martedì, 24 Maggio 2022

Nightmare Alley, parricidio ed eterno ritorno nella fiera delle illusioni di Del Toro

Ascesa e rovina. Scalata verso le alte vette della gloria terrena e discesa negli inferi del subumano. Sta tutta qui l’essenza dell’ultima pellicola del regista messicano.

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Ascesa e rovina. Scalata verso le alte vette della gloria terrena e discesa negli inferi del subumano. Sta tutta qui l’essenza dell’ultima pellicola cinematografica del sempreverde regista messicano Guillermo Del Toro. Lo avevamo salutato l’ultima volta nel 2017, con il drammatico lungometraggio de La forma dell’acqua, straziante messa in scena dell’amore impossibile tra una ragazza affetta da mutismo e una creatura anfibia dall’aspetto umanoide. Lo riabbracciamo, entusiasti, con l’uscita nelle sale di Nightmare Alley – La fiera delle illusioni, una produzione a metà strada tra un attualissimo thriller americano e un noir francese del secondo dopoguerra.

L’ascesa
L’ambientazione è appunto quella del conflitto mondiale. Siamo nel 1939, anno che offre l’abbrivio alle ostilità, nel Midwest, quando un misterioso uomo sulla quarantina (Bradley Cooper), che scopriremo in seguito portare il nome di Stanton Carlisle, pone un corpo senza vita in un buco scavato nel pavimento e dà fuoco alla sua abitazione, per poi incamminarsi, senza meta, verso l’aperta campagna. Giungerà, poco dopo, presso un piccolo luna park itinerante, attirato dalla mostruosa esibizione di un selvaggio uomo primitivo che si ciba delle carcasse di animali a cui strappa letteralmente la vita, davanti agli occhi ansanti di un pubblico disgustato e compiaciuto al tempo stesso. Ad attenderlo c’è Clem (Willem Dafoe), un ossuto giostraio, smagrito dall’avarizia, che gli offre un posto temporaneo nella truppa. Qui Stan inizia a collaborare con la chiaroveggente Madame Zeena (Toni Collette) e con suo marito, l’alcolizzato Pete (David Strathairn). Da essi impara l’oscura arte del mentalismo, ma viene messo in guardia sulle catastrofiche conseguenze che esso può comportare se mal utilizzato. Presso il campo, il nascente illusionista perde la testa per la sua collega Molly (Rooney Mara), a cui propone di lasciare tutto e partire con lui verso nuove e più ambiziose mete. Una sera, dopo aver aiutato il suo capo a disfarsi del corpo martoriato dell’uomo-bestia, Stan domanda al giostraio come faccia a convincere degli esseri umani ad accettare quel genere di lavoro. Clem gli spiega che il meccanismo è semplice, e che si regge principalmente sulla disperazione di quelle persone. Turbato, seppur incuriosito, da tanto cinismo, Stan non abbandona il suo sogno di una nuova vita con Molly, e dopo aver accidentalmente ucciso il suo maestro Pete scambiando la bottiglia di whisky che il vecchio gli aveva chiesto con una di metanolo che Clem tiene malamente conservata, parte con la ragazza destinazione Buffalo.

La rovina
Qui i due riscuotono un enorme successo presso l’élite cittadina con il loro spettacolo “The Great Stanton”, fino a quando, una sera, una spettatrice, tale dottoressa Ritter (Cate Blanchett), non tenta invano di smascherarli davanti a tutti. Stan fa ricorso a tutto il suo repertorio per scongiurare il pericolo, ed è abile a ribaltare la situazione a proprio vantaggio. Tempo dopo, viene ingaggiato dal noto giudice Kimball, alla disperata ricerca di un medium in grado di metterlo in contatto con suo figlio morto al fronte. L’illusionista, nonostante la ritrosia della sua compagna, cede all’invito e si presenta all’appuntamento con il magistrato. Egli acconsente, inoltre, di sottoporsi alle sedute psichiatriche della dottoressa Ritter, che lo portano a confessare sia l’omicidio del padre alcolizzato con cui si è aperta la narrazione, che i sensi di colpa per la morte fortuita del suo maestro Pete, e insieme mettono a punto un astuto piano per ingannare il magistrato e spillargli un bel po’ di danari. La dottoressa, tuttavia, non è affatto interessata alla merce in sè, e approfitta dell’avidità di Stan per incastrarlo e costringerlo ad ammettere di essere un impostore. Nel frattempo, la moglie del giudice Kimball, convinta dall’illusionista che presto potrà ricongiungersi con suo figlio, uccide il marito per poi togliersi la vita, mentre il nostro protagonista si imbarca nell’ennesimo vicolo cieco. Egli accetta un ingente pagamento da parte del ricco Ezra Grindle, ansioso di rivedere la sua compagna morta giovanissima, e convince una renitente Molly ad impersonare lo spirito della ragazza. La situazione, però, sfugge di mano, e Stan è costretto ad ammazzare l’uomo. Molly, infuriata, fugge via e lui, scoperto l’inganno della sua complice, si rifugia nell’alcool e nel vagabondaggio. A distanza di mesi, usurato dal consumo di alcolici e dalla vita passata in strada, Stan si imbatte ancora una volta in una piccola compagnia itinerante e, in particolare, in un aitante giostraio che gli offre da bere. L’illusionista, ormai irriconoscibile nelle sue attuali sembianze da mendicante, chiede al suo interlocutore un posto in cui stare. Egli inizialmente lo respinge. Poi, mosso a compassione, offre al giovane una chance. Sarà l’attrazione principale della sua fiera: il terribile e disumano uomo-bestia.

L’eterno ritorno
“L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta. E tu con essa, granello della polvere”. Del Toro, come pochi altri sceneggiatori nel panorama cinematografico mondiale, è abile a scavare nell’animo umano, fino a sublimarne l’essenza. In questo caso, riprende un tema carissimo al vecchio Nietzsche, ovvero quello dell’eterna ciclicità della vita. Al suo Stan, il regista messicano fa percorrere un cammino dell’anima che passa dal turbamento per la vista dell’animalesco, alla consapevolezza che ogni uomo può raggiungere tale condizione dello spirito. Il confine, però, è labile. Del Toro non traccia mai una netta linea di demarcazione tra l’influenza dei comportamenti individuali e l’ingerenza del destino, ma lascia allo spettatore la libertà di protendere verso l’uno o l’altro dei due poli. Il mentalismo, nella narrazione, viene utilizzato come pretesto per offrire al pubblico qualcosa di più rilevante. L’avidità del protagonista, affamato di successo oltre che di soldi, e l’incontro con la seducente e spregiudicata dottoressa Ritter, finiscono per compromettere sia la sua relazione con Molly, sia per farlo sprofondare in un vortice di frustrazione e risentimento che lo porta a vivere la condizione abietta che lo aveva tanto disgustato, e che lo aveva spinto, in principio, ad assassinare brutalmente suo padre.

L’uccisione dei padri
C’è un particolare, nel corso della pellicola, che appare ricorrente durante tutta la narrazione. Un filo conduttore che tiene col fiato sospeso lo spettatore per tutto il film, e che si spezza soltanto nel momento in cui Stan confessa l’omicidio di suo padre, colpevole di aver anteposto il consumo di alcool alla cura di suo figlio. E c’è un momento in cui il protagonista rivive quel drammatico istante. Parliamo dell’uccisione, fortuita, del suo maestro Pete, che con suo padre condivide la dipendenza dagli alcolici. La dottoressa Ritter manipola la coscienza di Stan a tal punto da fargli dubitare della sua buona fede nel confondere la bottiglia di whisky con quella di metanolo e getta l’illusionista in uno stato di confusione e di sconforto tale da farlo abbrutire e perdere la testa. Del Toro sfiora appena il concetto freudiano di parricidio, e lo fa con una maestria e con una delicatezza che hanno pochi eguali nella storia del cinema. Al nostro Stan, il regista affida il ruolo di figlio oppresso dalla figura del padre, che arriva ad uccidere prima lui e poi, inconsciamente, chi per lui ha sopperito alla figura paterna.

In ultima analisi, Del Toro prende le distanze dal romanzo di Gresham da cui il film trae ispirazione, per inabissarsi in sentieri che solcano i più cupi anfratti dell’animo umano, restando tuttavia fedele sia all’ambientazione descritta dall’autore del libro, in un clima d’imminente conflitto mondiale appena avvertito negli States, che ai tratti caratteristici della sua produzione cinematografica. Una pellicola, dunque, ampiamente riuscita, che si candida di diritto a quattro nomination dei prossimi premi Oscar in programma a Los Angeles il 27 marzo. 

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