martedì, 24 Maggio 2022

Fatta l’Europa, facciamo l’Italia: l’addio al Mondiale e l’ipocrisia del processo alla Nazionale di Mancini

Sono trascorsi otto mesi tra la consacrazione di Wembley e la disfatta di Palermo. Un lasso di tempo in cui si è passati dall'esaltazione fanatica ed eccessiva per la vittoria di un Europeo, alla depressione psicotica per una mancata qualificazione che, detto tra noi, era anche piuttosto nell'aria.

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Otto mesi. Tanto è trascorso dalla notte di Wembley, che ha incoronato l’Italia di Roberto Mancini campione d’Europa per la seconda volta nella sua storia, e la disfatta di Palermo con la Macedonia del Nord, che ha condannato, invece, la Nazionale, alla seconda esclusione consecutiva dai campionati del mondo di calcio.

Un tempo in cui si è passati, in men che non si dica, dall’esaltazione fanatica, e francamente piuttosto eccessiva, per il successo di un gruppo che, in una delle più importanti competizioni a livello internazionale, aveva dimostrato compattezza, unità d’intenti e soprattutto qualità di gioco, alla depressione psicotica per una mancata qualificazione che, detto tra noi, era anche piuttosto nell’aria.

Il tutto, è avvenuto con quella leggerezza di vedute che caratterizza, e quasi galvanizza masochisticamente, l’italiano medio, quando si trova di fronte ad un fallimento del proprio Paese. Sia esso sportivo, politico o culturale.

Le accuse più gettonate nei confronti della squadra, sono state quelle rivolte al commissario tecnico, reo di non aver convocato fantomatici centravanti che, eccezion fatta per qualche sporadica apparizione sulle copertine dei principali giornali di gossip, nella propria carriera hanno dimostrato ben poco. Quelle nei confronti di Ciro Immobile, che negli ultimi dieci anni, invece, ha messo in fila più gol che presenze con la maglia della Lazio e collezionato diversi riconoscimenti a titolo personale. E quelle a Jorginho, incomprensibilmente eletto nell’alveo dei più grandi centrocampisti in attività, e ingiustamente condannato per aver fallito un paio di calci di rigore.

A queste, poi, hanno fatto seguito le critiche rivolte al movimento calcistico italiano. La principale, è stata quella riguardante il poco tempo che si dedica, al giorno d’oggi, alla pratica pallonara sin dalla tenera età. Scevro del suo qualunquismo prêt-à-porter, il dibattito, ovviamente, anziché nei bar e nei circoli ricreativi, è avvenuto sulle piattaforme social, a dimostrazione di come, al pari degli interessi giovanili, la socialità in genere, nel suo complesso, abbia subito negli anni un’evoluzione in termini di modalità e partecipazione attiva.

Ma torniamo a parlare di calcio. Ciò che maggiormente preme sottolineare, è l’ipocrisia con cui la narrativa popolare è giunta a trasformare gli eroi delle proprie notti magiche (figura retorica nauseabonda. Da Italia ’90 sono passati trent’anni, fatevene una ragione), in brocchi di cartapesta incapaci di vincere persino a biliardino.

Facciamo il punto, dunque. L’Italia di Mancini, lo scorso 11 luglio, non ha vinto i campionati europei perché un imprecisato sentimento nazionalista ha pervaso i cuori e le menti di venti ragazzi in maglia azzurra. Ma perché, quegli stessi ragazzi, hanno ricevuto in dono da Eupalla qualcosa che, a noi che li guardiamo da casa, purtroppo, non è stato concesso: il talento. Ciò, ovviamente, ha fatto il paio con una badiale dose di fortuna. Vedasi il gol di Arnautovic annullato per un’unghia in fuorigioco. O l’interminabile palleggio spagnolo vanificato dall’unica sortita offensiva della nostra Nazionale. Per non parlare della buona stella che occorre per superare due formazioni del calibro di Spagna ed Inghilterra nella lotteria dei calci di rigore.

Dea bendata che, viceversa, ha cambiato mira nel momento in cui, ad un’orchestra già orfana d’interpreti come Spinazzola, Bonucci e Chiesa, ha sottratto anche la lucidità del suo rigorista principale, che ha finito per regalare alla curva i due calci piazzati che avrebbero concesso all’Italia di staccare il pass per il Qatar.

Questo, ad ogni modo, non vuol’essere un maldestro tentativo di riqualificare (perdonate il gioco di parole, certo può ferire) una squadra che non è stata in grado di superare la Macedonia del Nord. Ma di ampliare il ventaglio di riflessioni che l’ennesima, cocente, delusione sportiva ci presenta (dopo un anno di successi, è bene ricordarlo), e offrire un più vasto spettro di considerazioni in merito all’eliminazione.

Da questo punto di vista, un parere significativo è stato quello di Fabio Capello, che ha indicato nell’esasperata ed esasperante ricerca ossessiva del guardiolismo (concetto di gioco arguto, lo ammetto, ma applicabile esclusivamente in determinati contesti calcistici) il problema principale di questa Nazionale. E ha intravisto nel modello tedesco, invece, sicuramente più vicino alla nostra cultura sportiva, il percorso necessario da intraprendere per ricostruire su basi più solide il movimento calcistico italiano.

Per farlo, a mio avviso, non c’è uomo più adatto di Roberto Mancini. Il commissario tecnico, infatti, nell’ultimo biennio, ha dimostrato, in tandem con Gianluca Vialli, non solo di saper cementare l’identità di un gruppo che è arrivato a centrare un traguardo impensabile fino a pochi anni fa, ma che ha avuto il merito di costruire una squadra adeguata, soprattutto da un punto di vista tecnico, a fronteggiare le migliori formazioni presenti al mondo.

Non inganni, a tal proposito, la mancata qualificazione di giovedì sera. Nessuno, attualmente, potrebbe rimettere insieme i cocci dell’Italia meglio del Mancio. Il materiale umano su cui lavorare, del resto, esiste. Sarebbe quantomeno irriconoscente negarlo. E, in un momento in cui per rialzare la testa è necessario reinventare tutto, non potrebbe esserci soluzione migliore che affidare le proprie sorti ad un fantasista come lui.

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