martedì, 30 Novembre 2021

Mafia, filo doppio tra Palermo e Usa: scacco ai Torretta 11 arresti

Tra la famiglia mafiosa e gli esponenti di vertice di Cosa nostra statunitense c'era "un persistente e saldo legame". A vario titolo sono accusati di associazione di tipo mafioso, detenzione di stupefacenti, favoreggiamento personale e tentata estorsione con l’aggravante del metodo mafioso.

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Scacco alla famiglia mafiosa palermitana di Torretta. Con un blitz all’alba, i Carabinieri del Comando provinciale di Palermo hanno eseguito 11 misure cautelari per indagati accusati a vario titolo di associazione di tipo mafioso, detenzione di stupefacenti, favoreggiamento personale e tentata estorsione con l’aggravante del metodo mafioso. Nove di loro sono finiti in custodia cautelare in carcere, uno è agli arresti domiciliari, per un altro è scattato l’obbligo di dimora nel comune di residenza.

Le indagini hanno portato alla luce la struttura e le attività criminali di una articolazione di Cosa nostra palermitana storica, la famiglia mafiosa di Torretta, inserita nel mandamento di Passo di Rigano, che era la loro roccaforte da sempre. Il piccolo paese, con poco più di 4mila abitanti nell’hinterland palermitano, fungeva anche da collegamento tra Cosa nostra siciliana e l’omonima organizzazione criminale newyorkese. I rappresentanti della famiglia, in passato si sono distinti per il ruolo dei loro esponenti come garanti per il rientro in Italia degli ‘scappati’, cioè della fazione sconfitta e ostracizzata dai corleonesi di Totò Riina al termine della seconda guerra di mafia.

“Si tratta di un’attività investigativa prolungata che ha dimostrato le relazioni tra i mafiosi italiani e quelli degli Stati Uniti, ma anche, ancora una volta, una penetrazione opprimente nel tessuto economico della comunità e un inquinamento delle istituzioni locali”, ha dichiarato il generale Arturo Guarino, comandante provinciale dei Carabinieri di Palermo, dopo il blitz. “I Carabinieri con le indagini cercano di liberare e dare dignità a una comunità che troppe volte e per troppo tempo è stata sotto una pressione di una cappa insopportabile da parte della mafia”, ha aggiunto.

Il controllo delle attività economiche collegate all’edilizia, all’agricoltura e all’allevamento di bestiame, ma anche il tentativo di infiltrarsi nell’amministrazione comunale per indirizzare le scelte amministrative. Nulla sfuggiva al monopolio della famiglia mafiosa di Torretta, colpita all’alba dal blitz dei carabinieri ‘Crystal Tower’. Le indagini, spiegano i Carabinieri, hanno consentito di “coglierne la capacità di inserirsi forzatamente nel tessuto economico locale con l’imposizione delle sensalerie nelle compravendite e attraverso il diretto intervento nelle dinamiche di compravendita degli animali e dei terreni”.

Non solo. È emersa anche “la capillare ingerenza” nelle attribuzioni di commesse di lavoro pubbliche e private a Torretta e nei limitrofi comuni di Capaci, Isola delle Femmine e Carini, oltre che in alcuni quartieri di Palermo. Ricostruiti anche i tentativi di infiltrarsi, prima del commissariamento avvenuto nell’agosto del 2019, nella locale amministrazione comunale, tuttora commissariata, e di indirizzare le relative decisioni amministrative, di modificare l’esito delle elezioni comunali, fornendo, nel corso delle elezioni amministrative del 2018, supporto ai candidati di schieramenti opposti.

L’asse Torretta-Usa era radicato. Tra la famiglia mafiosa e gli esponenti di vertice di Cosa nostra statunitense c’era “un persistente e saldo legame”, capace sia di “condizionare, attraverso propri emissari, gli assetti criminali torrettesi”, sia di “essere fonte di tensioni in occasione dell’omicidio del mafioso newyorkese Frank Calì, esponente apicale della famiglia Gambino di New York”. L’attività d’indagine ha permesso di ricostruire la missione a Palermo, alla fine del mese di settembre del 2018, di un emissario di Cosa nostra americano, accolto dai vertici della famiglia mafiosa Torretta con tutti gli ‘onori’. “La permanenza dell’uomo” hanno spiegato gli investigatori  “è stata garantita, tra gli altri, dai fratelli Puglisi (due imprenditori edili di Torretta) che, dividendosi i ruoli, si sono occupati di prenderlo in aeroporto e di garantirne il soggiorno in una lussuosa villa con piscina di Mondello, dove gli è stato fatto dono di alcuni grammi di cocaina in segno di benvenuto”.

Nel periodo trascorso sull’isola, l’emissario dei boss Usa partecipò, il 3 ottobre del 2018, a una riunione con Raffaele Di Maggio, a capo della famiglia mafiosa di Torretta, nell’abitazione di quest’ultimo e a un secondo incontro riservato nella zona di Baucina. Lo stretto legame tra il clan e i boss Usa è testimoniato anche dal fatto che nei giorni successivi all’omicidio di Frank Calì, capo della famiglia dei Gambino, avvenuto a Staten Island la sera del 13 marzo 2019, il figlio di uno degli indagati partì per gli Stati Uniti. Rientrato dal viaggio, riferì “il clima di profonda tensione creatosi sulla sponda americana, mentre contestualmente, a Torretta si registravano i commenti ‘di prima mano’ di alcuni degli indagati che conoscevano personalmente Frank Calì e che, in un primo momento, avevano temuto che l’episodio potesse generare una pericolosa escalation di violenze nella quale rischiavano di rimanere direttamente coinvolti anche altre persone a lui vicine, attive nel contesto mafioso americano” hanno commentato gli inquirenti.

“Le indagini restituiscono una rinnovata vitalità della famiglia mafiosa di Torretta che, forte dei suoi legami con gli affiliati americani e della ritrovata autorevolezza dei vertici del mandamento, puntava a ritornare ai fasti del passato, ergendosi nuovamente a testa di ponte fra le due anime di Cosa nostra, quella siciliana e quella d’oltremare, da sempre costituenti due facce di una stessa medaglia”. A dirlo sono gli investigatori del Comando provinciale dei carabinieri di Palermo.

Nella famiglia mafiosa di Torretta, storica roccaforte di Cosa nostra, c’era una “costante, sebbene incruenta, conflittualità interna”. Al vertice della famiglia di Torretta, secondo gli investigatori, c’era Raffaele Di Maggio, figlio dello storico boss Giuseppe detto ‘Piddu i Raffaele’ morto nel gennaio 2019; al suo fianco Ignazio Antonino Mannino, anche lui con funzioni direttive e organizzative, e Calogero Badalamenti, affiliato a cui era stata affidata l’area di Bellolampo. L’attività investigativa ha fatto emergere anche i ruoli di Lorenzo Di Maggio, detto ‘Lorenzino’, scarcerato nell’agosto del 2017 e sottoposto alla sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno a Carini; Calogero Caruso, detto ‘Merendino’, anziano affiliato e già figura di vertice della famiglia mafiosa di Torretta, sotto il quale si andava accreditando il nipote Filippo Gambino; e Calogero Christian Zito, affiliato alla famiglia monitorato in numerosi spostamenti tra la Sicilia e gli Usa.

Le indagini hanno consentito di delineare la struttura della famiglia mafiosa di Torretta e di individuare anche “i canali di comunicazione con gli esponenti di vertice del mandamento mafioso di Passo di Rigano, cristallizzandone le funzioni e definendone le modalità di interazione con le paritetiche realtà mafiose urbane”, spiegano gli investigatori dell’Arma.

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