Inghilterra, 1959. Nel paesino costiero di Hardborough, contea di Suffolk (West Anglia), giunge la graziosa vedova Florence Green (Emily Mortimer). Dopo averla acquistata con grandi sacrifici, la donna va ad abitare nella Old House, casa abbandonata da molti anni, con uno scopo: trasformarla in una libreria, la prima che la località abbia mai avuto.

Ma la fresca libraia non ha fatto i conti con la ricca e potente Lady Gamart (Patricia Clarkson), moglie di un generale, che lì vorrebbe invece farvi sorgere un centro per le arti. Dalla sua parte avrà soltanto il solitario Edmund Brundish (Bill Nighy), avido lettore e suo cliente fisso, oltre a una ragazzina di umili origini.

L’iberica Isabel Coixet (La vita segreta delle parole) adatta il romanzo The Bookshop (1978) della britannica Penelope Fitzgerald. Più che sull’amore per i libri, è una storia sul potere e la prevaricazione, sul conformismo e la mediocrità ad essi funzionali.

La donna, non appena arrivata, viene circondata dagli abitanti così come lo sarebbe un corpo estraneo dai globuli bianchi. Solo che qui l’organismo da difendere non è propriamente sano. Se non c’è mai stata una libreria, ci sarà pur un motivo.

I modi gentili mascherano una vecchia, ferrea determinazione, riassumibile con una celebre frase: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”, diceva Tomasi di Lampedusa. E il cambiamento arriverebbe tardivamente dal fantomatico polo artistico propugnato dall’avversaria.

Se poi nella vetrina della libreria compaiono titoli come Lolita di Nabokov o Fahreneit 451 di Bradbury, allora ogni tentativo di portare cultura ad ampio spettro sarà da stroncare. Ma il tempo è galantuomo…

In un mondo esteriormente cristallizzato in cui la comunicazione non è mai urlata (Mrs. Gamart, poi, sibila come una serpe), ma sotterranea e malevola (attenti ai retroterra dei personaggi), non è un caso che la regista faccia largo uso di primissimi piani e di cinepresa statica, per cogliere le reazioni più sottili.

Ottimo il cast di questa piccola pellicola che non richiamerà le masse, ma che merita una visione.

3 premi Goya 2018: miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura adattata.

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Giovanni De Benedictis
Nato a Bari nel 1984, è giornalista professionista. Laureato col massimo dei voti in lettere moderne sia alla triennale (curriculum “editoria e giornalismo”) che alla magistrale (filologia moderna), dopo un passato da studente in biologia. Ha conseguito con lode anche il master in giornalismo del capoluogo pugliese. Ha tantissimi e diversissimi interessi. In primis: cinema, scienze naturali, letteratura, fumetti, tecnologia, disegno, fotografia. Difficilmente s’imbatte in qualcosa che non gl’interessi almeno un po’. Dal 2007 è blogger di BuonCinema (www.buoncinema.com). Ha scritto e scrive per svariati giornali online e associazioni culturali baresi e no. Tra le tante massime o citazioni in cui si potrebbe riconoscere: “Se non si crede neanche un po’ a quello che si vede sullo schermo, non vale la pena di perdere il proprio tempo con il cinema” e “Che uomo è un uomo che non rende il mondo migliore?”.

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