lunedì, 25 Ottobre 2021

Genova, 20 luglio 2001. Non cancelleremo quel sangue

Il G8 di Genova veniva dopo una breve ma intensa stagione di ribellioni contro il capitalismo virulento che stava strozzando le economie dei paesi meno industrializzati. Le manifestazioni di Montreal, Colonia, Seattle, Praga, Nizza, Porto Alegre, Napoli e Goteborg volevano dire solo una cosa: "Un altro mondo è possibile". Da una parte e dall'altra i toni, i modi, non furono opportuni. Successe l'irreparabile, non l'imprevedibile.

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Estate 2001. La radio passava solo Raf, i Velvet, Elisa, Manu Chao e i Subsonica che l’anno prima avevano portato la musica elettronica sul palco di Sanremo. Non ricordo esattamente dove fossi in quei giorni, se in vacanza, nell’appartamento che quell’anno avevano preso in affitto i miei genitori, o a casa mia. Ma ricordo bene l’immagine della pancia nuda di Carlo Giuliani dopo essere stato investito due volte da un defender dei carabinieri, il suo cadavere in una pozza di sangue coperto da un lenzuolo sull’asfalto di piazza Alimonda.

Quel ragazzo aveva 23 anni, io stavo per compierne otto. Ne sono passati 20 dal G8 di Genova, dai limoni di Silvio Berlusconi, dalle Tute Bianche di Casarini caricate dalle forze dell’ordine, dal sangue sui termosifoni della scuola Diaz e dalla macelleria messicana di Bolzaneto. Cos’è cambiato? Poco. Gli articoli di firme internazionali pubblicati tra il 1999 e il 2001 sembrano scritti oggi. Fatti come quelli del carcere di Santa Maria Capua Vetere, della caserma Levante di Piacenza, gli omicidi di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi e Giuseppe Uva sembrano scritti prima che George W. Bush e Tony Blair trascinassero l’Occidente nella loro guerra al terrore.

Il G8 di Genova veniva dopo una breve ma intensa stagione di ribellioni contro il capitalismo virulento che stava strozzando le economie dei paesi meno industrializzati. Le manifestazioni di Montreal, Colonia, Seattle, Praga, Nizza, Porto Alegre, Napoli e Goteborg volevano dire solo una cosa: “Un altro mondo è possibile”. Un mondo più equo, rispettoso dei popoli, dei lavoratori e dell’ambiente, questo è quello che chiedevano i no-global mentre su di loro piovevano lacrimogeni, spray urticanti, proiettili di gomma e manganellate.

A Genova, però, i proiettili non erano di gomma, i manganelli non erano sempre quelli dati in dotazione. Una mazza di ferro e un tonfa non sono la stessa cosa. C’erano otto leader nel Palazzo Ducale, ma in città lo Stato non c’era, non esisteva più democrazia. Amnesty International definì i fatti del G8 “la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”. “Un due tre, viva Pinochet”. Le ossa rotte. “Quattro cinque sei, a morte gli ebrei”. Le umiliazioni. “Sette otto nove, il negretto non commuove”. La paura, le bugie.

I pacchi bomba delle settimane precedenti, la minaccia delle sacche di sangue infetto, la violenza del nuovo anarchismo documentato nella battaglia di Seattle, la guerriglia del blocco nero avevano annebbiato ogni cosa. La linea che divideva i manifestanti dai black bloc si era assottigliata talmente tanto da diventare invisibile. Il nemico era ovunque e andava annientato ad ogni costo, con qualunque mezzo. Da una parte e dall’altra, i modi, i toni, non erano quelli più opportuni. A Genova successe l’irreparabile, non l’imprevedibile.

Il G8 ha lasciato una grande eredità. Quel trauma ha segnato un punto di svolta per le mobilitazioni sociali. Il Genoa Social Forum è stato l’apice di quella battaglia antiglobalizzazione degli anni ’90, ma anche la fine in un certo senso. Sono cambiate le modalità, ma non ciò che chiedevano quei ragazzi massacrati e umiliati dallo Stato. Da anni Amnesty chiede al ministero dell’Interno l’inserimento dei codici identificativi per gli agenti impegnati in operazioni di ordine pubblico. Un’urgenza testimoniata per ultima da quanto accaduto a Santa Maria Capua Vetere.

È il 20 luglio 2021, sono passati 20 anni. La memoria è un ingranaggio collettivo, va oleato per far si che non si fermi. Genova non si può dimenticare. Genova è quel capitolo del libro di storia che, se saltato, rende tutto incomprensibile. Per questo non cancelleremo il sangue. Don’t clean up the blood.

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