venerdì, 1 Luglio 2022

Aborto in pandemia, il Ministero: “È andato tutto bene”. Le attiviste: “Sono dovuti intervenire gli avvocati”

La relazione del Ministero della Salute, pubblicata pochi giorni fa, dice che nel 2020 in piena pandemia tutto ha funzionato. Ma la realtà è ben diversa. Ne abbiamo parlato con Federica di Martino, che cura la piattaforma ivgstobenissimo.

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«Mi hanno detto di pregare di non arrivare al termine. Non penso sia comprensibile il mio stato mentale per coloro che non lo hanno mai vissuto, bloccata in casa con il Coronavirus e con questo peso enorme. Frustrazione, ansia, angoscia e depressione accompagnavano le mie giornate». Succede di scoprirsi incinta in piena emergenza pandemica e di scegliere di optare per l’interruzione volontaria di gravidanza. Succede, poi, di effettuare il tampone, obbligatorio per poter accedere ai servizi ospedalieri, e di risultare positiva al Covid-19. Dopo qualche giorno finalmente arriva il tanto atteso tampone negativo. Immediata la corsa in struttura per provare ad effettuare il prericovero che precede l’intervento di interruzione di gravidanza. Ancora una volta, però, il tampone eseguito in ospedale risulta positivo. Solo con il supporto di legali, che le hanno spiegato quali fossero i suoi diritti e grazie alla sua ostinazione, la ragazza è riuscita a ottenere l’operazione.

Questa testimonianza non è la sola a raccontare le difficoltà d’accesso al servizio di IVG interruzione volontaria di gravidanza durante la pandemia. Sono tantissime e arrivano da ogni parte dello stivale quelle che Federica di Martino ha raccolto all’interno della sua piattaforma ivgstobenissimo. Una realtà in completa dissonanza con quanto riportato nell’ultima relazione del Ministero della Salute, riferita all’anno 2020, sull’interruzione volontaria di gravidanza in Italia. Secondo quanto pubblicato pochi giorni fa dal Ministro Roberto Speranza «le Regioni hanno riferito che tutti i servizi hanno riorganizzato le attività, prevedendo un percorso separato per le donne COVID-19 positive richiedenti IVG.» A ben guardare, però, la stessa relazione riporta che ben quattro regioni hanno ridotto il numero di interventi settimanali, altre quattro hanno sospeso del tutto le IVG farmacologiche e due hanno invece sospeso quelle chirurgiche. Di questa differenza fra i toni positivi del Ministero e la quotidianità di difficoltà e disservizi, confermata dagli stessi dati, abbiamo voluto parlare proprio con Federica di Martino.

La relazione del Ministero presenta una realtà estremamente positiva ed in progressivo miglioramento. La tua reazione alla sua pubblicazione è stata però molto dura. Perché?
«In realtà non mi aspettavo niente di diverso da questa relazione. Sono anni ormai che ci parlano di trend in diminuzione del numero di aborti, aumento del farmacologico e diminuzione dell’obiezione di coscienza. Qualcuno, però, dovrebbe spiegarci perché quanto restituito attraverso il report è in forte divergenza con ciò che accade nel Paese. Da anni, tramite il progetto ivgstobenissimo, raccogliamo testimonianze e cerchiamo di dare sostegno, informazione e quel supporto emotivo che viene a mancare in un’Italia in cui l’aborto è argomento tabù. Il Paese che viene descritto e raccontato da questo report non ha nulla a che vedere con la vita quotidiana delle persone. L’inchiesta di Sonia Montegiove e Chiara Lalli, realizzata in collaborazione con l’Associazione Luca Coscioni e pubblicata nel libro “Mai dati. Dati aperti (sulla 194), perché sono nostri e perché ci servono per scegliere”, individua moltissime strutture ospedaliere che praticano l’obiezione di struttura, quindi con il 100% di obiezioni di coscienza. I dati del Ministero risultano estremamente parziali, parcellizzati e non in grado di restituire lo specchio fedele di un Paese. Di fronte a ciò, credo si possa parlare di una volontà politica di continuare a ribadire che «tutto va bene» affinché nulla cambi. Continuiamo a dire che sarebbero necessarie delle modifiche alla 194 per agevolare il diritto di interruzione di gravidanza, ma di fronte abbiamo un muro che continua a ribadire che “va tutto bene”».

La relazione si riferisce all’anno 2020, quindi in piena emergenza pandemica. Si parla di una risposta e di una riorganizzazione efficiente da parte delle Regioni, priva di problematiche in oltre metà della penisola 
«Nella realtà dei fatti non è stato, però, cosi. Dal primo giorno di pandemia ci siamo trovati di fronte all’interruzione in molti reparti del servizio di IVG. In una situazione di carenza di personale, che era investito in altri reparti, sarebbe stato molto più semplice favorire l’IVG farmacologica, favorirla magari a casa, come avviene in tantissime altre parti del mondo. In questo modo si sarebbe potuto snellire il carico su un sistema sanitario vicino al collasso, invece in molti ospedali il farmacologico è stato eliminato in favore del solo chirurgico. Si tratta di una vera assurdità perché il chirurgico è estremamente dispendioso: prevede una sala operatoria, un anestesista, un ginecologo, un letto di degenza per un giorno. Il farmacologico ammortizza i costi della sanità pubblica. Parliamo, allora, di una resistenza culturale estremamente radicata».

Cosa è successo alle donne positive al COVID-19 che dovevano effettuare interruzione di gravidanza?
«Molte sono state rimandate a casa perché positive, nonostante una linea guida da parte del Ministero che inseriva l’aborto e il certificato per l’aborto come prestazioni non differibili. Abbiamo pubblicato una testimonianza in cui ad una donna è stato detto “augurati di negativizzarti in tempo”. Di fronte a queste storie, da cittadina non posso e non voglio sentirmi dire che gli ospedali, le Regioni e i presidi sanitari hanno reagito immediatamente ed in maniera positiva, perché non è così. Abbiamo pubblicato un comunicato del 2021 ripreso dal sito dell’Azienda Sanitaria di Matera, in cui si dice che dopo un anno in cui il servizio era stato interrotto, si sarebbe ripreso ad effettuare interruzioni di gravidanza, ma con cadenza estremamente ridotta, quindicinale. Un ulteriore ostacolo in periodo pandemico è stata senza dubbio la settimana di riflessione, ovvero il periodo di sette giorni che deve intercorrere per legge fra il rilascio del certificato e l’ospedalizzazione. Questa necessità di soprassedere per ben sette giorni sembra essere di fondamentale importanza, al punto che nemmeno le difficoltà date da una pandemia hanno fatto pensare che potesse essere una buona idea rimuoverla. Eppure, la sua eliminazione avrebbe consentito di snellire la procedura».

Dal report risulta un’elevata variabile regionale: abbiamo l’1,9% di ricorso all’IVG farmacologica in Molise contro il 50% di Piemonte, Liguria, Emilia-Romagna e Basilicata. Secondo te perché c’è tanta diffidenza nei confronti di un metodo meno invasivo e meno costoso?
«”Partorirai con dolore”. Non è accettato che si possa abortire con una tecnica sanitaria non invasiva, che garantisca la possibilità di stare bene, di essere seguita e accompagnata. Come detto prima, è una questione culturale. L’aborto deve essere una pratica complessa, di difficile accesso. Molte donne mi scrivono di essersi arrese a rinunciare al farmacologico in favore del chirurgico, perché sono poche le strutture a garantirlo. Addirittura spesso non si viene nemmeno informati sull’esistenza di questa alternativa: mi ha scritto una ragazza a cui è stata presentata come opzione solo il chirurgico, è stata lei a chiedere e pretendere il farmacologico. Questo nonostante l’aborto farmacologico sia stato introdotto già nel 2009. A oggi dovrebbe essere la prassi».

Nell’aborto farmacologico, ma anche in tutti gli altri ambiti, abbiamo un enorme divario tra Nord e Centro da una parte e Sud ed Isole dall’altra. Lo conferma la stessa relazione. Esiste un problema in tal senso?
«Assolutamente sì, esiste anche quando si parla di aborto una questione meridionale che non può essere ignorata. Non possiamo far finta che il Nord e il Sud Italia siano allo stesso livello. Uno dei più alti tassi di obiezione di coscienza investe il Sud e, soprattutto in queste Regioni, abbiamo una sanità che è al collasso. Se parliamo delle Regioni con maggiori strumenti e maggiori possibilità e imprevedibilmente le ritroviamo nell’Emilia-Romagna e in Toscana, forse qualche domanda ce la dovremmo porre. Dobbiamo guardare in faccia la realtà e prendere coscienza della disparità esistente. Non si può anche su questo far finta di nulla».

La relazione lascia alle singole Regioni la responsabilità di minimizzare queste differenze
«Abbiamo un grande problema in questo senso, che è un problema strutturale. Da un lato abbiamo delle oggettive difficoltà: se penso ad una Regione Calabria, in cui la Salute è stata commissariata per anni, come possiamo pensare che i governatori possano colmare questo tipo di gap? D’altra parte, però, nel nostro ordinamento la salute è a regolamentazione regionale. Secondo me in questo senso è fondamentale l’incrementazione dei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) e il lavoro delle Conferenze Stato-Regioni, per far sì che le Regioni assumano globalmente quelle che sono le indicazioni da parte del Ministero della Salute e in questo modo si possa provare a livellare e assumere delle basi comuni rispetto ad alcuni tipi di contesti. C’è anche una questione inerente al divario economico regionale: Regioni più ricche possono garantire cose che, invece, non è possibile garantire in Regioni più povere. Sarebbe auspicabile lo stanziamento di fondi per lo sviluppo di queste pratiche nelle Regioni meno facoltose. La scommessa è ripensare la Sanità e in generale le politiche di welfare all’interno di questo Paese. Quando parliamo di aborto non parliamo solo di diritti civili, ma parliamo anche di lotta di classe, di politiche di welfare e di politiche sociali. Tutte cose che andrebbero considerate per ottenere un reale cambiamento».

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