giovedì, 23 Settembre 2021

Eterna, emancipata. Mainstream suo malgrado: Lady D

Il 31 agosto 1997 il mondo si è fermato per la sua morte. C’è qualcosa nella vita di Diana che trascende ogni etichetta. Oltre il tempo, oltre le mode, oltre i termini di paragone. Quel giorno muore la Principessa del popolo e nasce il mito.

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“È questo il luogo dove ricordare tutte quelle ironie sul conto di Diana, ma soprattutto la più grande di queste: una ragazza il cui nome è stato quello di un’antica dea della caccia, che fu alla fine tra le persone più cacciate, perseguitate dell’era moderna”. La considerazione, amara quanto vera, fu pronunciata da Charles Spencer, durante il suo discorso al termine del funerale di sua sorella, l’eterna Lady D.

Considerazione vera perché perseguitata lo è stata sempre, fino alla fine della sua vita, spezzata improvvisamente a seguito di un incidente stradale nel tunnel dell’Alma, a Parigi, mentre scappava dai paparazzi. E così il 31 agosto 1997 il mondo si è fermato per un giorno intero. Tutti attoniti davanti alle tv, sotto shock: una tragedia si era portata via per sempre la principessa a soli 36 anni.

Una fine terribile quanto inaspettata, che ha contribuito a rendere eterna Diana Spencer. Con le sue fragilità, la sua fallibilità, la sua incredibile bontà d’animo, che l’hanno resa la principessa del popolo. Insostituibile. Indimenticata. Perché c’è qualcosa nella vita di Diana che trascende ogni etichetta, passata o presente che sia, per andare oltre. Oltre il tempo, oltre le mode, oltre i termini di paragone, posizionandosi ormai nel terreno del mito.

Nella moda come nella pubblicità, nell’immaginario collettivo, compreso per assurdo anche quello dei Millennials, come sui social media, il suo personaggio è stato mainstream prima ancora che questo termine avesse un senso, proprio lei, che mainstream non lo è mai stata. Perché Diana è tutto e chiunque ci si può identificare. Ha in sé la fiaba, la tragedia, la capacità di un’identificazione universalmente valida. Ci si riconosce nella sua libertà, che l’ha portata a sfidare pregiudizi e limiti nella parabola della sua vita. Una nobile che si comportava da commoner, figlia del suo tempo, ma sempre proiettata al futuro, capace di emancipare con la sua ribellione la rigida etichetta, cambiando una volta per tutte il volto della monarchia inglese.

Protagonista, a volte suo malgrado, altre consapevolmente, di un reality show prima ancora che i reality fossero inventati; messa alla gogna da una società che non le risparmiava di certo le critiche, ma che al contempo la osannava, perché in realtà aveva bisogno del suo spirito anticonformista per rinnovarsi. Diana è una donna che ha vinto la sfida contro la sottomissione di secolare memoria, mostrando la sua personalità benvestita, superando la fragilità degli esordi e andando sempre alla ricerca della felicità per sé ma prima di tutto per chi amava, che fossero i suoi figli o i bisognosi di tutto il mondo.

Poco importava se prima accanto all’ex marito Carlo o successivamente da sola, Diana girava il mondo con il sorriso sulle labbra per presenziare agli eventi ufficiali e poi, anni dopo, per dedicarsi all’impegno sociale, che la portava a concentrarsi sempre sui più deboli. Diana, Sua Altezza Reale Principessa del Galles, ha continuato a rappresentare la Corona inglese anche quando la Corona il titolo glielo tolse. Ecco perché da quel momento è diventata davvero la principessa del popolo, programmando i suoi incontri ufficiali sempre a sostegno di cause umanitarie. Girava tra ospedali e orfanotrofi, occupandosi di lebbrosi, di malati di Hiv, di tossicodipendenti e di vittime di guerra, affiancando personaggi come Nelson Mandela e Madre Teresa di Calcutta; il suo impegno la portò anche ad occuparsi in prima persona, con elmetto e giubbotto protettivo, delle mine antiuomo.

Dei suoi funerali, chiunque ricorda con dolore l’immagine di William e Harry, allora adolescenti, che seguirono contriti il feretro della mamma, con quel loro cestino di rose bianche con scritto semplicemente “Mummy”. Ma ciò che, nel ricordo della tragicità di quei giorni, strappa un triste sorriso, è l’idea che Diana emancipata lo è stata anche da morta. Durante la funzione funebre, il rock di Elton John, legato da profonda amicizia alla principessa, è entrato in una chiesa per la prima volta: per lei riadattò “Candle in the wind”, il suo personale addio in musica alla principessa dei cuori.

E ci è rimasta Diana, nei cuori di tutti. Sono passati 24 anni dalla morte della principessa senza regno che, forse inconsapevolmente nei più giovani, vive ancora nelle conquiste di ognuno di noi.

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