mercoledì, 29 Giugno 2022

Referendum Giustizia, nessuno ne parla neanche i promotori: un cittadino informato fa paura al potere

I referendum in materia Giustizia sono programmati per il 12 giugno, ma nessuno sembra volerne parlare. Dai vertici della Lega, promotrice insieme al partito Radicale, fino ai media.

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Il 14 maggio è scaduto il termine ultimo per presentare le liste che si contenderanno le varie città e i tanti paesi pronti ad andare al voto il 12 giugno. Negli ultimi giorni sulle varie testate locali e nazionali si è allora iniziato a parlare delle amministrative, a presentare i candidati, le liste e a ricamare trame, ipotesi e possibilità. Ma c’è un argomento legato proprio alla data in cui i cittadini sono chiamati ad eleggere i propri amministratori di cui si parla poco. Il 12 giugno saremo tutti chiamati ad esprimere il nostro pensiero su 5 quesiti referendari in tema di Giustizia.

Perché nessuno ne parla?

Calma piatta. Interesse per la materia, molto basso. Secondo un sondaggio Swg solo un italiano su quattro è informato sul referendum giustizia. Per Roberto Calderoli della Lega trattasi di “congiura del silenzio“, mentre per l’avvocatessa Annamaria Bernardini de pace esiste una “lobby del silenzio“. Sui referendum che gli italiani saranno chiamati a votare variano le formule, ma il concetto resta identico: secondo i sostenitori è calata una vera e propria censura da parte del mondo politico e dei media. Ma se proprio di censura vogliamo parlare, ecco che il silenzio occupa buona parte della comunicazione dei promotori stessi.

La comunicazione di Salvini sul Referendum giustizia

I primi cinque titoli dei tg sono sulla guerra, il sesto sul Covid, il settimo sulle bollette. Parlare di separazione delle carriere dei magistrati è difficile: per questo preferisco parlare di casa, di risparmi e magari flat tax. Ma io spero di arrivare a maggio con il Covid archiviato e la guerra ferma“. Queste furono le parole del leader del Carroccio Matteo Salvini, il 14 aprile sul Corriere della Sera. Ecco, diciamo che non è andata proprio così.

Una materia troppo tecnica, decisioni troppo lontane dal popolo

A rendere difficile il coinvolgimento dell’opinione pubblica sui quesiti referendari del 12 giugno, c’è l’oggettiva difficoltà tecnica nel merito delle questioni sottoposte ai cittadini. Secondo i sondaggisti, soltanto il 30% del campione si dice pronto a recarsi al seggio per dire la propria sulla Giustizia. E pensare che avremmo potuto votare per il referendum sul fine vita, sulla cannabis e sulla responsabilità civile delle toghe, se solo la Consulta non li avesse rigettati. Perché non ci vuole uno statista per capire che questi tre temi elencati sono di gran lunga più popolari e più discussi dall’opinione pubblica.

La partecipazione attiva viene a mancare

Realisticamente mi pare davvero difficile che a spingere alle urne sia la voglia di pronunciarsi sull’abrogazione del decreto Severino o sulla riforma del Csm”, ha detto all’Agi l’avvocato Gian Domenico Caiazza, presidente dell’Unione delle Camere penali italiane. Indipendentemente da come la si pensi sui problemi che attanagliano l’ordine giudiziario, è certo che questo silenzio ha come effetto “impedire una partecipazione attiva dei cittadini“, ha chiosato sulle colonne de Il Giornale Luca Palamara, ex presidente (radiato) dell’Associazione Nazionale Magistrati.

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