mercoledì, 5 Ottobre 2022

In morte del Calcio: per un nuovo manifesto luddista contro la tecnocrazia del VAR

Non ci interessa se il VAR possa essere più o meno conciliabile con il gioco del calcio perché lo stesso VAR, applicato al calcio, è di fatto un abominio ideologico. L'idea che si possa porre rimedio all'imperfettibilità umana con l'ausilio distopico della tecnologia.

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È il 19 agosto 2017. Siamo all’Allianz Stadium di Torino, tempio della Juventus di Max Allegri, quando la storia del calcio italiano, così come abbiamo imparato a conoscerlo ed amarlo, cambia per sempre. Si gioca Juve – Cagliari, valevole per la prima giornata di campionato della stagione 2017/2018. I bianconeri sono una corazzata. Reduci da 6 scudetti consecutivi, si apprestano a mettere in bacheca, con relativa agilità, anche i successivi tre campionati. Di fronte c’è un avversario modesto. Un Cagliari capitanato da Fabio Liverani, che al termine della stagione strapperà a stento una rognosa salvezza.

La partita fila via liscia quando, al 37esimo minuto di gioco, sul punteggio di 1 a 0 per i padroni di casa, l’arbitro dell’incontro, il napoletano Fabio Maresca, concede agli ospiti un calcio di rigore. Alla decisione del direttore di gara, come spesso accade, seguono screzi e battibecchi tra i protagonisti in campo. Questa volta, però, il parapiglia generale viene prontamente interrotto da un gesto inusuale dell’arbitro.

Maresca si allontana leggermente dal gruppetto di giocatori radunatosi attorno alla sua persona. Emette un fischio lungo e secco, identico a tutti quanti gli altri variamente disseminati sui campi dello Stivale dal 1898 in poi, eppure così profondamente diverso. Segue un ampio gesto con entrambe le mani, a simulare la forma rettangolare di uno schermo. Di un monitor. Per la prima volta nell’ultracentenaria storia del campionato italiano di calcio, il direttore di gara ricorre ufficialmente all’utilizzo della tecnologia per prendere una decisione di gioco.

Siamo di fronte alla frattura tra due epoche. Il Prima e il Dopo nell’esistenza di questo sport. La fine del calcio di Ieri e l’inizio del calcio di Domani. Fa il suo ingresso nella Storia il Video Assistant Referee. Al secolo, il VAR. Sul dischetto si presenta Diego Farias, e il rigore viene respinto da Gigi Buffon. L’incontro scivola docilmente fino al 90esimo senza altri sussulti, fissando il punteggio finale sul 3 a 0 per la Juventus. Nelle consuete analisi postgara, tuttavia, risultato e prestazioni passano in secondo piano. A tenere banco è, quasi esclusivamente, l’accesa discussione sull’utilizzo del neonato aggeggio.

Il VAR, infatti, nei mesi precedenti al suo esordio in campo, se non addirittura negli anni, ha letteralmente spaccato in due l’opinione pubblica italiana. Da una parte, i sostenitori accaniti dell’ultimo ritrovato tecnologico. Dall’altra, i suoi intransigenti detrattori. I primi, fieri sbandieratori del vessillo progressista, animati da uno spirito integralista di irrinunciabile ascesa verso un gioco completamente depurato dall’errore arbitrale. I secondi, nostalgicamente arroccati a difesa di un calcio già sfumato da decenni.

Spingiamo avanti le lancette del tempo. Siamo all’11 settembre 2022. Da quel fatidico pomeriggio dello Stadium sono passati poco più di 5 anni. Lo scenario è il medesimo, ma tante cose sono cambiate. La Juventus non è più la schiacciasassi di allora e, dopo un immenso giro di vendittiana memoria, è tornata in mano al suo vecchio amore Max Allegri. Questa volta ha di fronte a sé la Salernitana di Davide Nicola, reduce da un’insperata salvezza agguantata al cardiopalma nella stagione precedente e da un filotto di risultati utili consecutivi in quella attuale. La partita si mette nel peggiore dei modi per i bianconeri, e il primo tempo termina con gli ospiti in vantaggio per due reti a zero.

Nella ripresa i padroni di casa riescono, tra alti e bassi, a rimettere in piedi il risultato, e a portarsi sul 2 pari. È il 95esimo minuto di gioco, quando si consuma la più grande tragicommedia della storia recente di questo sport. Sul corner battuto da Juan Cuadrado, impatta il pallone di testa Arkadiusz Milik, spiazzando l’incolpevole Sepe e regalando alla sua squadra una impronosticabile rimonta. Il direttore di gara, però, l’esordiente Marcenaro, dopo un consulto con la Sala VAR, interrompe l’orgiastica esaltazione dello Stadium e sentenzia: non è gol. Leonardo Bonucci, nel tentativo di colpire il pallone, solo sfiorandolo, ha inevitabilmente preso parte in maniera attiva all’azione di gioco. La rete, regolamento alla mano, è irregolare.

La decisione, naturalmente, viene mal digerita dai bianconeri. In campo si scatena una patetica corrida per nulla dissimile a quelle precedenti all’introduzione della tecnologia, e il signor Marcenaro, del tutto preda degli eventi, sventola cartellini rossi senza curarsi troppo delle circostanze. Al termine della gara la polemica è la solita. Quella di 10, 20, 50, 100 anni fa. Quella nata col gioco e che, bontà loro, si vorrebbe eliminare. Nei giorni successivi verrà appurato che il gol di Milik era regolare. Che Candreva, nella parte bassa del teleschermo, in una posizione irrintracciabile persino per il Grande Fratello del VAR, teneva in gioco tutti. Che la Juventus, di fatto, è stata defraudata di 2 punti in classifica.

Seguiranno recriminazioni, grida allo scandalo, improperi contro una classe arbitrale non adeguata e battute a più voci che, come sempre accaduto e sempre accadrà, finiranno dritte nel dimenticatoio. Le domande che tutti si pongono diventano sostanzialmente due. La tecnologia, così concepita, è davvero applicabile al calcio? E il calcio, a sua volta, è pronto a sottostare ai dettami della tecnologia? Ecco, è proprio questo il punto. A noi, di tutto ciò, non importa affatto.

Non ci interessa se il VAR possa essere più o meno conciliabile con il gioco del calcio perché lo stesso VAR, applicato al calcio, è di fatto un abominio ideologico. L’idea che si possa porre rimedio all’imperfettibilità umana con l’ausilio distopico della tecnologia. È già accaduto nella storia del mondo, però, che l’uomo si ribellasse alla sottomissione della macchina. Siamo, questa volta, nell’Inghilterra del XIX secolo. Il contesto e la portata storica, naturalmente, sono ampiamente differenti. Eppure, metaforicamente intesi, non troppo distanti da quello di cui stiamo parlando.

Il movimento operaio britannico è alle corde. Macchinari come il telaio meccanico, introdotti durante la rivoluzione industriale, hanno gradualmente sostituito il lavoro manuale, minacciando, di fatto, il sostentamento della classe lavoratrice salariata. Nel 1779, però, ispirati dall’atto insurrezionalista di un collega probabilmente mai esistito per davvero, tale Ned Ludd, gli operai insorgono. E nel giro di poco tempo distruggono uno dopo l’altro tutti i telai meccanici presenti nelle rispettive fabbriche.

Quello di cui il calcio italiano ha bisogno, oggi, per sopravvivere alla deriva tecnocratica che, in linea con altri aspetti meno ludici della vita, il nostro Paese ha intrapreso, è un vero e proprio manifesto di stampo luddista, che si impegni a combattere strenuamente l’avanzamento antiestetico della tecnologia nello sport. Un movimento d’idee che, anziché arrovellarsi sull’ultimo ritrovato tecnologico per cancellare quel poco di poesia e di epica che rimane a questo gioco, si preoccupi piuttosto di sollevare altro genere di tematiche.

Quali, ad esempio, l’imminente inizio di un Campionato del Mondo letteralmente intriso di sangue. Che, disputato in una petrolmonarchia in cui vige la Sharia islamica su cui si fonda il pensiero di organizzazioni terroristiche come l’ISIS, si porta addosso la macchia indelebile di oltre 6.500 lavoratori morti nella costruzione degli stadi. O, rimanendo tra le mura di casa nostra, un movimento che rimetta al centro del dibattito sportivo il divario esistente tra Nord e Sud anche nel calcio: quest’anno, in Serie A, sono 5 le compagini del Centro e del Sud Italia. A fronte delle 15 del Nord. Per l’ultimo campionato vinto da una squadra meridionale, invece, bisogna tornare indietro alla stagione 2000/2001.

Qualcuno o qualcosa, insomma, che invece di smaniare istericamente per l’unghia del piede oltre la linea del fuorigioco o per la manina più o meno in linea con il movimento del corpo, restituisca al gioco più seguito del mondo quella dignità che prima le restrizioni selvagge e indiscriminate ai danni del tifo organizzato e poi l’introduzione della tecnologia hanno lentamente sottratto. Il sentimento estatico del tifoso e l’esplosione catartica dello stadio al momento del gol non sono più sacrificabili sull’altare dell’infallibilità tecnicista del VAR. Confutata definitivamente, semmai ce ne fosse ancora bisogno, dai fatti di Torino. Forse è già troppo tardi per tornare indietro, persi come siamo dietro la polemica sterile sul pelo in fuorigioco. Oppure possiamo, novelli Prometeo, confidare in una nuova, imminente, stagione luddista sui campi di Serie A.

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