mercoledì, 8 Dicembre 2021

“Quel giorno ho salvato mia figlia”: allarme per il virus respiratorio in neonati e bimbi

Allarme per una nuova epidemia, quella del virus respiratorio sinciziale in neonati e bambini. Gli ospedali sono strapieni, così come le terapie intensive, ma nessun dolore sarà più grande di quello di una mamma che vede il proprio figlio non stare bene.

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In tutta Italia l’autunno è ormai arrivato, e con lui anche nuove forme di influenze, le più comuni come un semplice raffreddore e quelle più gravi che intaccano le vie respiratorie. I reparti pediatrici, così come le terapie intensive di tutti gli ospedali italiani, sono pieni di neonati e bambini con bronchioliti e polmonite per il virus respiratorio sinciziale. È allarme per una nuova epidemia che convive con quella di Covid-19 diffusa ormai da più quasi due anni. Ma se quest’ultima coinvolge per la maggior parte dei casi i più grandi, questa preoccupa le mamme di tutti i bimbi che, da un normale raffreddore si ritrovano ricoverate con loro nelle corsie degli ospedali. Da nord a sud, i letti occupati dai più piccoli aumentano giorno dopo giorno: a Padova sono 16 i ricoverati, tra cui 4 di loro intubati in rianimazione; a Roma 10, due dei quali di appena un mese in terapia intensiva.

Fabio Midulla, presidente della Società italiana per le malattie respiratorie infantili, riferisce come questa epidemia sia arrivata due mesi in anticipo: “Il virus, se contratto nei primi mesi di vita del bambino – spiega – provoca forme di bronchiolite gravi, con manifestazioni cliniche nelle basse vie respiratorie, mentre nei bambini più grandi e negli adulti si risolve con sintomi lievi, come rinofaringite, febbre o tosse”. L’anno scorso circolava, ma non in questo modo perché, come si suol dire, “nella sfortuna la fortuna”. Grazie alle norme anti-Covid si sono seguiti protocolli che hanno impedito a quei batteri di circolare con così tanta facilità: scuole ed asili chiusi, mascherine, distanziamento sociale. Invece oggi siamo senza anticorpi, più fragili e più esposti; a pagarne le conseguenze sono i nostri piccoli. Ecco perché le mamme non devono mandare i figli a scuola se non sono guariti del tutto, perché devono sacrificare il fratello più grande malato o devono, a prescindere da Covid o meno, continuare a rispettare le regole anti contagio. Non esiste ancora un vaccino contro questo virus respiratorio sinciziale Rsv, ma per fortuna esiste la medicina. Ci sono tre sperimentazioni in fase III di vaccini per le mamme e ci sono terapie con anticorpi monoclonali solo per bimbi prematuri e particolarmente fragili, cioè i cardiopatici.

Nessuna scienza però potrà “guarire” la preoccupazione e la paura di una madre, soprattutto alle prime armi, che vede la propria figlia non stare bene e non capire il perché. “Forse ha avuto la ricaduta, anche se è stata già raffreddata due volte”. “Forse la dovevo tenere a casa, ma stamattina stava bene”. “Forse le ho dato il medicinale sbagliato e il medico è un incompetente”. Pensavo questo quando, mercoledì scorso, sono andata a prendere mia figlia dall’asilo prima dell’orario di uscita, le maestre mi avevano chiamato perché “tua figlia non sta bene, meglio che la vieni a prendere”. Ricordo che l’ho presa in braccio e ho capito subito che qualcosa non andava, non era semplice raffreddore, non riusciva a respirare bene, aveva l’affanno e lei non ce l’ha neanche dopo essersi scatenata per tre ore consecutive. Ho capito che non serviva più il pediatra, ma l’ospedale e così mi sono precipitata lì.

Potrei stare ore a raccontare il calvario passato lì per ore, ma le cose più importanti da dire in realtà sono due: il tampone Covid era negativo, e di questi tempi è proprio una grande notizia, e grazie alla tac al torace avevo finalmente scoperto cosa avesse mia figlia. La bronchite, che alla sua età, quasi due anni, si chiama comunemente bronchiolite, forse per farla sembrare meno grave di quanto in realtà è. Se da una parte una risposta mi confortava, dall’altra avevo paura che quel suo corpo così piccolo non avrebbe retto. Fatto sta che i bronchi ormai erano coinvolti e dopo tante cure serviva quella giusta, proprio perché di vaccino ancora nessuna traccia. Il reparto di Pediatria era pieno di bambini con le loro mamme che, tra un colpo di tosse ed un altro, trovavano qualsiasi modo per riempire il tempo. Alcuni meno gravi costretti ad indossare la mascherina, altri più gravi erano intubati perché le difese immunitarie erano troppo basse.

I dottori correvano da una parte all’altra, con nuove consulenze da fare ai bambini, tutti con le stesse patologie come quelle della mia: raffreddore per qualche giorno, tosse secca, illusione di guarigione e poi debolezza ed evidente fatica a respirare, accompagnata da un soffio, chiaro sintomo che qualcosa alle vie respiratorie non va. Io per fortuna, dopo dieci ore, sono tornata a casa con 15 giorni di prognosi, con nuove medicine da dare e nessuno da vedere per evitare ulteriori contagi di altre patologie. C’è chi invece, così come ho visto nei giorni seguenti, è stato costretto al ricovero perché più piccolo o perché ormai in stato avanzato. Io l’ho presa in tempo, forse sarà stato un improvviso istinto di mamma o forse solo fortuna. Iniziamo a fare vaccini da piccolissimi, sperando che grazie a questi mai niente potrà colpire i nostri piccoli, poi cresciamo e non ci fidiamo più. In questo, in cui il vaccino può essere un’ancora di salvezza come testimonia quello contro il Covid, non dobbiamo dimenticare di prendere precauzioni per noi e per loro, soprattutto dato che l’inverno andrà così. Lavarsi le mani, non avere contatti con chi è malato, usare comunque mascherine e distanziamento, non mandare i figli a scuola se ancora malati, contattare il medico per qualsiasi dubbio, tenere i neonati e i piccolini lontani da qualsiasi cosa possa essere male per loro. Tutto questo può far risparmiare 15 giorni in terapia intensiva.

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