martedì, 16 Agosto 2022

Crisi di Governo, Draghi atteso al Senato: le ipotesi più accreditate tra i provvedimenti a rischio

Sono giorni cruciali per il Governo Draghi che parlerà al Senato. Se il Presidente del Consiglio non dovesse proseguire sono a rischio vari provvedimenti. Mentre chi ha appoggiato il Governo fino ad ora si dichiara disponibile ad un Draghi-bis. Situazione confusa nei 5 Stelle.

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Saranno giornate lunghissime quelle che stabiliranno le sorti definitive del Governo Draghi che, ormai, sembra essere arrivato al capolinea. La crisi politica innescata dalla decisione del Movimento 5 Stelle di non votare la fiducia al Governo sul cosiddetto Decreto Aiuti ha portato, nella giornata di ieri, alle dimissioni di Mario Draghi respinte in serata dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Una decisione prevedibile quella Capo dello Stato, che come da tradizione e nel rispetto delle sue funzioni istituzionali a tutela della Costituzione, si è mostrato restio alla fine anticipata della Legislatura. Tutto è rinviato a martedì 19 luglio quando il Presidente del Consiglio, di ritorno da una visita di Stato in Algeria che è stata accorciata rispetto ai tempi inizialmente previsti, si presenterà al Senato per fare una valutazione della situazione. Successivamente, probabilmente nella giornata di mercoledì, terminerà l’iter presentandosi alla Camera dei Deputati.

Le ipotesi

Da qui al giorno in cui Mario Draghi si presenterà alle Camere manca un’eternità. Quattro le ipotesi più accreditate: l’intesa, le dimissioni e il Draghi bis, le dimissioni e il governo di transizione o le dimissioni e le elezioni anticipate. Ipotesi che derivano dal fatto che il Presidente del Consiglio potrebbe limitarsi, nel suo discorso a Palazzo Madama e a Montecitorio , a spiegare le ragioni delle dimissioni senza alcun voto sul suo discorso, oppure potrebbe cercare di ottenere un nuovo mandato politico chiedendo un voto di fiducia, e presentando un programma per gli ultimi mesi di Governo prima della scadenza naturale della legislatura. Ma è chiaro che 4 giorni sono oggettivamente un periodo lunghissimo per i tempi dell’attuale politica italiana. Si prospettano giornate di trattative, negoziati e retroscena e non sono assolutamente escluse sorprese in un quadro confuso e poco delineato.

I provvedimenti a rischio

Nonostante l’approvazione del Decreto Aiuti, il Movimento 5 Stelle non ha votato la fiducia, facendo perdere la maggioranza al governo Draghi. In attesa del voto alle Camere, però, si aprono alcuni scenari sulle riforme e i provvedimenti che sarebbero a rischio: PNNR, Bollette e Benzina, Cuneo Fiscale, Pensioni, Bonus 200 euro, Ius Scholæ e legalizzazione della cannabis, fine vita e doppio cognome. Alcune di queste misure di natura economica sarebbero un aiuto immediato ai cittadini e servirebbero per mitigare, ad esempio, il costo del carburante e delle bollette. Le attuali riduzioni, per cui è necessaria una proroga, scadranno rispettivamente il 2 agosto e a settembre.

Le reazioni dei leader politici

La posizione più netta, come era ampiamente prevedibile, è quella di Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia; senza giri di parole ha twittato con un perentorio “basta scuse, basta giochi di palazzo: elezioni subito” dando degli irresponsabili ai pentastellati e accusando chi sostiene questo Governo di avere paura del giudizio degli italiani non risparmiando una stoccata agli alleati di centrodestra: “Considererei molto grave, non solo deludente, se alleati si prestassero in assenza di Draghi a portare avanti la legislatura e impedire ad italiani di votare. Per me è importante che non sia così”.  Non si è fatta attendere la risposta di Lega e Forza Italia. In una nota congiunta hanno fatto sapere che “il centrodestra di governo” non ha alcun timore del giudizio degli elettori e di “essere alternativi a chi non vota miliardi di aiuti alle famiglie, a chi si oppone a un termovalorizzatore fondamentale per ripulire Roma e tutelare così milioni di cittadini, a chi difende gli abusi e gli sprechi del reddito di cittadinanza, a chi sa dire solo dei no”. Salvini e Berlusconi sono dalla parte di Mario Draghi e si dichiarano disponibili ad andare avanti con l’ipotesi Draghi-bis senza il Movimento 5 stelle.

Matteo Renzi esclude l’ipotesi elezioni anticipate e, attraverso la sua pagina facebook, chiama all’appello le altre compagini politiche che fino ad ora hanno appoggiato Mario Draghi e lancia una petizione online intitolata “Draghi resti a Chigi”. Il segretario del PD, Enrico Letta, dichiara che ci sono pochi giorni per lavorare affinché il Parlamento confermi la fiducia al Governo Draghi e affinché l’Italia esca il più rapidamente possibile dal drammatico avvitamento nel quale sta entrando in queste ore.

La situazione nel Movimento 5 Stelle

Un capitolo a parte merita il partito di Giuseppe Conte, messo con le spalle al muro dall’ala dura del partito che, di fatto, lo ha costretto alla decisione di non votare la fiducia al Governo. La mossa di Conte è stata dettata, probabilmente, dal tentativo di far sopravvivere il M5S ormai in caduta libera nei sondaggi. A spingere per uscire dal governo sarebbero i vicepresidenti Riccardo Ricciardi, Michele Gubitosa, Mario Turco e Paola Taverna, secondo una linea che potrebbe essere condivisa da circa il 70% dei parlamentari 5 stelle. Starebbero sostenendo l’opportunità di restare al governo con l’obiettivo poi di confermare la fiducia in un’eventuale verifica, invece, due dei tre ministri del Movimento, Fabiana Dadone e Federico D’Incà, così come il capogruppo alla Camera Davide Crippa, che intanto ha convocato per domani l’assemblea dei deputati e il sottosegretario Carlo Sibilia. Fra gli attendisti, che starebbero invitando a valutare con attenzione la strategia prima di prendere la decisione finale, il Ministro Stefano Patuanelli, la sottosegretaria Alessandra Todde, Alfonso Bonafede e Chiara Appendino.

Un’ipotesi da non escludere, probabilmente, è che la decisione di mettere in crisi il Governo potrebbe essere stato un atto dimostrativo e un tentativo disperato anche per far rientrare Alessandro Di Battista nei ranghi grillini. Poi c’è il problema dei Ministri ancora in carica dopo aver sfiduciato l’esecutivo; di fatto non è chiaro se questi continueranno a svolgere le loro funzioni. Al momento nessuno di loro ha lasciato gli incarichi e Giuseppe Conte, dopo un incontro con una delegazione pentastellata al governo, ha fatto sapere di non aver chiesto le loro dimissioni. Dura la reazione di Federico D’Incà, Ministro per i Rapporti con il Parlamento, che dopo l’incontro ha esplicitato il suo dissenso verso la linea dura emersa nel partito. Un dissenso, ha spiegato, dovuto alla preoccupazione per il Paese, per le sorti del Pnrr e per le conseguenze europee. Una situazione che resta molto tesa e che potrebbe portare a ulteriori scissioni all’interno del Movimento dopo il definitivo addio di Luigi Di Maio. La situazione è confusa ma un’ulteriore frattura potrebbe, questa volta, risultare davvero letale a ciò che resta del Movimento 5 Stelle.

 

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