La maxi-truffa ruotava intorno all’iscrizione dei gestori delle attività commerciali all’interno del REC (ovvero il Registro Esercenti Commercio), necessaria per richiedere l’autorizzazione comunale all’esercizio di attività di somministrazione al pubblico di alimenti o bevande, o per esercitare un’attività turistico- ricettiva.

La prassi prevede dei corsi abilitanti per l’scrizione al registro. Qui, entrava in gioco l’organizzazione criminale: il commerciante pagava 1.800 euro per evitare la frequenza dei corsi, di modo da poter presentare direttamente la documentazione falsa ai Comuni.

In realtà, l’operazione di oggi è in continuum con quella di luglio scorso, chiamata “Testa di serpente”, grazie alla quale si era aperto un primo filone legato all’immigrazione clandestina e alle frodi fiscali. Nello svolgimento della prima indagine erano emersi molti falsi documentali, tra cui i Rec e i libretti formativi che “viaggiavano” dal Veneto fino all’Italia centrale.

La Guardia di Finanza ha, così, scoperto la complicità delle scuole abilitate al rilascio di questi certificati: gli aspiranti commercianti, provenienti da tutt’Italia, anziché frequentare i corsi propedeutici all’ottenimento della documentazione necessaria da presentare al Comune, si presentavano nella sede, firmavano registri di presenze falsificati, sostenevano finti esami finali e in giornata ottenevano il diploma. Registi di questa maxi-truffa cinque studi commercialisti veneti e i “caporali asiatici” che facevano da tramite con i potenziali clienti.

Il mercato dei “falsi attestati” è sempre in vetta alle classifiche delle truffe: qualche mese fa in Campania sono finiti in manette funzionari e impiegati delle Asl, rei di aver “sponzorizzato” false certificazioni del settore alimentare, da ritirare solo da determinati centri di formazione professionale compiacenti. I funzionari delle Asl corrotti garantivano all’organizzazione criminale un guadagno grazie alle quote d’iscrizione ai corsi fantasma imposti agli esercenti.

Dominga D’Alano

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