sabato, 20 Agosto 2022

Medicina d’urgenza, il 118 chiede aiuto. Balzanelli: “Sistema dell’emergenza abbandonato personale in fuga” – VIDEO

Sempre più ambulanze senza medico a bordo, con sovraccarico di pazienti sui pronto soccorso, numero unico delle emegenze attivo a macchia di leopardo e in sostituzione al 118 anzi che in affiancamento, con ritardi nella gestione delle risposte alla richiesta di aiuto, e molto altro. Con Mario Balzanelli presidente nazionale Sis 118 abbiamo fatto il punto sullo stato del sistema dell'emergenza-urgenza.

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“Il personale è letteralmente in fuga dal sistema 118, una desertificazione progressiva degli organici, che può essere sanata soltanto attrevarso un recupero di vettore valorizzativo, da parte del governo centrale e dai governi regionali, mettendo immediatamente mano ai contratti o a misure incentivanti. Se fare qualunque cosa rende di più in un contesto estremamente comodo, è chiaro che se ne vanno tutti. Dobbiamo tutelare il fatto che a bordo dei nostri mezzi di soccorso non scompaia la figura del medico, perché fa la differenza nel favorire e massimizzare le chance di sopravvivenza in caso di evento critico”. Mario Balzanelli è il presidente nazionale della Società Italiana Sistema 118, praticamente il più alto rapresentante, la voce di quelli che nel nostro Paese sono impegnati ogni giorno a salvare vite umane. È venuto a trovarci in redazione per presentare il Master in medicina di emergenza, organizzato da Comuncare impresa e dalla Lum con il patrocinio della Sis 118 e di cui è direttore scientifico, l’occasione era troppo ghiotta per non fare il punto sullo stato dell’arte del 118 in Italia.

Da più parti in tutta Italia, chi più chi meno, gli operatori spesso impiegati attraverso un giro di cooperative, chiedono di essere stabilizzati: “Prima che scoppiasse la pandemia abbiamo lanciato un allarme forte, abbiamo contestualizzato l’evidenza per cui il 118, chi ci viene a salvare quando rischiamo di morire, questo sistema è stato completamente abbandonato, dimenticato, depotenziato, disarticolato in modo assurdo. Chiediamo con urgenza un intervento a livello legislativo che migliori le condizioni di chi ci lavora, che non mortifichi i suoi operatori, ma che li valorizzi, perché dimostrano di essere veramante gli angeli custodi, come quando la gente applaudiva sui balconi durante il lockdown quando passavamo”.

Applausi certo, ma quello stesso personale si ritrova spesso aggredito e malmenato anche all’interno degli stessi ospedali, con mezzi di soccorso e ambulanze utilizzate come se fossero un taxi; viene da pensare che manchi la cultura dell’emergenza: “Il pronto soccorso non scoppia per abbnonzanda di codici rossi, quelli che rischiano di morire per interderci, scoppia per i codici banchi o i codici verdi. Intanto dimostriamo che col medico a bordo riusciamo a visitare, trattare e lasciare a casa anche molti codici gialli, situazioni di media complessità che vengono gestite e risolte al domicilio. Se non ci sono medici a bordo e il paziente deve essere necessariamente trasportato, creiamo un sovraccarico del pronto soccorso. Poi dobbiamo potenziare la medicina del territorio, i Punti di Primo Intervento, le postazioni medicalizzate fisse, non soltanto non vanno chiusi, ma vanno potenziati. Abbiamo PPIt che fanno 30mila prestazioni all’anno, senza le quali le persone andrebbero al pronto soccorso”.

“Il sitema dell’emergenza deve muoveri rapidamente, velocemente e in modo appropriato. Raccontare al telefono bugine, delle situazioni che poi non riscontriamo quando arriviamo sul posto, significa privare di un soccorso potenzialmente salvavita chi realmente si trovi in conidizioni gravissime, di pericolo di vita imminente. Deve essere rivisto anche l’impanto ospedaliero. Questa storia per cui le nostre ambulanze si impilano per ore davanti agli ospedali, bloccate, priva ulteriormente il soccorso tempo-dipendente ai pazienti critici di risposte efficaci, scopre il territorio. Se un mezzo sta 3 ore, 4 ore davanti a un ospedale, è inoperativo. È impossibile ritenere che questa storia non venga tecnicamente presa in esame poteziando tutto ciò che deve essere fatto perché questo non si verifichi. Vanno aumentate le ambulanze sul territorio. Il sistema dell’emergenza rischia il burn out, i ritmi massacranti, lo stress impressionante, non consentono di lavorare bene”.

Non bastasse, a tutto questo, e molto altro come ci ha detto nell’intervista il dottor Balzanelli, c’è poi la questione del numero unico per le emergenze 112, non ancora attivo in maniera capillare su tutto il territorio nazionale: “La legislazione europea sancisce che il 12 si affianca agli altur numeri di emergenza nazionali e non li sostituisce, non esiste una sola ragione dell’universo per cui qualcuno che sta per morire debba subire il ritardo di un passaggio tra due centrali operative quando l’Europa ti dice di non farlo. Chiediamo che il 112 venga implementato con un modello diverso, lasciando ai cittadini la possibilità, il diritto di accedere direttamente alle centrali operative. Ce ne siamo accorti durante la pendemia nelle regioni in cui era attivo il 112: la gente è morta in casa prima di avere una risposta“.

Uno degli aspetti fondamentali durante gli interventi in emergnza è la corretta comunicazione col paziente, si pensi alle lingue straniere, soprattuto in questo periodo di vancanze con grandi afflussi di stranieri, ma c’è anche la Lis, Lingua italiana dei segni, la cui conoscenza probabilmente non è poi così diffusa a bordo dei mezzi di soccorso, e il cui apprendimento non fa parte del percorso formativo propedeutico alla entrata in servizio del personale di emergenza urgenza. In questo senso abbiamo chiesto a Balzanelli un impegno: “Come Sis 118 siamo favorevoli a tutti i percorsi che migliorino la qualità del servizio, queste competenze che noi oggi non abbiamo possono e devono rappresentare un bagaglio formativo utile e messo in pratica”.

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