mercoledì, 18 Maggio 2022

Berlusconi al Quirinale, quella “nostalgia canaglia” tutta italiana

Qual è la vera cifra dell’antiberlusconismo? Quanto fatuo è il disprezzo per la sua condotta, se poi il centro destra è ancora lì a dargli spazio? La verità è che Silvio manca a tutti.

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Silvio Berlusconi è tornato, candidato del centrodestra per la presidenza della Repubblica; la notizia fa sorridere, in un modo o nell’altro, più o meno tutti. “Nostalgia, nostalgia canaglia“, intonava un successone di anni fa. Già, perché se c’è un sentimento comune alla stragrande maggioranza degli italiani è proprio questo: la nostalgia. Gli abitanti del Belpaese la provano più o meno per tutto ciò che non c’è più, di cui cercano simulacri, pallidi ricordi dei fasti che furono: i fascisti che erano amici di Hitler, ma almeno si stava sicuri, i democristiani che facevano i loro interessi, ma la gente stava bene, Pippo Baudo a Sanremo che era tutta un’altra storia, solo per fare alcuni esempi.

E adesso, nell’anno del Signore 2022, spunta nostalgico il suo nome, quello di Silvio Berlusconi. Non stupirebbe la cosa se Berlusconi fosse passato a miglior vita. Si sa che la morte ha questo effetto catartico sulle malefatte e aiuta a revisionare la storia. Il fatto, però, è che Silvio ha il dono dell’immortalità, è ancora qui tra noi e questa nostalgia è prematura, inappropriata, oltre che pericolosa, che a forza di rimpiangerlo infatti, è tornato, convinto più che mai. E non è tornato, pare, come un burattino delle classiche mosse politiche pre-elezioni, non è un nome che si può permettere di far bruciare, il suo. La tocca piano, pianissimo, convoca a casa sua, telefona o fa telefonare, tasta spasmodicamente il sentiment di alleati, nemici o presunti tali.

Una missione quanto meno temeraria, in cui sfruttare qualsiasi arma, in cui, soprattutto, “uno vale uno” veramente, dal parlamentare più rodato all’ultimo dei 25enni pentastellati, ogni voto è utile per coronare il sogno: essere il successore di Sergio Mattarella. Così il Cavaliere telefona a deputati e senatori semisconosciuti, adulandoli, bisogna dargliene atto, come solo lui sa fare. I più ambiti sono gli ex grillini del gruppo Misto quasi sicuri ormai di non essere rieletti: messi insieme fanno 56 grandi elettori, guarda caso giusto il numero che serve al Silvio nazionale, che insieme ai 450 del centrodestra gli farebbero raggiungere gli agognati 505 voti, che dal quarto scrutinio gli garantirebbero l’elezione al Quirinale. E chi meglio di Vittorio Sgarbi può fungere da centralinista in questo grande giro di telefonate da Vota Antonio, vota Antonio? Chi più di lui, moderno Rasputin, poteva consigliare a Berlusconi di rivolgere le sue attenzioni ai no-vax? E così, iniziano a fioccare le testimonianze di chi quella chiamata l’ha ricevuta per davvero. La senatrice Laura Granato, per esempio, ha dichiarato di aver esposto al Cavaliere “la mia posizione contraria sull’obbligo vaccinale e sul super green pass, mi ha detto che lui è un liberale vero ed è perciò rispettoso di tutte le posizioni, quindi non aveva nulla in contrario“. Ancora, la scorsa settimana, la strana coppia Sgarbi-Berlusconi ha chiamato finanche Cristian Romaniello, pentastellato classe 1988, il quale ha invece raccontato che per passargli l’ex premier, Sgarbi abbia detto “aspetta, ti passo un amico nostro grillino“. Romaniello, stupefatto, ha raccontato a Berlusconi che quando è arrivato alla Camera si chiedeva proprio se avrebbe mai parlato con lui. “Adesso posso dirlo: mi ha addirittura chiamato“.

Dalla conta dei voti non è sfuggita neanche Italia Viva. Renzi nega di aver parlato con Silvio. “Non mi ha chiamato, ha chiamato i miei, diversi dei miei, qualcuno lo ha confuso con altri. Se mi chiama glielo dico per telefono quello che penso della sua candidatura, anche se potete immaginarlo”, ha dichiarato. Sgarbi, invece, ha assicurato che i due si sono sentiti eccome e che Renzi si sarebbe detto favorevole a votarlo in cambio dell’impegno a cambiare la legge elettorale in senso proporzionale.

Silvio, è evidente, non molla, un erede non lo sceglie, neanche in questa veste del tutto inedita. Il Cavaliere, ammettiamolo, non ha neppure mai avuto quell’ipocrisia benpensante di considerare pari a se stesso qualcuno dei suoi alleati, mai, nella convinzione incrollabile di essere la migliore approssimazione terrena al Padre Eterno; “sono unto dal Signore”, ricordate? La formula ci è nota, persino questo è rincuorante, visto nell’ottica nostalgica cara all’italiano medio. Di Silvio ormai distinguiamo il registro, le menzogne, le battute, quell’impertinenza che nonostante gli imbarazzi procurati, è sempre refrattaria ad ogni forma di invecchiamento. Ci sarebbe da considerare quello senile, certo, che comunque non nuoce alla causa, quell’aria da nonno un po’ mattacchione, quel voler rinnegare le rughe, l’incanutimento, segni inequivocabili del tempo che passa, ce lo fanno apparire persino più vulnerabile a sua insaputa, quasi tenero. E mentre scriviamo queste amare parole, già immaginiamo qualche lettore intento a scuotere il capo e pensare: “No, forse Berlusconi manca a voi, mentecatti, a me non di certo!”, ovvio, sicuro. Nessuno lo ammetterebbe. Nessuno, anzi no. Scalfari per esempio, il fondatore di Repubblica, l’ha detto. Persino Santoro e Travaglio, anni fa, non hanno saputo resistere a un registro quasi comico, quando il nemico giurato di una vita, Berlusconi, è andato ospite in studio. Insomma, qual è la vera cifra dell’antiberlusconismo? Quanto fatuo è il disprezzo per la sua condotta, se poi il centrodestra è ancora lì a dargli spazio?

La risposta è che Silvio ci manca. Punto. Manca a tutti, a quelli che lo amavano e quelli che lo odiavano, entrambi orfani del proprio oggetto di valore o disvalore, a seconda di come si vede la cosa. Berlusconi ha il merito indiscusso di aver segnato nettamente la linea tra il bene e il male, come solo gli eroi e gli anti-eroi fanno, cioè come i personaggi che portano insita in loro un’epica, a volte esemplare, a volte terribile. Con lui non ci sono vie di mezzo, né compromessi. Impossibile “simpatizzare”, “essere incline”, “curioso osservatore”, “indifferente”. In o out. Se lo sostenevi, compravi il pacchetto completo, il kit del club Forza Italia, compravi i suoi giornali, guardavi la sua tv, tifavi la sua squadra; viceversa, ti opponevi a tutto ciò, ti indignavi delle figure di merda internazionali, del degrado del ruolo femminile, dei reati finanziari, per non parlare poi di quelle accidentali amicizie con soggetti legati alla mafia. In un caso o nell’altro, entrambi i sentimenti erano assolutamente viscerali.

Tocca ammettere che nessuno dopo di lui è riuscito a unire o dividere in ugual misura, forse, ma bisognerebbe andare oltreoceano, solo Trump è riuscito in questa impresa; tocca ammettere che più di qualcuno ha borbottato per esempio che Renzi, quello di sinistra, era peggiore di Berlusconi, lasciando sottintendere il grande classico adagio del pensiero politico italiano: si stava meglio quando si stava peggio. Tocca ammette che nessuno ha preso il suo posto nella nostalgica Italia. Nessuno, neppure il più zelante ed empatico Conte o il più inappuntabile astro brillante d’Italia Draghi, nessuno può aggregare e scompaginare come lui. Coinvolgere tutti allo stesso modo, animati dallo stesso ardore, è forse il compito principale di un Presidente della Repubblica che si rispetti.

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