Il programma Lega-5Stelle convince tutti ma non l'Ue. Spread sopra i 170 punti

Viktor Orban e il suo governo sapevano che la chiusura della barriera di filo spinato opposta al passaggio dei profughi, in transito per la via balcanica, avrebbe creato per la prima volta le condizioni di tensione che favoriscono tafferugli, mai verificatisi durante le lunghe ore di bivacco nel piazzale della stazione ferroviaria di Budapest, grazie all’atteggiamento composto delle migliaia di migranti, che non ha mancato di meravigliare l’Europa. Si sa che gli Stati non sono solamente ciò che le loro Costituzioni, leggi e pratiche istituzionali descrivono, ma sono condizionati da lunghi retaggi di pratica del potere effettivo e non si può escludere, nel caso ungherese, che una certa concezione autoritaria sia sopravvissuta negli apparati statali, prima di riaffiorare nella politica del governo di Orban, il quale sta utilizzando il fattore destabilizzante delle migrazioni e la retorica nazionalista per scompaginare il quadro delle relazioni internazionali nell’Est Europeo. Un quadro nel quale, non è un mistero, il leader ungherese si muove come un agente del disegno politico, di lungo periodo, teso a interrompere il processo di integrazione europea e di espansione dell’Occidente politico, volgendo lo sguardo ad Est e al modello delle piccole patrie funzionale a rapporti egemonici di Mosca.

Per queste ragioni, non solamente per la contraddizione profonda che l’uso della forza contro persone inermi per la “difesa” dei confini da parte di uno Stato dell’Unione introduce nell’impianto valoriale europeo, gli sviluppi della questione migratoria sul lato orientale dell’Unione rappresentano una formidabile sfida politica per le classi dirigenti europeiste del Continente. Su questo punto, voglio esplicitare il mio pensiero: differentemente da quanto generalmente si afferma, credo che la condotta politica delle classi dirigenti europeiste sia stata tutt’altro che arrendevole al cospetto di un vento d’opinione pubblica su cui spirano correnti nazionaliste, populiste e antieuropee assai pericolose. I Governi di Stati dell’Unione molto rilevanti per peso specifico e contributo storico al processo di integrazione, Germania, Francia e Italia, hanno rappresentato, pur con posizioni diverse e talune oscillazioni, un argine alle proposte politiche che mirano alla dissoluzione dell’Unione. La crisi economica, a lungo governata secondo un impianto politico che non ha prodotto effetti desiderabili, ha tuttavia portato a significativi passi avanti nella direzione dell’istituzione di meccanismi comunitari di politica monetaria e finanziaria, tali da rendere la condizione attuale assai più vicina a quella di un “Tesoro Europeo” di quella ex ante. Nello specifico delle politiche di immigrazione, si può procedere con la medesima logica, producendo intanto gli effetti concreti di una politica comune del governo dei flussi, del controllo dei confini esterni UE e del diritto d’asilo. Sebbene il percorso sia tortuoso e incerto, questo obiettivo è alla portata dell’Unione.

Il problema è che tutto ciò non può bastare. La sfida che viene da Est, ancora una volta e certo in termini assai diversi rispetto al passato, va infatti oltre le questioni di merito rispetto alle quali si manifesta: concerne l’impianto valoriale cui le società si ispirano e il modello democratico, liberale, pluralista dell’Occidente va rilanciato attraverso un atto di coraggio delle classi dirigenti europee: l’assunzione della sfida dell’edificazione degli Stati Uniti d’Europa, un esito politico della crisi continentale che deve uscire dall’orizzonte delle utopie. Le nostre classi dirigenti sanno che questo obiettivo politico corrisponde agli interessi dei nostri popoli, che la globalizzazione non offre chance alle singole nazioni di un Continente che resta ricco e piccolo, meno potente e centrale nelle dinamiche mondiali rispetto al secolo scorso, per non dire del precedente, ma che sarebbe un’autentica potenza politica se diventasse in tutto e per tutto un’Unione politica. Si tratta di avere il coraggio di dire ciò che si sa e di battersi per ciò che si dice.

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