Si è appena concluso il 69esimo Festival di Cannes e le premiazioni, bene o male, hanno stupito. Non ci riferiamo ai nomi coinvolti, tutti di primo piano, quanto al fatto che i loro film non avessero convinto (appieno o affatto) gli addetti ai lavori. Dopotutto, l’importante era che piacessero alla giuria presieduta da George “Mad Max” Miller.

È stato I, Daniel Blake di Ken Loach ad aggiudicarsi la Palma d’Oro. «Un altro mondo è possibile e necessario» ha proclamato sul palco il cineasta britannico, ritirando il premio dalle mani di Mel Gibson. È la seconda palma per Loach, che entra così nell’elenco dei pochissimi ad averne vinte due. Se il dramma storico-familiare di Il vento che accarezza l’erba gli valse la prima, quest’ultima è frutto dell’ennesimo dramma sociale, stavolta incentrato su un uomo vittima della burocrazia.

Il premio alla regia è andato a pari merito al rumeno Cristian Mungiu (all’apprezzato Bacalaureat) e al francese Olivier Assayas (per il fischiatissimo Personal Shopper con Kristen Stewart). Grand Prix Speciale della giuria al 27enne canadese Xavier Dolan, che con It’s Only The End Of The World bissa a distanza di due anni (Mommy vinse il Premio della giuria), lasciandosi andare a un pianto liberatorio e dedicando la vittoria al costumista Francois Barbeau, morto ad agosto 2015.

Quanto al comparto attoriale, il premio per migliore attore se l’è aggiudicato l’iraniano Shahab Hosseini, protagonista di Forushande diretto dal connazionale Asghar Farhadi (premiato anche per la sceneggiatura), mentre miglior attrice è andato alla filippina Jaclyn Jose di Ma’Rosa, firmato da Brillante Mendoza.

Il Premio della Giuria è stato assegnato ad American Honey della talentuosa britannica Andrea Arnold, incentrato sulla gioventù precaria e debosciata a stelle e strisce; mentre miglior Opera Prima “Caméra d’or” è stata Divines di Hounda Benyamina e miglior cortometraggio TimeCode di Juanjo Giménez.

Tirando le somme, quello di quest’anno è stato un festival ricco di titoli interessanti, assai più di quelli degli scorsi anni (specie rispetto alla scialba edizione 2015). Basti pensare alle opere di Jarmusch, Verhoeven e Puiu. Molti dei quali, nonostante siano stati accolti benissimo, tornano a casa a bocca asciutta. È anche il caso dell’Italia, con gli applauditi Bellocchio e Virzì nella sezione Quinzaine des realizateurs. Chi è riuscito a metter tutti d’accordo è Sean Penn: il suo melodramma all’africana The Last Face è stato probabilmente il film più imbarazzante di tutto Cannes 2016.

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Giovanni De Benedictis
Nato a Bari nel 1984, è giornalista professionista e critico cinematografico SNCCI. Laureato col massimo dei voti in lettere moderne sia alla triennale (curriculum “editoria e giornalismo”) che alla magistrale (filologia moderna), dopo un passato da studente in biologia. Ha conseguito con lode anche il master in giornalismo del capoluogo pugliese. Ha tantissimi e diversissimi interessi. In primis: cinema, scienze naturali, letteratura, fumetti, tecnologia, disegno, fotografia. Difficilmente s’imbatte in qualcosa che non gl’interessi almeno un po’. Dal 2007 è blogger di BuonCinema (www.buoncinema.com). Ha scritto e scrive per svariati giornali online e associazioni culturali baresi e no. Tra le tante massime o citazioni in cui si potrebbe riconoscere: “Se non si crede neanche un po’ a quello che si vede sullo schermo, non vale la pena di perdere il proprio tempo con il cinema” e “Che uomo è un uomo che non rende il mondo migliore?”.

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