venerdì, 19 Agosto 2022

Didattica a misura di studente, il disegno pedagogico di Mariano Laudisi: “Insegno la felicità tra i banchi di scuola”

Il progetto, esteso su scala nazionale, conta su una rete di 22 istituti scolastici. E poggia sul contributo di una serie di professionisti del settore attivamente impegnati nella realizzazione di un percorso trasversale che contemperi sia la formazione scolastica che quella emotiva ed introspettiva degli allievi.

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Ama il prossimo tuo come te stesso. Il disegno pedagogico “Le Scuole della Felicità” nasce dalla riflessione laica sul significato profondo del Grande Comandamento. Ideatore del progetto è il professore foggiano Mariano Laudisi, docente di Lettere presso l’Istituto Comprensivo Virgilio-Salandra di Troia, in provincia di Foggia. Coadiuvato dalla dirigente scolastica Maria Michela Ciampi, il professore ha dato vita, nel corso degli anni, a un’esperienza formativa che, partendo dalla realtà scolastica, ha allargato il suo raggio d’azione a ogni ambito della sfera sociale. Oggi il progetto, esteso su scala nazionale, conta su una rete di 22 istituti scolastici situati in ogni regione d’Italia. E poggia sul contributo partecipe di una serie di professionisti del settore attivamente impegnati nella realizzazione di un percorso trasversale, che contemperi sia la formazione scolastica che quella emotiva e introspettiva degli allievi. Un modello pedagogico rivoluzionario, che affonda le radici nel sistema scolastico danese, da decenni ai vertici delle graduatorie sul livello di felicità e realizzazione personale dei suoi discenti. 

“Felicità” è appunto la parola chiave di tale programma. Il professor Laudisi, nello studio accurato di tale espressione, ha scorto la possibilità di attribuire concretamente questo concetto alla didattica italiana. Nel farlo, ha scelto di partire dal già citato monito biblico, evidenziandone le ultime tre parole: come te stesso. Non un invito a praticare forme di egoismo, spiega il professore, ma un processo introspettivo che conduca a una profonda osservazione di se stessi e del tempo che ci si dedica realmente. Siamo andati a parlare direttamente con il professor Laudisi, per ascoltare da vicino e toccare con mano l’ideazione e i risultati del suo metodo di lavoro.

Il suo progetto pedagogico si ispira apertamente al modello scolastico danese, considerato uno dei più completi, proficui e performanti al mondo. Ci racconta la genesi di questa idea, e in che modo la sta applicando alla scuola italiana?
Sì, è vero. Il progetto, in effetti, prende le mosse da un interesse specifico per quello che è il metodo scolastico danese. La Danimarca, da anni, ha sviluppato un sistema pedagogico che consente ai suoi studenti, e di conseguenza ai suoi cittadini, di sperimentare delle forme di elevata fiducia sociale reciproca, nonché di autonomia e di libertà personale. Il metodo danese, però, è stato solo il punto di partenza di questo piano. Nel tempo, infatti, ho cercato di calare determinato approccio alla didattica nel contesto della realtà scolastica italiana.  Purtroppo, noi possediamo una cultura piuttosto avulsa rispetto al concetto di benessere personale, perché lo identifichiamo come una forma di egoismo. Qualcosa di non confacente al nostro modo di approcciare al mondo. Invece, la cura di se stessi e del proprio benessere psicologico è fondamentale nel percorso di vita di un individuo. Il mio è, di fatto, il tentativo di declinare le tecniche della psicologia positiva e della Programmazione neurolinguistica alla didattica italiana. Con il supporto di numerosi partner, stiamo portando avanti, contestualmente, un percorso riguardante l’alimentazione con lo chef Peppe Zullo, e uno di stampo matematico-scientifico collegato alle neuroscienze. Dai miei studi, infatti, mi sono reso conto che è possibile sostituire a un modello tossico uno positivo, tramite dei solchi neuronali che, naturalmente, vanno correttamente indirizzati. 

In cosa consiste per lei il concetto di felicità?
Io considero la felicità una competenza. Faccio questa distinzione: esistono, a mio avviso, una felicità edonica ed una felicità eudemonica. La prima è certamente piacevole, ma effimera. Svanisce a distanza di poco tempo dall’evento che l’ha scaturita. Ai miei alunni, invece, cerco di inculcare la competenza della felicità. Tale in quanto eudemonica. Quello che sto cercando di costruire in loro è un modello di felicità stabile nel tempo. Per compiere ciò, naturalmente, esistono delle conoscenze specifiche che vanno adeguatamente applicate. In maniera convinta, mi permetto di aggiungere. Io posso offrire ai ragazzi delle tecniche, ma queste tecniche vanno calate in un percorso di crescita interiore. Sintetizzando, quello che vado a mettere in pratica è un processo di destrutturazione di un pensiero negativo. Oggi i numeri sono allarmanti. Secondo i dati che ho raccolto, circa 10 milioni di italiani fanno attualmente uso di psicofarmaci. In tutto ciò, la pandemia non ha fatto altro che acuire una situazione già di per sé molto preoccupante. L’Università Bicocca di Milano, inoltre, ha calcolato che il 25% dei disturbi depressivi colpisce bambini in fascia pediatrica. Non possiamo più nasconderci. Bisogna parlarne e fare prevenzione. Il mio sogno è quello di riuscire a far riconoscere questo progetto come un modello preventivo da questo punto di vista.

Com’è possibile applicare un metodo del genere riuscendo comunque a insegnare le discipline tradizionali?
Le rispondo che con questo metodo non solo si riescono a insegnare le discipline tradizionali, ma addirittura queste ultime vengono implementate. Durante il percorso, infatti, gli alunni scrivono molto. Io, dunque, correggo loro la grammatica, la sintassi, i contenuti e il modo di esprimersi. Inoltre, faccio molta attenzione all’oralità, al public speaking e al linguaggio non verbale. Ma, attenzione, questo programma non concerne esclusivamente le materie scolastiche di cui mi occupo in prima persona. Prendiamo l’educazione fisica, per esempio. È impossibile, a mio avviso, scindere tale disciplina da esperienze quali la meditazione, il rilassamento, il mindfulness e lo yoga della risata. Abbiamo già parlato, invece, delle scienze e della matematica, e di quanto siano fondamentali, in questo senso, le associazioni neuronali. Un percorso di questo tipo migliora drasticamente il rapporto del discente con la vita scolastica, aiutandolo a gestire l’ansia da prova, che sia compito in classe o interrogazione. L’obiettivo è quello di evitare che le prove poste dal mondo scolastico si trasformino in esperienze traumatiche per gli allievi. Troppo spesso un rapporto ostile con le prove scolastiche diviene pervasivo e permanente anche dopo il termine del periodo di formazione. Ovviamente, il mio è un progetto in divenire. Il metodo che ho approntato non è affatto statico e definitivo. Anzi, è l’inizio di un percorso più ampio, che abbraccia tanti altri ambiti della sfera sociale.

Quanto è distante, oggi, il modello scolastico italiano rispetto a quello danese?
In questo momento, a dire il vero, non vedo più un modello danese a cui ispirarmi. Sono estremamente radicato sulla concezione che ogni individuo, nella sua diversità, abbia un potenziale enorme. Difficile da quantificare numericamente, come richiede la didattica italiana. Il mio compito, nello specifico, è quello di tirare fuori dall’allievo questo potenziale. Le potenzialità di ognuno, però, in molti casi vengono offuscate da alcuni fattori esterni, che possono dipendere da determinate condizioni famigliari, da traumi subiti o da esperienze vissute male. In questi casi va a finire che l’individuo sprofondi in una situazione d’impotenza, in cui non prova neanche a mettere in pratica queste potenzialità. Il vero fallimento della scuola non è quando non si riesce a tirare fuori il letterato o il matematico, ma l’uomo. È in questo che, in quanto docente, mi sento maggiormente responsabile. Sta tutta qui l’essenza di questo progetto. 

Che risposte ha avuto dalla politica sia a livello locale che nazionale?
Ho avuto diversi contatti positivi con la Regione Puglia. Diverse realtà locali e nazionali si sono dette realmente interessate al progetto. Alcune case editrici, addirittura, ci hanno già proposto delle forme di collaborazione. La mia è un’esperienza triennale che va ad arricchire lo spettro dell’offerta formativa tutt’ora vigente. In questo senso, ci tengo a sottolineare che gli esperimenti portati avanti sono tutti già stati misurati a livello empirico e scientifico. Io vado semplicemente a riproporli nella didattica. 

I suoi alunni come hanno reagito a questo nuovo modo di fare lezione e di vivere la realtà scolastica?
Le rispondo a più ampio spettro, poiché il progetto abbraccia una fascia d’età particolarmente vasta. Parte dal micronido e arriva fino alla scuola secondaria di secondo grado. Nello specifico, da parte delle scuole elementari c’è grande apertura, poiché loro sono già estremamente avvezzi a un discorso empatico ed emozionale. Qualche resistenza in più si avverte, invece, a livello superiore. Però, posso affermare che ci sono tantissimi docenti disposti ad affrontare un percorso del genere, con cui risulta molto piacevole lavorare. Col tempo mi sto rendendo conto che c’è, effettivamente, quest’esigenza di cambiamento. Ammetto che all’inizio gli alunni avvertono un po’ di spaesamento e timore, non essendo abituati a questo modo di lavorare. Ma, immediatamente, a questi sentimenti si sostituiscono i tratti caratteristici dei ragazzi di quest’età: parlo di stupore, curiosità, e di un’apertura mentale pazzesca. Già a partire dalla prima media riscontro delle riflessioni successive alle esperienze di meditazione davvero sorprendenti. Astrazioni inusuali per ragazzi così giovani. Il consiglio che offro ai docenti che vogliono intraprendere un percorso di questo tipo è quello di non indietreggiare mai di fronte alle prime difficoltà. Anzi, invito a osare molto in questo senso. 

Ha creato una fitta rete di collaborazioni che si articola tra alunni, insegnanti, scuole e personalità vicine al mondo della formazione provenienti da tutta Italia. Qual è stata, secondo lei, la chiave di tanto successo?
La ringrazio per la domanda e nel risponderle mi rifaccio a ciò che spesso mi hanno riferito i colleghi. In tanti mi hanno detto di possedere una scintilla interiore volta ad un cambio di paradigma nel metodo d’insegnamento. Ma altrettanti hanno confermato di avere bisogno di qualcuno che le desse seguito. Io, dunque, faccio appello ai tantissimi docenti che avvertono questo bisogno. Chiedo loro di non avere timore, ma di mettere a disposizione tutte le loro competenze e le loro qualità per offrire nuove prospettive ai nostri ragazzi. Quindi, in definitiva, credo che la chiave di tanto successo sia stata la mia passione, ricambiata dai colleghi che hanno deciso di sposare il progetto. 

Vede possibile, nel breve periodo, un cambiamento radicale della didattica Italiana? O ritiene che sia un processo da affrontare in modo più graduale?
Non solo lo ritengo possibile, ma addirittura urgente. Ritengo che non ci sia più tempo a disposizione. È un’urgenza dettata dal benessere che abbiamo il dovere di lasciare in eredità ai nostri alunni. Ormai non è più tempo di aspettare. Il Covid ha accelerato questo processo. Ora sta a noi decidere. Decidere vuol dire “tagliare via”. La decisione, dice Anthony Robbins, è diversa dalla voglia. La decisione è quando si dichiara in maniera netta l’obiettivo che si intende raggiungere. E da quel momento si inizia ad agire in una determinata direzione. Un cambiamento senza azione è nulla. È teoria. È sogno. Tra il proposito e il cambiamento passa l’azione. Senza azione, non si fa nulla. 

Ritiene necessario rivedere la struttura scolastica anche da un punto di vista numerico, in modo tale da consentire al docente di lavorare in maniera più chirurgica su ogni singolo discente?
Sicuramente l’attuale struttura può essere un deterrente, ma non voglio alibi. Non è più tempo di scuse. In generale, siamo un po’ troppo portati a piangerci addosso. È vero, abbiamo scuole fatiscenti, spazi inadeguati, classi pollaio. Non si può, naturalmente, pensare a una didattica personalizzata. Ma non possiamo fermarci.

C’è qualche pensatore o qualche corrente di pensiero da cui ha mutuato le caratteristiche che poi ha attribuito al suo progetto?
Principalmente mi sono rifatto al padre della psicologia positiva, Martin Seligman, e a un luminare di tale disciplina, Shawn Achor. In più, sto partecipando a un corso di formazione sulla PNL del numero uno in Europa che è Roberto Re. Non disdico, inoltre, le letture di Anthony Robbins. La figura del docente, invece, l’ho sempre intesa come quella del professor Keating ne “L’Attimo Fuggente” di Peter Weir, magistralmente interpretata da uno straordinario Robin Williams. Lo stesso Williams è stato per me un paradigma importante. Anche pellicole come “Genio Ribelle” di van Sant e “La Ricerca della Felicità” di Muccino sono state per me fonte di grande ispirazione. Una personalità con cui riesco a trovare molti punti in comune è Alessandro D’Avenia. In generale, tutti coloro che si interessano al benessere dell’uomo, del ragazzo, sono per me esempi da seguire.

Il suo progetto è piuttosto atipico rispetto alla didattica del nostro Paese. Ha maturato, in ambito scolastico, delle esperienze che l’hanno portata a ritenere inefficaci i metodi di lavoro classici?
Dei momenti chiave in questo senso li ho vissuti durante la gavetta da docente. Un’esperienza importante nella formulazione del mio programma è stato il progetto “Diritti a scuola”, un percorso tutto pugliese sotto la guida della Giunta Vendola, in cui ci veniva affidata una parte della classe con determinate difficoltà. Nonché nella mia esperienza da insegnante di sostegno, prima di diventare docente di ruolo. Ho avuto modo di toccare con mano la fragilità, ma anche il grande talento nascosto di molti ragazzi. Un talento pazzesco. Artistico, creativo. Che purtroppo non trovava spazio nelle ore tradizionali della didattica. Ricordo, in particolare, un ragazzo che oggi non c’è più. Una mente brillante, con innate doti da leader. Queste esperienze le porto nel cuore, e sono state determinanti nell’ideazione del progetto.

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