giovedì, 23 Settembre 2021

“Quell’11 settembre avevo 8 anni”. Il racconto di una mamma alla figlia piccolina

Vent'anni fa a New York uno dei più grandi e spaventosi atti terroristici pianificati della storia. Quasi 3mila le vittime, troppi i feriti, disumano il dolore. L'umanità continua a vivere non dimenticando mai quanto l'uomo possa provocare una distruzione così potente. Le immagini delle Torri Gemelle che crollano le hanno viste tutti, anche chi quel giorno non era ancora nato.

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Se dovessi raccontare a mia figlia qual è stato uno dei giorni in cui ho avuto più paura, sicuramente le parlerei di quell’11 settembre 2001. Ero piccola, avevo da poco compiuto 8 anni, eppure ricordo ancora gli occhi dei miei genitori e le mani che si stringevano forte mentre guardavano la televisione. Inutili i miei tentativi nel chiedere cosa fosse successo – tanto non avevo l’età giusta per capire – eppure i rumori, il fumo, le urla ed i pianti è come se fossero nel mio salotto. Quel giorno ho capito che la mia casa era il posto più sicuro in cui sarei voluta rimanere. Forse, quel mondo di cui tutti mi parlavano, non ero davvero pronta a conoscerlo. Ed è lo stesso mondo – se non più pericoloso a distanza di 20 anni – in cui si ritroverà a vivere mia figlia. Certamente non ero abbastanza grande da capire cosa significassero le parole attentato, al-Qaida, kamikaze e terrorismo e se ben ricordo continuavo a chiedermi perché America e Stati Uniti fossero la stessa Nazione; ma le emozioni non hanno età.

Sono le 8:46 di mattina a New York quando il primo aereo, un Boeing 767 dell’American Airlines con 92 passeggeri a bordo si schianta contro la torre nord del World Trade Center. Esistono i problemi tecnici, i pezzi si rompono, il pilota può avere un malore. Dopo 17 minuti, alle 9:03 un altro aereo con 65 viaggiatori viene “lanciato” contro la torre sud. Due aerei con gli stessi problemi è alquanto strano, se non impossibile; lo avrebbe capito anche un bambino, in quel caso io. Ma mentre io continuavo a farmi domande – a me stessa tra l’altro, perché i miei genitori quel giorno non hanno né parlato, né mangiato – lì la gente iniziava a morire. Chi sul colpo, chi dopo minuti di sofferenza, chi avvolto dalle fiamme e chi, invece, pensava di salvarsi “volando” dalle finestre delle torri. Alle 9:43 un Boeing 757 con 64 persone a bordo si infrange sulla facciata occidentale del Pentagono; il quarto aereo alle 10:06 cade in un campo in Pennsylvania. Quel giorno pensavo che la cosa più normale che potesse succedere fosse che gli aerei cadessero, ma soprattutto che prima o poi uno avrebbe colpito casa mia. Tra le 9:59 e le 10:28 le Torri gemelle crollano.

Se mia figlia, mi auguro il più tardi possibile, mi dovesse chiedere il perché di questa tragedia, non so se sarei in grado di risponderle. Potrei dirle di informarsi, leggere libri, vedere film; oppure potrei semplicemente dirle di sedersi accanto a me ed ascoltare una storia che inizierebbe con “A volte l’uomo sa essere così cattivo che…”, perché se ci pensiamo tutto nasce da lì, dal controllo irrefrenabile dell’uomo di fare del male per un tornaconto personale. Anche quell’11 settembre 2001 la perfidia e la cattiveria hanno avuto la meglio: 2.977 le vittime, di cui 2.753 solo a New York. Quei 19 uomini che quella mattina hanno deciso di salire sugli aerei con l’obiettivo di dirottarli, figlia mia, sono la prova che basta un attimo affinché il nostro mondo diventi male. E la morte esiste, non ha una data, si può stare attenti, si può evitare il pericolo, ma c’è, e se arriva all’improvviso non hai scampo.

Mi ricordo che prima di andare a dormire, quella sera dell’11 settembre 2001, ho fatto una preghiera non per le vittime, ma per chi era sopravvissuto. Quella gente lì avrebbe dovuto convivere, da quel momento in poi, con un trauma ed un dolore che l’avrebbe cambiata per sempre. Se da un lato avevano avuto il miracolo di sopravvivere, dall’altro niente sarebbe stato più come prima. Lo so che è abbastanza utopistico, ma per spiegare ad un figlio il vero significato della vita, basterebbe chiedere alla gente sopravvissuta a quel “massacro umano”, se esiste, e come lo si debba dare. Per non parlare del perdono: chissà se chi ha perso qualcuno in quell’atto terroristico pianificato, oggi a distanza di 20 anni, è stato capace di perdonare. Che poi, perdonare chi? Chi ha architettato tutto e nello stesso è morto? O chi muove tutte le pedine, ma a cui non sapremo mai dare un volto? Le domande sono talmente tante che non le troveremo mai, in nessuna pagina perché sono scritte in un unico libro, quello della vita.

Ricorderemo l’11 settembre 2001 come l’attentato alle Torri gemelle, come un genocidio, 3mila morti, feriti, macerie, soccorritori. Uomini che volano dalle finestre ed altri che chiedono aiuto. Possiamo immaginare lo stato d’animo di chi ha visto l’amore della propria vita andare a lavoro e non tornare più. Altro non si può fare se non rendersi conto che una minima parte dell’umanità non c’è più, perché l’uomo sa essere l’essere più spregevole delle storia, e quella rimasta nella New York di 20 anni fa, oggi non è più quella di prima, forse neanche fisicamente. Cara Sofia, oggi ho voluto raccontarti questa storia perché è l’11 settembre e sono sicura che questa data, un giorno, la ricorderai anche tu.

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