“Dite la verità! Dite la verità!”: così Bennet Omalu (Will Smith), plurititolato medico legale nigeriano, incalza uno dei pezzi grossi della NFL, la federazione nazionale di football americano. La risposta? “Diamo lavoro a centinaia di migliaia di persone, mandiamo a scuola migliaia e migliaia di bambini poveri”. Insomma: in nome del profitto e dello spettacolo, è accettabile che qualche dozzina di giocatori muoia ogni tanto. Questo botta e risposta serba uno dei temi chiave di Zona d’ombra, ricostruzione di fatti realmente accaduti.

Siamo a Pittsburgh, nel 2002. Una serie di morti sospette porta il suddetto dottore – al netto di costose analisi istologiche – a una scomoda conclusione: i ripetuti colpi alla testa sostenuti dagli uomini in campo provocano lesioni cerebrali permanenti, spesso letali. Il tutto anticipato da voci nella testa, visione sdoppiata, e così via. Riuscirà Davide a sconfiggere Golia?

Concussion – cioè “commozione cerebrale” – è incentrato sulla pubblicazione da parte di Omalu e dei suoi coraggiosi colleghi dello studio sull’encefalopatia cronica traumatica (CTE), una patologia fresca di definizione. Questa infastidì parecchio la NFL, tanto che il film – persino tuttora – ne ha risentito. Per rendersene conto basta far caso a Luke Wilson, accreditato nei titoli di testa nei panni del commissario della lega, poi ridotto a pochissimi secondi sullo schermo (presumibilmente per tagli in sala montaggio).

Scritto dal regista Peter Landesman e basato sull’articolo “Game Brain” di Jeanne Marie Laskas pubblicato su GQ, Zona d’ombra compie un’autopsia a metà. Prepara il tavolo, ispeziona il corpo, ma non va sufficientemente a fondo nel dissezionarlo.

Il messaggio che trasmette è sì utile, la vicenda umana del protagonista è molto americana (e la sceneggiatura ce lo ricorda almeno un paio di volte) e non mancano accenni al razzismo. Sia che si tratti di quello verso Omalu, sia per l’uso che vien fatto dalla lega nello sfruttare i più poveri ed emarginati (un po’ come mostrava Michael Moore in Fahrenheit 9/11, nelle sequenze di reclutamento militare nei centri commerciali).

Per Will Smith – pilastro del film – è un’altra buona prova attoriale, apprezzabile soprattutto in versione non doppiata, con tanto di parlata inglese dall’accento nigeriano. I lucidi caschi, intanto, continuano a cozzare.

Articolo precedenteOggi il Leone ruggisce sulle privatizzazioni
Prossimo articoloCanone Rai in bolletta, chi deve e chi non deve pagarlo
Giovanni De Benedictis
Nato a Bari nel 1984, è giornalista professionista e critico cinematografico SNCCI. Laureato col massimo dei voti in lettere moderne sia alla triennale (curriculum “editoria e giornalismo”) che alla magistrale (filologia moderna), dopo un passato da studente in biologia. Ha conseguito con lode anche il master in giornalismo del capoluogo pugliese. Ha tantissimi e diversissimi interessi. In primis: cinema, scienze naturali, letteratura, fumetti, tecnologia, disegno, fotografia. Difficilmente s’imbatte in qualcosa che non gl’interessi almeno un po’. Dal 2007 è blogger di BuonCinema (www.buoncinema.com). Ha scritto e scrive per svariati giornali online e associazioni culturali baresi e no. Tra le tante massime o citazioni in cui si potrebbe riconoscere: “Se non si crede neanche un po’ a quello che si vede sullo schermo, non vale la pena di perdere il proprio tempo con il cinema” e “Che uomo è un uomo che non rende il mondo migliore?”.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here