sabato, 28 Maggio 2022

Nove ore abbandonato sull’asfalto di Parigi: l’umanità uccide più del freddo

La morte del fotografo René Robert, abbandonato sull'asfalto un'intera notte al freddo, ci indigna. Eppure, tanto cordoglio lo si deve forse più al fatto che non fosse uno dei tanti sfortunati senza nome che riempiono le strade del mondo, ma qualcuno che contava. Come se un senzatetto meritasse di finire in quel modo.

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René Robert, celebre fotografo svizzero, è morto di freddo la sera del 19 gennaio tra le luci e il passeggio svelto che gratta la Rue de Turbigo, nei pressi di Place de la République, una delle zone più frequentate di Parigi. René ha chiuso per sempre le palpebre sull’asfalto, al civico 89, tra le vetrine di un’enoteca e un negozio d’ottica. L’artista che amava immortalare le essenze del flamenco, scattare ritratti in bianco e nero, è rimasto nove ore con la faccia incollata al marciapiedi. Aveva 85 anni, si ritirava dopo una cena a casa di amici e alle 21 si è accasciato. Non è ancora chiaro se sia caduto a seguito di un malore, ciò che è certo è che non si è più rialzato e la gente gli è passata affianco, di lato, alle spalle, lo ha scavalcato, quasi fosse un volantino del discount con le offerte del mese scorso.

Nessuno che si sia fermato per aiutarlo, a cui sia venuto in mente di capire cosa fosse successo, che ci abbia perlomeno pensato. Questo è avvenuto in quella nottata: tutti hanno fatto ciò che facevano gli altri prima di loro, hanno continuato ad andare e non hanno notato René. Ma anche se lo avessero notato, forse, non ci avrebbero visto niente di strano, in fondo è normale in qualsiasi città metropolitana evitare di calpestare un uomo con il viso che scava il manto stradale. “I senzatetto sono dappertutto ed è così che stanno e devono stare”, chissà quanti saranno passati oltre, scivolando nell’agghiacciante pensiero. L’artista è stato scambiato per un clochard e questo sembra abbia dato a chiunque l’alibi per poter proseguire oltre, senza alcun minimo scrupolo. È stato pensato l’impensabile, che quell’uomo fosse solo il simbolo della miseria e si trovasse nel posto giusto, e perché no, anche al momento giusto. La banalità del male di cui parlava Hannah Arendt.

Fino alle 6 del mattino seguente, ormai 20 gennaio, non c’è stata un’anima che sia intervenuta. Per un brutto scherzo del destino, René è stato aiutato da un barbone, che ha chiamato i Vigli del Fuoco. Quando l’ambulanza ha trasportato d’urgenza il fotografo all’ospedale Cochin non c’era più alcuna speranza, era morto di estrema ipotermia qualche ora prima; se qualcuno avesse chiamato i soccorsi si sarebbe probabilmente salvato. René non è stato ucciso dalla notte di un rigido gennaio, ma da un’umanità indifferente, che di umano non ha nient’altro che evidenze anatomiche e biologiche. Quel 19 gennaio si è trafilata esattamente la scena descritta da Robert Musil nella sua opera “L’uomo senza qualità“: una coppia cammina tranquilla e diviene testimone di un incidente d’auto, ma non chiama i soccorsi, non si preoccupa per il malcapitato, resta lì a confrontarsi sulle statistiche di morte per incidenti stradali e si domanda chissà quanto correva, chissà se il motore non era truccato, come se fosse allora giustificato lasciarlo lì esamine.

Dopo la morte di René Robert ci si indigna, eppure tanto cordoglio lo si deve al fatto che non fosse uno dei tanti sfortunati senza nome che riempiono le strade del mondo, che fosse come, dice il suo amico giornalista Michel Mompontet, un uomo “sempre disponibile, di poche parole come molti fotografi, stilisticamente e caratterialmente elegante“. Era qualcuno che contava, e quando mai si è visto un individuo famoso passare del tutto inosservato? René è morto di freddo invece come quei 176 anonimi a Nuova Delhi nei primi mesi di quest’anno, come quei 5 a Roma e l’ultimo a Bari, solo pochi giorni fa. La differenza sta proprio qui, in chi è morto. Questa volta, il modo in cui la cosa è successa, fa rabbrividire solamente perché si trattava di qualcuno che per i benpensanti non doveva finire così la sua esistenza. La notizia del dramma parigino ha creato nella collettività un rigurgito di coscienza per l’omissione del soccorso. “René Robert era un artista, non un Nessuno sporco, ubriaco e senza famiglia”, direbbe tra sé e sé il testimone di Musil che tanto ci assomiglia. Come se un senzatetto lo meritasse invece di spegnersi così, come se avesse scelto per principio di vivere e morire senza disturbare, accontentandosi di far la parte del puntino sfocato nella coda dell’occhio della società.

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