domenica, 3 Luglio 2022

“Un sogno chiamato bebè”: salone rimandato al 2023. Luci e ombre sull’iniziativa

A Milano per il 21 e 22 maggio era stato programmato il salone "Un sogno chiamato bebè", detto da molti "fiera della fertilità". L'iniziativa è stata criticata fin da subito dalle associazioni Pro Vita e probabilmente per questo e a causa degli ultimi risvolti legislativi è stata rimandata al 2023...

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A Milano per il 21 e 22 maggio era stato programmato il salone “Un sogno chiamato bebè”, detto da molti “fiera della fertilità”. L’iniziativa è stata criticata fin da subito dalle associazioni Pro Vita e probabilmente per questo e a causa degli ultimi risvolti legislativi è stata rimandata al 2023…

Maurizio Mori:
Dichiaro pubblicamente che io non ne sapevo nulla, non sono stato né contattato né mai invitato. Le mie opinioni filosofiche ed etiche prescindono da ogni forma di contatto con gli operatori concreti, ci tengo a sottolinearlo. È chiaro che l’idea di avere una fiera riproduttiva sul futuro mi sembra un po’ strana, dipende poi da come è strutturata. È altrettanto chiaro che all’interno della prospettiva che ho cercato di delineare prima, se tenuta entro limiti adeguati, potrebbe anche andare… Il vero problema è come limitare l’aspetto economico, fermo restando che i truffatori ci sono ovunque. Bisogna regolare oculatamente e invece di dire “dobbiamo vietare” – perché poi si trova sempre il modo per bypassare i divieti – bisogna vedere di garantire l’opportunità e la qualità dei servizi nelle pratiche di procreazione medicalmente assistita. Tuttavia resto perplesso sull’offerta economica e sull’assenza in merito di una elaborazione culturale.

Alessio Musio:
Per la verità io sono venuto a conoscenza di questo salone per un’inchiesta fatta meritoriamente da una parte del movimento femminista in cui si sosteneva che non si sarebbe trattato di una fiera sulla fertilità, quanto proprio di un modo attraverso il quale viene commercializzata e proposta la maternità surrogata in un Paese in cui questa pratica non è ammessa. Io non ne farei una questione di schieramento, direi che eventi di questo tipo testimoniamo come sia in atto un sovvertimento della distinzione tra le persone e le cose, tra la generazione e la produzione, che trasforma culturalmente i bambini in una merce e le donne e il loro corpo in un pezzo dell’infrastruttura del confezionamento dei bambini. Penso che chiunque abbia a cuore il senso della democrazia di fronte a manifestazioni del genere non possa che essere fortemente preoccupato.

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