domenica, 29 Maggio 2022

Colpisce il figlio alla testa, non fu omicidio: papà assolto dalla giustizia dei centimetri

Prima due colpi, poi altri due o tre quando Gianluca era già a terra senza vita fino alla chiamata al 118: "Venite, ho ucciso mio figlio". Ora però, la difesa ha reso definitiva l'assoluzione di Mario Colleoni perché "il fatto non sussiste".

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Gianluca Colleoni non è morto per i ripetuti colpi alla testa inferti dal padre con un batticarne, ma per un susseguirsi di violenti stress emotivi vissuti nelle 24 ore precedenti al decesso che, insieme all’assunzione di cocaina, avrebbero scatenato la rara sindrome di Takotsubo culminata nell’arresto cardiaco per pura coincidenza con le percosse al capo.

Questa la ricostruzione della difesa che ha reso definitiva l’assoluzione di Mario Colleoni, imputato per aver ucciso il figlio Gianluca, allora 48enne, con problemi di tossicodipendenza, alcol e con il vizio del gioco alle slot machine. Il padre era stato condannato dal Tribunale di Monza a 3 anni di reclusione con rito abbreviato per omicidio preterintenzionale. La Procura di Monza ne aveva chiesto la condanna a 9 anni e 4 mesi di reclusione per omicidio volontario.

L’autopsia eseguita sul corpo del 48enne ha evidenziato la morte per infarto, ma secondo la perizia disposta dalla pubblica accusa i colpi inferti hanno causato al figlio “l’insorgenza di reazioni stressogene da aggressione” tali da provocarne la morte. Al contrario, i periti nominati dal difensore dell’imputato, l’avvocatessa Manuela Cacciuttolo, hanno ritenuto che non ci fosse un nesso causale tra il decesso e i colpi ricevuti e che la morte improvvisa del 48enne era stata causata dalle condizioni di massima vulnerabilità nell’esposizione agli effetti tossici dovuti ad alcol e droga, indipendentemente dall’aggressione subita. Così hanno ritenuto anche i giudici di appello, che hanno assolto il 73enne, secondo cui “il fatto non sussiste“.

La sindrome di Takotsubo

La cardiomiopatia di Takotsubo è una rara sindrome cardiaca acuta, identificata negli anni novanta, che simula l’infarto miocardico. È caratterizzata da sintomi toracici ischemici, tratto ST elevato all’elettrocardiogramma e elevazione medio-alta degli enzimi cardiaci e dei biomarcatori. La sindrome è stata riconosciuta inizialmente nella popolazione Giapponese ed è stata recentemente descritta negli Stati Uniti e in Europa.

I fatti

Gianluca ha perso la vita la mattina del 9 dicembre 2018 nel giardino della villetta dove abitava con la sua famiglia, a Muggiò, nel Brianzolo. Aveva 48 anni, era un agente di commercio e padre di un bambino di 8 anni avuto da una relazione finita da tempo. Quella mattina, rientrato a casa intorno alle 11:40 dopo una nottata conclusa con un incidente d’auto, era iniziato l’ennesimo litigio con il padre che, esasperato da quella difficile convivenza, lo aveva colpito alla testa con un batticarne.

Sarebbero stati proprio i suoi problemi e le sue richieste di soldi a scatenare l’ennesima discussione con il padre. Prima due colpi, poi altri due o tre quando il figlio era già a terra senza vita fino alla chiamata al 118: “Venite, ho ucciso mio figlio“. Il pensionato ha poi aspettato l’arrivo dei Carabinieri nella villetta di via Modigliani al civico 10 dove è stato arrestato con l’accusa di omicidio volontario.

Successivamente però, l’autopsia non aveva rilevato alcuna frattura del cranio e nemmeno un trauma cranico, solo alcune lacerazioni del cuoio capelluto, ed aveva stabilito che il decesso era avvenuto per aritmia cardiaca.

Assodato che la verità scientifica ha escluso le colpe del padre, la morte di Gianluca e quella di tanti come lui, trova le sue radici in una spiegazione molto più triste e profonda della sindrome di Takotsubo: le dipendenze rovinano quotidianamente l’esistenza di intere famiglie. E quelli che restano si ritrovano a fare il conto dei centimetri, unica unità di misura in grado di cambiare per sempre la sorte di una sentenza, che sia quella del tribunale o del perdono, personale o altrui.

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