giovedì, 30 Marzo 2023

Covid, l’anestesista Vergano: “Costretti a scegliere chi intubare. Ora siamo vaccinati l’emergenza è finita” – VIDEO

Nel 2020 la Siaarti pubblicò 15 punti per valutare chi dovesse entrare in terapia intensiva tra i pazienti Covid. Il dottor Marco Vergano, anestesista rianimatore all'Ospedale San Giovanni Bosco di Torino e socio della Consulta di Bioetica, è tra gli autori di quel documento. Alla luce dell'ondata in arrivo dalla Cina lo abbiamo intervistato.

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L’alba del 2023. Sono trascorsi tre anni dall’esplosione del SARS-CoV-2, del virus recrudescente che ha stravolto le nostre quotidianità, insediandosi nelle nostre case e seminando panico, solitudine, dolore, malattia, morte, non risparmiandoci neppure livori e negazionismi. Uno strazio che fino a qualche settimana fa pensavamo da adulti e quattro volte vaccinati di esserci lasciati endemicamente alle spalle e di cui, invece, si è tornati a parlare a causa della nuova impennata di casi in Cina, devastata dall’effetto boomerang di prolungate politiche restrittive zero Covid. L’Italia, come molti altri Stati nel mondo, è già corsa, stavolta, ai ripari rendendo obbligatorio il tampone per chi arriva dal Paese orientale e predisponendo controlli in aeroporto. Il ministero della Salute ha prorogato l’obbligo di mascherine in ospedali e Rsa fino al 30 aprile 2023, tornando a raccomandarne l’uso nei luoghi chiusi. Tutto ciò mentre l’Aifa parla di una “situazione pandemica tranquilla” sul nostro territorio e il Comitato per la sicurezza sanitaria dell’Ue spiega che non vi è alcun giustificato motivo per tamponare i passeggeri in arrivo da Pechino. Insomma tutto e il contrario di tutto, e per molti versi sembra che la scienza sia tornata a procedere a tentoni, a brancolare in una coltre nebbia sanitaria, comunicativa e istituzionale già attraversata.

Una storia che riporta inevitabilmente alla mente inquietanti scene di tre inverni fa: le prime accorate arringhe televisive dei virologi sul termine “pandemia“, i camion militari visti sfilare a Bergamo, zeppi di bare accavallate in cui giacevano i corpi dei positivi che non ce l’avevano fatta, le selezioni terapeutiche tra centinaia di pazienti sull’orlo della vita. Il 6 marzo 2020, proprio quando in Italia mancavano dispositivi di protezione, ventilatori, posti letto in terapia intensiva, la Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva pubblicò le “Raccomandazioni di etica clinica per l’ammissione a trattamenti intensivi e per la loro sospensione, in condizioni eccezionali di squilibrio tra necessità e risorse disponibili“. Un documento di straordinaria razionalità, composto da 15 linee guida e facente parte della cosiddetta “medicina delle catastrofi“, che aveva lo scopo di supportare i professionisti sanitari nel decidere a chi permettere l’accesso al triage, cercando si salvare gli individui conmaggior speranza di vita” e aiutando gli stessi operatori a superare il dramma dei bivi che erano costretti a imboccare.

Tra quei medici che hanno vissuto l’angoscia del dover scegliere chi intubare c’era il dottor Marco Vergano, anestesista rianimatore all’Ospedale San Giovanni Bosco di Torino e membro della Consulta di Bioetica. Si tratta di colui che si occupò della stesura di quelle discusse e delicate raccomandazioni, all’epoca coordinatore della Sezione di Bioetica della Siaarti, di cui oggi è socio. Lo abbiamo intervistato e abbiamo scelto di inaugurare con lui il nostro primo appuntamento in merito a temi di riflessione etica, civile e scientifica, una serie di approfondimenti nati in collaborazione con la Consulta con cui abbiamo già discusso di aborto, maternità surrogata, eutanasia, suicidio assistito e testamento biologico.

Dottore, i 15 punti stilati in piena pandemia con la Siaarti sono stati molto criticati, tanto che qualcuno vi ha addirittura accusato di aver giocato a fare Dio. Come avete fatto a fare una scelta così difficile?
“È stata una scelta veramente difficile, una settimana molto convulsa. Era inizio marzo del 2020 e non credo che tutti avessero percezione di quello che stava succedendo negli ospedali italiani, credo che gli stessi colleghi e molti di noi non si rendessero conto di che cosa stesse accadendo in ospedali non troppo lontani da loro. Si trattava di una situazione catastrofica senza precedenti, arrivavano centinaia di pazienti in ciascun Pronto Soccorso con insufficienza respiratoria grave e nel giro di pochi giorni ci si è resi conto che c’erano risorse a volte drammaticamente insufficienti, pur facendo tutti gli sforzi possibili per trasferire, lavorare in rete, ampliare posti letto ordinari, semintensivi e intensivi. Cercammo di consultarci e organizzammo in fretta un piccolo gruppo di scrittura che coordinai. Il documento che ne è poi uscito è stato molto discusso anche all’interno del direttivo, ma allo stesso tempo è stato anche molto appoggiato dall’allora presidente, la professoressa Petrini, che fece una scelta decisamente coraggiosa. Credo che sia stato un atto molto tempestivo e sicuramente pieno di difetti, perché, come dicono gli anglosassoni, si tratta di un documento “quick and dirty”, che ovviamente non ha potuto seguire un rigore metodologico di linee e raccomandazioni di buona pratica clinica ordinaria; infatti se ci avessimo mesi per scriverlo sarebbe arrivato in un momento in cui già non serviva più. Le 15 raccomandazioni sono state realizzate in tempi brevissimi cercando di scriverle al meglio e in modo coeso, ma ci siamo inevitabilmente attirati numerosi apprezzamenti e critiche; in molti ambienti quelle linee guida sono state strumentalizzate. Sicuramente non è stato facile stilare dei criteri di scelta, però era l’unica cosa che potevamo fare in quel momento”.

Come avete comunicato ai pazienti più fragili di non poterli ricoverare?
“Non lo so onestamente, perché non ho avuto dei feedback, a parte racconti aneddotici da parte di molti colleghi di come sia stata effettivamente gestita la comunicazione in tutte le realtà in cui molte di queste scelte sono state compiute. Penso che sicuramente si percepisse a livello di popolazione che erano situazioni assolutamente straordinarie, scenari senza precedenti, c’era una frattura nella comunicazione e soprattutto nella presenza di familiari negli ospedali. Questi ultimi erano blindati, erano riservati quasi esclusivamente a pazienti Covid e si cercava di fare il possibile, il meglio che si potesse per un paziente, anche quando non si riuscivano ad avere risorse per tutti. La comunicazione con i pazienti, in particolare con quelli più gravi e intensivi come i nostri, era spesso molto carente in quelle fasi. D’altronde anche in situazioni non di emergenza pandemica è molto difficile dire a una persona che si trova in condizioni critiche e di stress respiratorio. Purtroppo la comunicazione con il paziente e i familiari è qualcosa che arriva spesso dopo. Non penso che ci sia stata una completa trasparenza nello spiegare a tutti o alla popolazione in generale che in quel momento stavamo lavorando con criteri di crisi e non ordinari, questa non è solo una responsabilità degli operatori sanitari, ma politica e istituzionale”.

Quando è esploso il covid il sistema sanitario non ha retto. Dottore, se dovesse ripresentarsi un’emergenza pandemica simile o peggiore, come sta accadendo in Cina, saremmo pronti ora?
“Penso che nessun sistema sanitario avrebbe potuto reggere in quelle condizioni, poi dire che non ha retto significa dare un giudizio con il senno di poi. In realtà sono stati fatti degli sforzi straordinari, raddoppiati i letti di terapie intensive nel giro di poche settimane che è una cosa che ha quasi dell’incredibile, ovviamente togliendo risorse ad altro, come ad esempio alla chirurgia elettiva. Nella prima ondata pandemica del 2020 si sono operati solo pazienti in regime di urgenza per settimane e settimane, sono saltate tutte le liste operatorie, perché le risorse non sono infinite e se si dedicano a qualcosa bisogna toglierle ad altro. Però sono stati fatti sforzi incredibili e tutto sommato non credo che il nostro servizio sanitario sia imploso. Chiaramente sono state esposte e portate alla luce tante carenze che si conoscevano da anni, insufficienze venute fuori maggiormente nel momento in cui è salita la pressione sugli ospedali e sui territori”.

Queste 15 raccomandazioni potrebbero essere rimesse in pratica in altre situazioni di emergenza sanitaria?
“Se succederà qualcosa per cui ci sarà di nuovo una sproporzione sanitaria importante oppure anche peggiore, come la guerra nucleare, caso in cui la pandemia sembrerebbe una passeggiata a confronto, alcuni di questi concetti, magari in forma diversa, saranno assolutamente necessari e utili”.

La pandemia ci ha allontanati, perlomeno fisicamente, e non ci ha permesso di poter stare vicino ai propri cari, ai più fragili, a coloro che erano ricoverati in ospedale o in Rsa… 
“Sì. Questa è stata una delle cose più destruenti che continua a persistere ancora oggi in molte realtà sanitarie. Credo sia importante dire che è inutile continuare a trattare il Covid negli ospedali come se fossimo ancora a dicembre 2020, così come è assurdo vedere ancora operatori con le tute, quando basterebbe indossare solo le mascherine ffp2. Oggi permane un’inerzia pazzesca nell’aggiornarsi, nel rilassare le misure. Si continuano a fare tamponi molecolari, addirittura a pazienti non fragili per cui il Covid di fatto è ormai quasi come un’influenza. Tutto ciò non serve a nulla. Ripeto, bisogna superare la frattura comunicativa presente negli ambienti sanitari. Non è possibile che se una persona si ricovera per il femore rotto o per un ictus e, al tampone di routine risulta positiva, e poi purtroppo muore a causa delle patologie con cui è entrata in ospedale, i familiari non possono assisterla fino all’ultimo respiro, né vestire la sua salma o vederla esposta. Oggi ci sono ancora degli hospice in cui solo due familiari negativi di un paziente in fin di vita, a sua volta negativo, possono fargli visita. Se poi vi è malauguratamente un altro figlio dell’ammalato, quel giovane diventa la terza persona che non può assistere il suo papà morente. Tutto ciò a causa di assurde regole Covid, che erano già ingiustificate nel 2020, in quanto violazione dei diritti umani, ma sono ancora più insensate nel 2022 soprattutto dal punto di vista epidemiologico scientifico. Pensare che un familiare non possa andare a trovare un proprio caro in ospedale e poi possa uscire, andare al cinema o in pizzeria è sempre stato un controsenso”.

Pensa che questa “inerzia nel rilassare le misure” vada superata anche alla luce degli ultimi timori per l’arrivo di una nuova ondata dalla Cina?
“In realtà non mi aspetto grandi novità, a meno che non emerga una nuova variante inattesa. Ma la Cina è così attualmente perché ha perseguito una strategia zero Covid con restrizioni molto dure e un vaccino inefficace. Se anche arrivassero casi da noi, la nostra popolazione è in stragrande maggioranza protetta. Sono sempre dello stesso parere, le restrizioni alle visite sono inaccettabili anche se dovesse arrivare una nuova ondata di pazienti gravi, cosa improbabile”.

Il Governo con il decreto “anti rave” ha sospeso le multe per i no vax, riammettendo in ospedale medici e infermieri non vaccinati. Però molti al momento non sono ancora riusciti a riprendere il proprio posto di lavoro. Che ne pensa?
“Credo che alla fine sia stata una mossa politica per strizzare l’occhio a chi è stato negli anni un po’ cospirazionista, un negazionista della pandemia, un no vax. C’è stata tantissima polarizzazione, forse eccessiva o con un’eccessiva visibilità. Devo dire che dal nostro punto di vista in ospedale sia la sospensione che il reintegro dei sanitari non vaccinati, a parte qualche esempio un po’ più eclatante, è veramente irrilevante. Nella mia realtà abbiamo meno dell’1% dei sanitari non vaccinati, il fatto che siano stati sospesi o abbiano continuato a lavorare non ci ha spostato nulla. Penso che sia più una questione politica, un messaggio da lanciare. Adesso noi abbiamo buona parte della popolazione vaccinata, è una situazione radicalmente diversa rispetto all’anno scorso e soprattutto a due anni fa. Non dico che la pandemia è finita, ma è finita la fase di emergenza pandemica, quindi il Covid è ormai uno dei tanti virus stagionali che sta girando e crea qualche problema organizzativo, ma siamo lontanissimi dalla situazione che avevamo nei due inverni scorsi”.

Tra il 2010 e il 2020 in Italia sono stati chiusi 111 ospedali e 113 pronto soccorsi, tagliati 37mila posti letto. Mancano al momento 29mila professionisti sanitari. Perché i medici sono tornati a essere invisibili?
“Questo è un discorso enorme, credo che la chiusura di alcuni ospedali e pronto soccorsi sia assolutamente legittima, perché la medicina sta cambiando e non si può pensare di avere adesso le stesse tipologie di presidi ospedalieri che si avevano dieci o trent’anni fa. Oggi si ha diritto a cure specialistiche ad alta complessità per cui si lavora sempre più in regime di rete, di “hub and spoke”, di ospedali periferici che trasferiscono per competenza specialistica in altri ospedali. Vi è, però, sicuramente un definanziamento che continua da decenni a favore di un privato convenzionato, e questa è invece una scelta politica precisa perché mina alla base i principi di universalità, uguaglianza e di accesso alle cure, su cui si è sempre fondato il nostro sistema sanitario nazionale. Si tratta di una deriva pericolosa e mi spiace, perché io ho sempre lavorato nel pubblico, ci tengo tantissimo a difenderlo e vederlo in qualche modo sgretolarsi in alcuni aspetti è una cosa dolorosa. Noi siamo sempre stati un po’ invisibili, lo siamo tutt’ora credo, perché la vera percezione di ciò che succede in alcuni ambienti si ha soltanto quando li si va a toccare con mano. Qualche giorno fa è uscita l’intervista molto dura di un collega, in cui racconta le condizioni precarie di un pronto soccorso piemontese, denuncia che non ci ha stupito per niente perché si tratta di una situazione ordinaria in tutti i nostri ospedali. La risposta della politica a questo è stata minacciare di commissariare quel pronto soccorso come se ciò che succede lì fosse un’anomalia”.

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