sabato, 2 Luglio 2022

“L’utero è mio e lo gestisco io”. Cosa significa dal punto di vista filosofico

Un'ala femminista afferma di avere il diritto di scegliere cosa fare del proprio corpo e come usarlo, di autodeterminarsi. Il loro motto è: "L'utero è mio e lo gestisco io". Che significato ha questa frase dal punto di vista filosofico?

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Un’ala femminista afferma di avere il diritto di scegliere cosa fare del proprio corpo e come usarlo, di autodeterminarsi. Il loro motto è: “L’utero è mio e lo gestisco io”. Che significato ha questa frase dal punto di vista filosofico?

Maurizio Mori:
Ho sempre difeso l’autonomia, però non è un principio assoluto senza limiti. L’autonomia va contemperata con altri principi come il benessere e la tutela del nato. Nel caso specifico so che il mondo femminista è diviso, alcune ritengono che la gravidanza per altri violerebbe la dignità stessa della donna, ma io credo che sia una prospettiva di corto respiro, in quanto si limita all’elemento specifico, invece di tenere conto di fattori più ampi. Probabilmente nel futuro la riproduzione cambierà radicalmente, molto di più. Dicevo sempre ai miei studenti che io sono un ultimo esemplare di una specie in via d’estinzione, perché sono nato come si nasceva 3mila anni fa, mentre voi siete nati con altre modalità, siete nati frutto della contraccezione. Mentre prima tutto era casuale, oggi i figli sono di meno e sono più curati, qualcuno dice “troppo curati”, questo non lo so, perché secondo me ci sono sacche troppo forti di cattiverie nei confronti dei nuovi nati. Tralasciando queste mie osservazioni, il punto è che la generazione in futuro sarà radicalmente diversa, bisogna prenderne atto. Io vedo questo come un progresso di civiltà, altri lo vedono come l’inizio del declino perché continuano a credere che la natura faccia meglio della civiltà. Mentre, io penso invece che la cultura faccia meglio della natura. Questi sono i grandi dilemmi e le grandi scelte filosofiche. Io dico la mia, so benissimo che gli altri diranno che sono un demonio e io potrò replicare che loro sono dei Don Chisciotte e son rimasti al tempo dei cavalieri. Vivere come si viveva cent’anni fa lo trovo incivile, pensiamo anche solo alla divisione tra maschi e femmine a scuola…

Alessio Musio:
Nello scrivere il mio libro ho sentito il dovere di confrontarmi con la letteratura femminista. E non perché io sia un uomo che scrive di un tema femminile, dato che a generare si è sempre in due, uomini e donne, ma per il fatto che c’è una parte significativa del pensiero femminista, proprio quella che ha coniato in passato lo slogan a cui lei faceva riferimento, che è contraria al fenomeno della maternità surrogata, facendo un’operazione dal punto di vista culturale essenziale: ragiona sulle trasformazioni dell’esperienza determinate dalla tecnologia, partendo dall’esperienza dei corpi. Questa parte si concentra giustamente sul tema della differenza sessuale ed è fortemente critica rispetto alla pratica della surrogazione di maternità, perché riflette sul significato del materno e lo comprende. C’è poi un’altra parte del dibattito femminista che è invece a favore della maternità surrogata, penso alle primissime pubblicazioni di Carmel Shalev, in cui il fenomeno della surrogacy è visto positivamente proprio dal punto di vista femminile perché sottrarrebbe la capacità di far nascere all’immagine del destino biologico, facendola diventare una scelta contrattuale. Secondo questo modo di pensare la maternità surrogata mostrerebbe come anche la donna sia capace di contrattualità quanto l’uomo. Come è stato fatto notare, in questo ragionamento c’è, però, un cortocircuito mentale: una donna può fare un contratto di maternità surrogata proprio perché è una donna, un uomo non potrebbe contrarre mai un simile contratto. E questo è anche il motivo per cui c’è una parte del mondo maschile che guarda con speranza alla realizzazione dell’utero artificiale, il che vorrebbe dire raggiungere la possibilità di fare figli senza dover passare attraverso il corpo delle donne. A me colpisce il fatto che al momento non si riesca a costruire l’utero artificiale, nonostante l’avanzamento tecnologico, non per un motivo tecnico, ma per una ragione semplice e commovente allo stesso tempo: il corpo della madre e il corpo del bambino nella gravidanza cooperano nella formazione della placenta, la tecnica questo non riesce ancora a farlo. Al di là di questa osservazione, il punto è che nell’infrastruttura sociale che pensa e approva la maternità surrogata non occorre aspettare il momento della realizzazione dell’ectogenesi, perché le donne in essa sono pensate e si pensano già come un utero artificiale di carne in anticipo sui tempi della sua realizzazione.

A Milano per il 21 e 22 maggio era stato programmato il salone “Un sogno chiamato bebè”, detto da molti “fiera della fertilità”…continua a leggere

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