sabato, 20 Agosto 2022

Paolo Borsellino, 30 anni dopo la strage. Mattarella: “Ricordare vuol dire tutelare il valore della legge”

"Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore solo una volta": a trent'anni dalla strage di Via D'Amelio a Palermo del 19 luglio 1992, l'Italia ricorda il Giudice Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta morti a seguito dell'esplosione di un'autobomba.

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Sono trascorsi esattamente trent’anni da quando le autoradio della Polizia, da via Mariano d’Amelio, comunicarono alla centrale l’apocalisse procurata dall’autobomba. Macchine in fiamme, palazzi “sventrati” e pezzi di cadaveri sull’asfalto. A perdere la vita il Giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta: Emanuela Loi, prima donna agente della Polizia di Stato a restare uccisa in servizio, insieme a Claudio Traina, Vincenzo Li Muli, Agostino Catalano e Walter Eddie Cosina. Antonio Vullo, l’unico sopravvissuto a quella catastrofe umana, ancora oggi non ricorda il rumore dell’esplosione, ma il buio che ne è seguito. La strage di Via D’Amelio del 19 luglio 1992, delle 16:58 a Palermo, non si dimentica.

“CHI HA PAURA MUORE OGNI GIORNO, CHI NON HA PAURA MUORE SOLO UNA VOLTA”

La morte, in quel caso, non è stata l’unica conseguenza dell’attacco terroristico: panico, paura, disordini e sgomento tra i cittadini. Quelle sì che possono chiamarsi conseguenze. Via D’Amelio è stato un colpo basso ed eversivo allo stesso tempo al cuore delle Istituzioni. Colpire loro per compromettere la sicurezza dello Stato, a livello istituzionale, ha prodotto un condizionamento del potere legislativo. Borsellino, in quel caso, è stato solo una pedina in una partita a scacchi che, purtroppo o per fortuna non si sa, ancora non ha dato il suo scacco matto. Borsellino, nei 57 giorni che hanno preceduto la sua dipartita, già sapeva di essere un “morto che cammina”, aveva ben compreso l’intreccio tra Cosa nostra e le sfere istituzionali, imprenditoriali e anche politiche. Non per questo, però, si è fermato. Si sa, chi si ferma è perduto. Ma avere il coraggio di andare avanti non è da tutti. Per Borsellino sì. Avere a che fare con collaboratori di Giustizia ne è stata la prova: Leonardo Messina, Gioacchino Schembri e Gaspare Mutolo sono stati alcuni di quelli che hanno confermato al Giudice che dietro l’angolo c’è sempre qualcuno pronto a “fregarti”. Mutolo, infatti, riferì che mentre Borsellino lo stava interrogando, aveva ricevuto una telefonata da parte del ministro dell’Interno.

Dopo trent’anni, giustizia è stata fatta. O almeno così pare: sono stati irrogati decine di ergastoli con plurimi verdetti della Corte di Cassazione e celebrati tre processi. È stato riconosciuto il coinvolgimento di Cosa Nostra nella deliberazione, ideazione ed esecuzione della strage con condanna definitiva dei componenti degli organi di vertice del sodalizio. Nonostante questo, le domande senza una risposta, a oggi, rimangono molte. Non si è appurato, infatti, chi azionò il telecomando che fece esplodere l’autobomba il 19 luglio 1992; la persona rimasta sconosciuta, indicata da Spatuzza, presente al momento della consegna della Fiat 126 nel garage di via Villasevaglios; chi sono gli infiltrati in via D’Amelio ai quali si riferiscono Mario Santo Di Matteo e la moglie nella nota intercettazione del loro dialogo; perché sia cessata la campagna stragista.

IN RICORDO DI PAOLO BORSELLINO

“Preservarne la memoria vuol dire rinnovare questo impegno nel tenace perseguimento del valore della legge, del diniego nei confronti del compromesso, dell’acquiescenza e dell’indifferenza che aprono la strada alla sopraffazione. Il suo ricordo impone di guardare alla realtà con spirito di verità, dal quale l’intera comunità non può prescindere. Quell’anelito di verità che è indispensabile nelle aule di giustizia affinché i processi ancora in corso disvelino appieno le responsabilità di quel crudele attentato e degli oscuri tentativi di deviare le indagini, consentendo così al Paese di fare luce sul proprio passato e poter progredire nel presente”. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ricorda quel giorno, trent’anni dopo. Paolo Borsellino, così come Giovanni Falcone, sono stati due grandi eroi della nostra storia che non bisogna ricordare solo per aver combattuto la mafia e tutto quello che le gravitava intorno. Sono stati uomini che non hanno mai abbassato la testa e se oggi fossero ancora qui avrebbero continuato a gridare a gran voce “La gente fa il tifo per noi”.

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