As we live a life of ease,

Every one of us has all we need

Sky of blue and sea of green

In our yellow submarine” (Yellow Submarine – 1966)

A pochi giorni di distanza dal 35esimo anniversario della morte di John Lennon, è difficile non pensare oltre che alla morte di un artista ineguagliabile, anche e soprattutto a un uomo che radicava la sua fede in un credo totalmente pacifista: combattere la guerra con la pace, parlare attraverso la musica. Musica come strumento per “immaginare che non ci sia niente per cui uccidere e morire, e nessuna religione, immaginare che tutta la gente viva in pace”. Parole di speranza mai così attuali.

Yellow submarine

La ridente cittadina di Pepperland viene improvvisamente assediata dai blue meanies, mostri blu con denti gialli e labbra rosse come pomodori, durante un concerto della Sergeant Pepper’s Lonely Hearts Club Band. Mentre questi mostriciattoli sono intenti ad estirpare tutti i colori, la musica e l’allegria dalla cittadina, il direttore della band, Old Fred, riesce a scappare su di uno “yellow submarine” diretto a Liverpool. Una volta toccata terra, fa la conoscenza prima di Ringo Starr e poi di John Lennon, Paul McCarthney e George Harrison, dai quali riesce ad ottenere un aiuto per contrastare i blue meanies. I 5 salgono a bordo del sottomarino e, accompagnati da un buffo, maldicente e saccente intellettuale di nome Boob, corrono in aiuto dell’asserragliata Pepperland, percorrendo sei bizzarri mari: del Tempo, della Scienza, dei Mostri, del Niente, delle Teste e dei Buchi. Una volta arrivati, i Beatles, armati di pace, sprigionano tutte le loro note musicali e convincono i biechi blu che la musica è l’unica sorgente di amore e amicizia.

Apple Records

La Apple, casa discografica nata nel pieno del Flower power, ad opera dei 4 ragazzi di Liverpool, si era estesa fino alla Settimana arte, per prodotti che avessero loro stessi come protagonisti. Con A hard day’s night del ’63 e Help! del ’65, i Beatles si dimostrarono poco adatti al grande schermo, motivo per il quale nacque l’idea di un film che li vedesse all’ opera esclusivamente come performers, per apparire in carne e ossa solo nella breve sequenza finale di “Yellow Submarine”.

Il cinema d’animazione

Alla fine degli anni ’60, il cinema d’animazione era limitato quasi esclusivamente ai cortometraggi e sottoposto alle dure leggi della censura. Walt Disney, da parte sua, aveva imposto nel 1937, con Snow white and the 7 dwarfs, uno stile animato che difficilmente riusciva a far sì che uno stampo diverso reggesse il confronto. Solo la popolarità del gruppo di Liverpool, permise un importante consenso di pubblico.

Impatto culturale

2 anni di lavoro, 14 diversi copioni, 40 animatori e 140 artisti. “Yellow Submarine” è un’opera d’avanguardia, in pieno spirito ’68, di indiscutibile importanza culturale. Tutto si può dire, di questo cartone animato interamente disegnato a mano, tranne che pecchi di originalità.

Il film è stato un fulmine a ciel sereno nel panorama del lungometraggio d’animazione, grazie ai suoi elementi innovativi e fuori dall’ordinario. É stata proprio questa pellicola ad introdurre un concetto del tutto rivoluzionario: il cartone animato non era più riservato solo a un pubblico minorenne, bensì anche a uno adulto e intellettuale. Il film si è scavato un piccolo posto nella storia del cinema, omaggiando correnti come il surrealismo e la pop art, oltre a richiamare il trip proprio delle droghe, come l’LSD e la marijuana, nuova scoperta dei maggiorenni dell’epoca, come messaggio in opposizione alla guerra, tipico della hippie generation. Riferimento, quello delle sostanze stupefacenti, che, tuttavia, è stato più volte sconfessato da Paul McCartney.

Un’ opera d’avanguardia per il cinema, così come lo era stata la canzone da cui il film trae il titolo. Uscita il 5 agosto 1966, “Yellow Submarine” andava a segnare una svolta nel mercato discografico, essendo la prima a usare il mezzo dell’EP con soli due brani per promuovere il disco, invece che, come si usava di consueto, far uscire prima l’album e poi il 45 giri con 4 tracce.

Il tessuto narrativo, stagliato su uno sfondo di colori psichedelici e vorticosi può risultare un po’ traballante e a tratti troppo prolisso, soprattutto per un pubblico giovane e moderno, ma vale la pena vederlo per la sua impronta innovativa e sperimentale.

Paternità

Non è di facile attribuzione la paternità del film, nonostante ufficialmente riporti il nome di George Dunning. Si tratta, infatti, di un lavoro collettivo. Per la salute precaria, il budget ridotto e i tempi scarsi, il cineasta fu costretto a delegare intere sequenze del film ad altre persone. A spingere in favore della realizzazione del lungometraggio animato, fu soprattutto Al Brodax, già artefice di 40 episodi di un cartoon proprio incentrato sui Beatles. Questi ultimi hanno assunto un ruolo fondamentale con le loro 12 canzoni, 4 delle quali appositamente composte per la pellicola: Hey Bulldog, All Together Now, Only a Northern Song, It’s All Too Much. Si tratta, dunque, di un vero e proprio lavoro di squadra, che andava a segnare una svolta epocale nella storia del cinema d’animazione.

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