venerdì, 19 Agosto 2022

Ospedale italiano in Kenya per malati psichiatrici, lo Stato “abolisce” la legge Basaglia

A Nairobi sono iniziati i lavori di un ospedale psichiatrico da 600 posti letto, progettato dal Gruppo San Donato e da GKSD Investment Holding Group; tra i presenti all'inaugurazione anche il ministro degli Esteri Lugi Di Maio. A quanto pare Il Governo appoggia l'esportazione di strutture e concetti aboliti nel nostro Paese da quasi un secolo.

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“Per poter veramente affrontare la malattia, dovremmo poterla incontrare fuori dalle istituzioni, non soltanto fuori dall’istituzione psichiatrica, ma fuori da ogni altra istituzione la cui funzione è quella di etichettare, codificare e fissare in ruoli congelati coloro che vi appartengono”. Lo scriveva Franco Basaglia nel suo saggio del 1968, Il problema della gestione. Parole e concetti, a distanza di cinquant’anni, purtroppo non scontati. Il 14 giugno 2022 il Gruppo San Donato e GKSD Investment Holding Group, in collaborazione con l’Università Vita San Raffaele, hanno posato la prima pietra di un ospedale psichiatrico da 600 posti letto in Africa, nella sconfinata periferia di Nairobi. Proprio così, un ospedale psichiatrico fondato da aziende appartenenti a un Paese che ha chiuso definitivamente i manicomi nel 1978 e ha dismesso da cinque anni a questa parte gli ospedali psichiatrici giudiziari. Un po’ come dire: “Dato che in Italia non ci sono più luoghi in cui internare e mortificare i malati mentali, costruiamoli altrove”. All’inaugurazione del Kenya International Mental Wellness Hospital erano presenti il presidente della Repubblica del Kenya, Uhuru Kenyatta, assieme ad alcuni ministri del suo governo, Paolo Rotelli, il vice presidente di GSD, Kamel Ghribi, il vice presidente di GSD e presidente di GKSD, e il nostro ministro degli Esteri Luigi Di Maio.

La presenza di un rappresentante dello Stato italiano ha infiammato gli animi di psichiatri e operatori sanitari su tutto il territorio nazionale. “Come mai un Ministro sponsorizza un’opera che confligge non solo con le strategie e le leggi in materia del nostro Paese ma anche con le convenzioni internazionali, che l’Italia ha firmato, sui diritti delle persone con disabilità psicosociale e con le linee di indirizzo della OMS sulle politiche di salute mentale?” Domanda posta dal Coordinamento Nazionale per la Salute Mentale nella lettera aperta indirizzata a Draghi, Di Maio e Speranza. Si attende una risposta a questo e tanti altri interrogativi, una risposta autentica che riesca a giustificare perché il Governo ha appoggiato un’iniziativa imprenditoriale che esporta in Africa strutture e concetti aboliti nel nostro Paese da poco meno di un secolo. Chissà come l’avrebbe presa Franco Basaglia, lui che odiava vedere i pazienti con lo sguardo perso tra le sbarre, lui che detestava il confinamento manicomiale in luoghi lontani dal centro cittadino, lui che curava le persone con la libertà.

Un progetto green

Una vera e propria cittadella della salute, nata per diventare un riferimento per la cura delle malattie mentali, in forte aumento in tutto Paese”. Così viene descritto il progetto sul sito web del Gruppo San Donato. Il personale, formato dall’Università Vita San Raffaele, si occuperà dei disagi psichiatrici di una buona fetta dell’Africa centro orientale, di quella popolazione che, stando ai dati, appare fortemente turbata dalla repentina evoluzione urbana degli ultimi decenni. L’azienda sanitaria privata fa sapere che questo complesso di 172mila metri quadri sorgerà tra soli tre anni, isolato nel verde – proprio come quei vecchi manicomi – provvisto di un centro sportivo, un’area didattica universitaria e una zona residenziale per lo staff. “Un progetto green“, dicono, in quanto solo il 19% della struttura sarà sviluppata in edifici, per il resto si tratterà di distese fiorite in cui le persone che soffrono di dipendenze, depressioni, ansie e qualsiasi altro disagio mentale, passeggeranno serene, magari sorridendo a trentasei denti come in uno spot della Vivident. Le imprese promotrici promettono che diventerà un punto di riferimento per l’intero Continente, carente da sempre di operatori nel settore.

 

La malattia mentale in Africa

Una cosa è certa, la psichiatria praticata in Africa è stregoneria, magia nera, ataviche superstizioni tra sacro e profano; rimedi che se la giocano con l’elettroshock e quella puzza di tempie bruciate che impregnava i muri dei manicomi prima della Riforma Basaglia. L’Economist ha rivelato che in Kenya vi sono in media 0,19 psichiatri ogni 110mila abitanti e che i governi africani investono meno dell’1% nella salute mentale del Paese. Parliamo di una terra in cui chi ha disturbi psichici viene esorcizzato da guaritori spirituali alla guida di agghiaccianti associazioni religiose come la Holy Ghost Coptic Church of Africa. Quest’ultima, secondo l’ultimo monitoraggio del fenomeno stilato da Human Rights Watch, avrebbe incatenato non meno di 60 persone, con l’intento di liberare il loro corpo e la loro anima dai demoni. Alla luce di questi dati raccapriccianti, il progetto interamente Made in Italy di un ospedale psichiatrico proprio lì, dove non c’è l’ombra della scienza, dei farmaci e della sanità, appare come un atto di profondo altruismo europeo, se non fosse per la somiglianza con quel colonialismo che si sperava fosse morto col fascismo. Però, si sa, certe cose sono dure a morire.

Affari italiani nell’altro Continente

Ed è proprio a causa di quest’amaro retrogusto espansionistico che la costruzione di un nosocomio per la salute mentale in Kenya assume i tratti di un affare. L’Africa sta cambiando pelle, lasciandosi alle spalle la ruralità del Terzo Mondo; secondo la Banca Mondiale i 54 Stati africani rappresentano circa il 5% del prodotto interno lordo globale. Uno sviluppo che fa gola all’Italia, la sua dirimpettaia fortunata, che sceglie di investire su una terra vergine dal punto di vista imprenditoriale, ma straripante di materie prime e mano d’opera a costi bassissimi. Dall’agrifood alle infrastrutture, dalla moda all’energia, dalla tecnologia all’imprenditoria sanitaria, sono solo alcune produzioni nostrane piantate nelle periferie del Continente. Secondo i dati raccolti dall’Agenzia Ici e pubblicati sulla Rivista mensile Africa e Affari, solo nel 2019 c’è stato uno scambio di merci tra i due Paesi che ha sfiorato i 19 miliardi e mezzo di euro, cioè il 4,3% del totale del commercio dell’Italia con il resto del mondo. Calcolatrice alla mano, pare che questo traffico sia destinato ad aumentare, fino a raggiungere percentuali bulgare. Il Sudafrica, il Marocco, il Kenya e il Senegal sono tra i nostri migliori partner in tema d’esportazione. Tuttavia, investire lì non è solo una questione di business, ma tocca le corde della politica e delle grandi diplomazie. Chi decide di colonizzare – perché è questo quello che facciamo seppur con l’abito da benefattori – si assume la responsabilità di entrare in contatto con Stati profondamente diversi, luoghi sterminati in cui non soffia il vento della democrazia, dei diritti, delle libertà. E questo non è un dettaglio, ma un dato di cui tenere conto soprattutto se si decide di andare ad aprire un ospedale psichiatrico in Kenya, con tanto di plauso da parte del governo italiano. Ahinoi, la dura legge degli affari.

Psichiatria in salsa italiana

L’ultima speranza è che il Gruppo San Donato, la GKSD Investment Holding Group e l’Università Vita San Raffaele siano pronti a portare in quel regno di sciamani la psichiatria aperta dedita all’ascolto per cui tanto ha lottato Basaglia; siano pronti a insegnare quella “dimensione terapeutica” che negli anni ’70 ha distrutto la violenza dell’istituzione psichiatrica, sventrando gabbie e pregiudizi; siano pronti a vedere le persone, prima delle loro malattie. Tuttavia, ora come ora non siamo un grande esempio, in quanto lo stato in cui versa la psichiatria in Italia è lontano anni luce dalla rivoluzione basagliana. Basti pensare che solo in 21 dei nostri 380 Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (Spdc) – nati proprio a seguito della legge 180 – non viene praticata la contenzione fisica, meccanica, ambientale e farmacologica sui pazienti. Legare ai letti con le fasce, sedare con dosi da cavallo di antipsicotici, serrare le porte e le finestre dei reparti è ancora la prassi sommersa qui. Da noi vi è ancora il retaggio di una cultura manicomiale che difficilmente si riuscirà a estirpare se continueranno a mancare dati e monitoraggi dei singoli episodi di contenzione avvenuti in ogni Spdc e Rsa. Però questo bisognerebbe chiederlo al ministro della Sanità, Roberto Speranza, che ha promesso di azzerare la contenzione in ogni luogo di cura entro il 2023. Ma questa è un’altra storia, forse.

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