne sia alla triennale (curriculum “editoria e giornalismo”) che alla magistrale (filologia moderna), dopo un passato da studente in biologia. Ha conseguito con lode anche il master in giornalismo del capoluogo pugliese. Ha tantissimi e diversissimi interessi. In primis: cinema, scienze naturali, letteratura, fumetti, tecnologia, disegno, fotografia. Difficilmente s’imbatte in qualcosa che non gl’interessi almeno un po’. Dal 2007 è blogger di BuonCinema (www.buoncinema.com). Ha scritto e scrive per svariati giornali online e associazioni culturali baresi e no. Tra le tante massime o citazioni in cui si potrebbe riconoscere: “Se non si crede neanche un po’ a quello che si vede sullo schermo, non vale la pena di perdere il proprio tempo con il cinema” e “Che uomo è un uomo che non rende il mondo migliore?”.

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