mercoledì, 22 Settembre 2021

Tamberi e Barshim come Long e Owens, uniti in un salto nella lotta al razzismo

L'abbraccio dall'alto impatto emotivo dei due atleti a Tokyo ha riportato alla mente un meraviglioso momento di umanità, accaduto durante le Olimpiadi di Berlino del 1936.

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“Say no to racism”, “Respect”, “Equality”, “Race as one”, “Black lives matter”, “How many more” e tanti altri slogan lanciati e sponsorizzati quotidianamente per sensibilizzare l’opinione di grandi e piccini, contro una piaga sociale come il razzismo, che solo in Italia vede ogni giorno circa sette episodi di discriminazione, il 69% legati a motivazioni etnico-razziali. Secondo quanto emerge dal libro “Cronache di ordinario razzismo”, nella Penisola, prendendo in considerazione il periodo che va dal 1° gennaio 2008 al 31 marzo 2020, si sono consumati 7426 episodi riconducibili al razzismo, con 5340 casi di violenze verbali, 901 aggressioni fisiche contro la persona, 177 danneggiamenti alla proprietà e 1008 casi di discriminazione.

Questi numeri dolorosi e queste pagine infauste però è come se per un attimo si fossero cristallizzate, quasi cancellate, messe in pausa per alcuni secondi divenuti eterni davanti agli occhi del mondo, nessuno escluso, dallo Stretto di Magellano allo Stretto di Bering. Sono le 14:40 italiane, a Tokyo Gimbo Tamberi e Mutaz Barshim al termine della finale di salto in alto sono stretti in un lungo abbraccio che racchiude tutte le sofferenze e i sacrifici legati ad un infortunio alla caviglia che per l’italiano significò non prendere parte alle olimpiadi di Rio, per il qatariota niente record mondiale in Ungheria.
Entrambi hanno superato l’asticella del salto in alto a 2.37 metri, sono pari. La medaglia più ambita è appesa ad un filo sottilissimo e ne sono consapevoli entrambi, Barshim decide di chiedere al giudice se è possibile avere due ori, un qualcosa di realizzabile soltanto se la decisione è condivisa. Il giudice risponde che sì, si può fare, oppure si può continuare la gara fino all’errore di uno dei due. Uno sguardo e la mano si tende con tanto di “History making”, Facciamo la storia, pronunciato dal qatariota. È finita, Tamberi è incredulo e si lascia andare nuovamente ad un abbraccio, intriso di emotività e non di attesa per un esito, sfogando questo turbinio emotivo in un’esultanza sfrenata, commovente, stoica.

Un momento che rimarrà per sempre nell’immaginario collettivo delle Olimpiadi, un episodio che fa tutta la differenza del mondo, a discapito delle belle parole e delle frasi di circostanza che per antonomasia volano via senza mai posarsi realmente nel cuore di qualcuno. Un messaggio di condivisione, di rispetto, di amicizia, di uguaglianza. Un caso che, per certi versi, rimanda ad un altro evento storico per il quale però bisogna azionare la macchina del tempo, indicando come destinazione le Olimpiadi di Berlino del 1936.
Nella capitale tedesca i giochi organizzati con la perfezione che contraddistingue la Germania, onorano Hitler e la miriade di vittorie teutoniche come recitano le 89 medaglie conquistate, di cui 33 di oro. Il 4 agosto è il giorno della finale di salto in lungo: a contendersi il gradino più alto del podio ci sono il tedesco Lutz Long e l’afroamericano Jesse Owens, il primo guadagna l’accesso all’ultimo atto della disciplina senza troppi sforzi, mentre per il secondo, complice il colore della pelle e la presenza ingombrante del Führer, il cammino è più tortuoso. La passeggiata a bordo pista per scaricare la tensione viene clamorosamente conteggiata come salto nullo; il secondo salto, invece per errore di Owens, è ancora nullo; l’accesso alla finale viene quindi deciso nell’ultimo tentativo, dove Long consiglia di staccare un po’ più indietro, detto fatto.
Arrivati all’ultimo tentativo, un errore del tedesco indirizza la medaglia verso Cleveland: Owens nonostante l’ufficialità dell’oro si concede un altro salto che significa record olimpico; Long, posizionato a bordo pista ad ammirare il rivale, corre verso di lui stringendoli la mano e abbracciandolo, nonostante Hitler, nonostante sia americano e soprattutto nonostante sia nero.
“Ci volle molto coraggio per salutarmi davanti a Hitler. Potreste fondere tutte le medaglie e le coppe che ho vinto e non varrebbero l’amicizia a 24 carati che provai per Lutz Long in quel momento. Hitler deve essere impazzito a vederci abbracciare”.

A distanza di diversi decenni tra i due episodi, per fortuna non viviamo più in un’epoca segnata dal nazismo e dalla guerra mondiale, ma lo sport ci ha regalato ancora una volta momenti emozionanti e lezioni di vita, nell’istantanea delle due storie che aiutano a mantenere alimentato e vivo il fuoco del calore umano, come un tedoforo olimpico.

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