Marcello (Marcello Fonte) è un tolettatore per cani, d’animo mite e dal fisico minuto. La sua vita si divide tra gli animali, la figlioletta e lo spaccio di droga.

Solo com’è, non sa dire di no al prepotente ex pugile Simoncino (Edoardo Pesce), criminale che spadroneggia nella zona del suo negozio e che ritiene, nonostante tutto, un amico e complice. Finché un giorno, uno sgarro troppo grande porterà Marcello a pretendere il rispetto che gli era stato a lungo negato.

Come ne L’imbalsamatore, il romano Matteo Garrone torna a basarsi su un fatto di cronaca e, pur mantenendone apparentemente la struttura, ne cerca le cause scatenanti, affidandosi a un gioco di contrapposizioni (piccolo/grande, grazia/brutalità, uomo/bestia, ecc.).

La vicenda originaria è quella del cosiddetto “Canaro della Magliana”, quel Pietro De Negri che, continuamente vessato dall’intoccabile Ricci, decise di ucciderlo il 18 febbraio 1988 con raccapriccianti sevizie (tra cui il celebre “shampoo al cervello”), protrattesi per ore.

In realtà gli inquirenti scoprirono che le mutilazioni e le bruciature gli erano state inferte post mortem dal tolettatore, imbottito di cocaina, dopo qualche fatale martellata sul cranio.

“Viva il canaro” comparve scritto sui muri della Magliana dopo l’omicidio, per la ‘liberazione’ compiuta da De Negri. In Garrone le cose vanno diversamente.

Marcello è un tipo tranquillo, solitario, e l’amicizia di Simoncino è un rapporto simile a quello che lui ha con le bestie che solitamente ammansisce (come si vede in apertura).

Solo che questo è un cane troppo grande, e la cocaina dispensata al posto dei croccantini produce effetti devastanti sia su di lui che su tutta la comunità dello scalcinato litorale (qui “Villaggio Coppola” di Castel Volturno, ov’è girato il film).

Tanto che l’essere associato all’indomabile bullo gli porta solo dure critiche e l’allontanamento da parte degli altri esercenti, così che tutto ciò che si verifica nel terzo atto altro non è che l’estremo tentativo di un singolo non solo di recuperare la dignità di uomo, ma anche di ritrovare l’accettazione ingiustamente perduta e pazientemente costruita con la gentilezza (“qua mi vogliono tutti bene”). La violenza non è gratuita, non c’è compiacimento in quel che fa: addirittura lenisce una ferita da lui stesso causata.

Purtroppo, però, Marcello col ‘trofeo’ – come un quadrupede che riporta il bastoncino di legno al padrone – resta solo come un cane. Con un cane. E i suoi disperati richiami non vengono recepiti: sono come latrati, parla un’altra lingua. La trasformazione in dogman è compiuta.

Otto Nastri d’Argento (tra cui miglior film) e Palma d’Oro per il miglior attore a un grande Fonte, al servizio di un Garrone (anche cosceneggiatore con Ugo Chiti e Massimo Gaudioso) che – ricorrendo allo stile semidocumentaristico che l’ha reso famoso – conferma ancora il proprio talento e la preminenza nel panorama della celluloide tricolore.

Ottimo anche il resto del cast, da Pesce alla figlioletta Alida Baldari Calabria, dagli altri negozianti al poliziotto Aniello Arena (protagonista in Reality). Fotografia di Nicolaj Bruel, musiche quasi assenti.

Da non perdere.

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Giovanni De Benedictis
Nato a Bari nel 1984, è giornalista professionista e critico cinematografico SNCCI. Laureato col massimo dei voti in lettere moderne sia alla triennale (curriculum “editoria e giornalismo”) che alla magistrale (filologia moderna), dopo un passato da studente in biologia. Ha conseguito con lode anche il master in giornalismo del capoluogo pugliese. Ha tantissimi e diversissimi interessi. In primis: cinema, scienze naturali, letteratura, fumetti, tecnologia, disegno, fotografia. Difficilmente s’imbatte in qualcosa che non gl’interessi almeno un po’. Dal 2007 è blogger di BuonCinema (www.buoncinema.com). Ha scritto e scrive per svariati giornali online e associazioni culturali baresi e no. Tra le tante massime o citazioni in cui si potrebbe riconoscere: “Se non si crede neanche un po’ a quello che si vede sullo schermo, non vale la pena di perdere il proprio tempo con il cinema” e “Che uomo è un uomo che non rende il mondo migliore?”.

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