lunedì, 23 Maggio 2022

Beni culturali, messaggio dagli operatori al Ministero: lavoriamo con passione non per passione

L'Italia è il Paese con il più alto numero di beni culturali al mondo, ma non sa valorizzare né il patrimonio né i lavoratori, costretti a vivere nel "regime dell'accontentamento".

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Nel 2015 mi sono laureata in Scienze dei Beni Culturali e nel 2018 ho conseguito la laurea magistrale per diventare archivista e/o bibliotecaria. Sono passati quattro anni e l’unica cosa che ho ottenuto è una lista di tirocini, esperienze di volontariato, contratti di collaborazione e a tempo determinato. Com’è a tempo determinato la pazienza dei masochisti come me che hanno creduto, e ancora credono, di poter finalmente avere un posto di lavoro dignitoso e all’altezza nel ramo culturale.

Beni culturali, concorsi fermi anche da 40 anni

Nel settore dei beni culturali sono tantissime le persone che camminano sul ciglio di una strada costellata di segnali di pericolo; e non siamo tutti ancora giovani. I concorsi pubblici in questi ambiti non sono molti e spesso le figure ricercate non sono ben definite. Si va dall’esperto dei beni culturali, un tuttologo della materia, al bibliotecario al quale viene richiesta una “buona preparazione in contabilità e statistica”. Si cercano funzionari e dirigenti, ma i luoghi della cultura chiudono i battenti per mancanza di organico. Quelli che restano aperti al pubblico sono tenuti in vita da associazioni e cooperative che si danno il cambio ogni tre, quattro o cinque anni. Pensate che nella città di Prato l’ultimo concorso pubblico per bibliotecario è stato bandito nel 1982, quarant’anni fa! Chi credete che ci abbia lavorato nel frattempo?

Bibliotecari assunti come addetti alle pulizie

Chi decide di fare questo lavoro passa anni sulle sudate carte, a rincorrere un voto tra il 18 e il 30, schivando il fuoricorso, per vivere il “regime dell’accontentamento”. Dal 1993, la Legge Ronchey ha dato il via libera a un sistema di concessioni e appalti che ha consentito di affidare a privati alcuni servizi nei luoghi della cultura tra cui gestione, accoglienza, visite guidate, bookshop, biglietteria e molti altri. I lavoratori dovrebbero essere assunti con il contratto di settore, il cosiddetto Federculture, i cui compiti sarebbero “sviluppare le nuove figure professionali richieste dall’estensione e dalla diversificazione delle attività di produzione e di servizio; valorizzare le prestazioni lavorative nei nuovi contesti aziendali ed organizzativi; garantire migliori livelli di offerta dei servizi culturali, turistici, sportivi ed ambientali in termini di estensione delle attività, qualità, accessibilità, sicurezza”. In realtà, le aziende operanti nel settore dei beni culturali – perché di questo si tratta di musei, biblioteche, gallerie, etc, parliamo di aziende, quasi sempre preferiscono, o sono costrette a, inquadrare i lavoratori con il contratto collettivo nazionale di lavoro “Imprese di pulizia e servizi integrati/multiservizi”. 

Sua maestà Dario Franceschini

Durante il regno di Dario Franceschini al ministero della Cultura la situazione non è affatto migliorata, per i lavoratori, ma anche per i luoghi della cultura stessi, come dimostrano i report dell’associazione “Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali”. Prima ancora che la pandemia facesse precipitare la situazione, il 30 ottobre 2019 Mi Riconosci aveva presentato alla Camera dei Deputati i risultati della sua inchiesta sui contratti e le condizioni di lavoro nel settore culturale. All’epoca, il 65% degli intervistati aveva tra i 27 e i 39 anni (i cosiddetti millennial); la stragrande maggioranza possedeva almeno la laurea magistrale/specialistica (il 56%); il 33,58% era stato assunto da una cooperativa (il 10% in più degli assunti dalle pubbliche amministrazioni, università comprese). Dai dati raccolti, risultava che solo il 7% degli intervistati era stato assunto con il contratto Federculture, mentre il 22,89% era inquadrato come multiservizi (pulizie o pulizia industriale). Il 34,02% degli impiegati (la maggioranza) percepiva tra i quattro e gli otto euro all’ora e quasi la metà era costretta a svolgere più di un lavoro. Nel 2021, da una nuova inchiesta, è emerso che per il 31,6% dei lavoratori della cultura, lo stipendio percepito non era sufficiente per vivere.

Appalti pubblici che convengono solo ai privati

Ma l’esternalizzazione non è nociva solo per chi lavora in questo settore. Come hanno spiegato gli attivisti di Mi riconosci nel loro libro, Oltre la gande bellezza (DeriveApprodi, 2021), questa pratica «non solo porta a un abbattimento dei salari e a un calo dei servizi, ma spesso non si traduce neppure in un risparmio per le casse comunali o statali: l’appalto, infatti, oltre ai costi per il personale, deve prevedere anche una cifra che permetta al concessionario di guadagnare, e il totale a volte finisce per costare all’ente pubblico più di quanto costerebbero gli stessi dipendenti impiegati internamente». Un ben poco utile spreco di denaro che non giova a nessuno se non ai gestori privati. Basti pensare alla bigliettazione: negli ultimi vent’anni, gli incassi sono quintuplicati toccando quota 242 milioni di euro e circa il 30% finisce in cassa; eppure, gli stipendi dei lavoratori esternalizzati non sono aumentati.

Ma in quanti vivono il regime dell’accontentamento? Pare che nemmeno il ministero della Cultura sappia quante siano queste persone; ma secondo le stime di Mi riconosci, sarebbero almeno il 60% degli addetti ai lavori, più della metà. Un’intera popolazione alla quale viene chiesta la massima formazione, esperienza e capacità, ma costretta a dover farsi i conti in tasca sperando di non perdere il posto di lavoro alla fine della concessione. Giovani sconfortati – i cui genitori hanno investito migliaia di euro nella loro educazione – accumulano tirocini extracurricolari, collaborazioni e contrattini, quasi si vedono obbligati a doversi reinventare per trovare un lavoro che possa garantirgli una sopravvivenza all’esterno delle mura domestiche. Sembra incredibile trovare nelle graduatorie dei concorsi pubblici per le indefinite mansioni culturali candidati nati negli anni ’60 o ’70 accanto ai trentenni.

Lavori a tempo e stage non retribuiti al servizio del Pubblico

“La Fondazione *** è alla ricerca di un giovane collaboratore preferibilmente laureando magistrale in Storia dell’Arte con indirizzo contemporaneo […]. Per la posizione sono richieste ottime conoscenze […], esperienza pregressa nell’organizzazione e allestimento di mostre e gestione di contenuti editoriali di settore al fine di editare mensilmente i contributi della rivista della stessa Fondazione, ***. Inoltre, si chiede un’ottima conoscenza del pacchetto Office e gradita la conoscenza degli applicativi Adobe. Lo stage formativo, della durata di tre mesi, non è retribuito […]”. Questo è uno dei tantissimi annunci che circolano su LinkedIn o sui siti web di Fondazioni, Musei, Biblioteche, Gallerie, amministrazioni pubbliche. Alessandro Borghese sarebbe ben lieto di candidarsi. I giovani laureati nel settore culturale no: adesso basta.

 

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