domenica, 1 Agosto 2021

Sopravvissuta a mezza pasticca, lo sbaglio di uno sballo

Mezza pasticca di ecstasy una volta sola e il fegato è bello che andato. Ha rischiato di rimanerci secca, ma un trapianto di fegato le ha donato una seconda vita. Giorgia Benusiglio gira le scuole a raccontare la sua storia. Il 26 giugno è la Giornata Mondiale contro le droghe, l'abbiamo incontrata.

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“Una volta sola, che vuoi che sia, mica si muore per mezza pasticca. Lo fanno tutti, ci provo anch’io. Una volta, che sarà mai”. È ciò che ha pensato Giorgia Benusiglio la notte del 16 ottobre 1999 in una discoteca di Desenzano del Garda, quando, dopo aver assunto mezza pasticca di ecstasy, si è ritrovata gialla dalla testa ai piedi, con il fegato in necrosi e ad un passo dalla morte.

Vai a ballare, sei giovane, ti senti immortale ed improvvisamente la vita cambia in un istante perché sì, per mezza pasticca si muore, com’è morto il suo fegato ammazzato dalla droga. Solo chi l’ha vissuto, sofferto e superato può raccontarlo, e Giorgia è la testimonianza vivente che l’errore adolescenziale di un’unica volta può costare terribilmente caro.

Epatite tossica fulminante, insufficienza epatica acuta, necrosi fulminante del fegato, questa la diagnosi. A Giorgia restano 6 ore di vita. Una corsa contro il tempo; all’Ospedale Niguarda di Milano la prendono letteralmente “per i capelli”, e con un trapianto d’urgenza durato 17 ore riescono a salvarle la vita. Un fegato nuovo, donato dalla morte di Alessandra, che è la vita di Giorgia.

Dal 2006, come Testimonial anti droga, gira le scuole d’Italia per informare i giovani, affinché quello che è successo a lei non si ripeta. Ha scritto due libri, è stata protagonista di un docufilm sulla sua vita e la sua storia ha ispirato un film.

Giorgia, sopravvissuta a questa terribile storia passando per la via crucis del dolore, sa che sarà una paziente a vita, costretta ad assumere quotidianamente farmaci immunosoppressori, a ripetere esami del sangue ogni mese, check-up completo ogni sei e a convivere con il rischio di un rigetto del fegato, come successo 15 giorni dopo il trapianto.

Il 26 giugno si celebra la Giornata Internazionale contro l’abuso e il traffico illecito di droga. La data, scelta dall’Assemblea Generale dell’Onu, ha l’obiettivo di incrementare il raggio di azione e cooperazione a livello internazionale per combattere il fenomeno. Quest’anno il tema è “Condividi fatti sulla droga, salva vite” (Share Facts On Drugs, Save Lives“): un invito a combattere la disinformazione diffondendo fatti reali sulle droghe, dalla prevenzione, ai rischi per la salute, fino al trattamento e alla cura.

Si tratta di un problema attuale, perché di droga si continua a morire: la relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia dell’anno 2020 con i dati del 2019 riporta numeri tragici: le morti registrate per overdose sono 373, l’11% in più rispetto all’anno precedente e addirittura il 39% rispetto al 2016. Al mondo, secondo il World Drug Report 2018, i consumatori affetti da disturbi derivanti dal consumo di sostanze sono 31 milioni.

Uomini, donne, adolescenti, adulti, anziani, ricchi e poveri: la droga non fa distinzioni. Ciò che preoccupa di più però, è l’età media dei consumatori tra i minori che continua ad abbassarsi: un’indagine condotta dal centro studi Semi di melo, nato dalla collaborazione tra la fondazione Exodus di Don Antonio Mazzi e la Casa del giovane di Pavia fa emergere dati shockanti: l’età media è di 12 anni. L’indagine è stata denominata Selfie, perché cerca di fotografare l’idea che i giovani danno di loro stessi. Lo studio è stato effettuato su un campione di 60mila studenti di scuole medie e superiori italiane, e anche se i dati sono ancora in fase di aggregazione fanno paura: il 16% dei minori spiega di aver fatto uso di sostanze “per affrontare momenti difficili”.

Proprio da questo, nasce la missione di Giorgia.

Quando e perché hai scelto di parlare con i ragazzi nelle scuole?

Nel periodo in cui ero ricoverata in ospedale c’è stato un bombardamento mediatico non indifferente su quanto mi è successo. Ero nel reparto di terapia intensiva, dove nessuno poteva entrare, ma Giusi Fasano, giornalista del Corriere della Sera, riuscì ad intervistarmi da dietro ad un vetro e proprio a lei, tra le altre cose, dissi che, se mi fossi salvata avrei voluto che tutti sapessero quanto la droga fosse dannosa. Ma, a 17 anni appena compiuti, il mio ‘tutti’ si riferiva alla mia stretta cerchia di amici, non potevo immaginare. Poi però mio padre mi disse che la parola data va mantenuta e che quindi, se non me la fossi sentita io di andare a parlare ai ragazzi, avrebbe iniziato lui. Da lì, sotto forma di volontariato, ha iniziato a girare per poche scuole all’inizio. Solo dopo qualche anno, ripresa fisicamente e in parte psicologicamente, ho iniziato a partecipare con la consapevolezza di poter fare qualcosa per gli altri.

Sono quasi 15 anni che giri per le scuole, hai scritto due libri e la tua storia ha ispirato un film e un docufilm. E adesso?

Al momento bolle in pentola qualcosa che ancora non sa nessuno e di cui sono molto entusiasta, quindi lo dico a voi in esclusiva. È ormai diverso tempo che sono in contatto con il Dipartimento delle politiche antidroga; la novità è che sta realizzando una collaborazione con il Miur, finalizzata alla creazione di progetti di prevenzione per i giovani, in cui sono stata coinvolta anche io. Insieme stiamo progettando moltissime iniziative interessanti e innovative da portare nelle scuole italiane. La speranza è che dall’anno prossimo, passata l’emergenza sanitaria, possano essere svolte in presenza, ma nel caso saranno fruibili online.

Nella Giornata Mondiale contro la Droga, qual è il messaggio che vuoi arrivi ai ragazzi?

Ti dico la verità, io penso che sia inutile dire ad un ragazzo di non far uso di una determinata sostanza: il proibizionismo fine a se stesso non è mai servito a nulla. Cerco di raccontare la mia esperienza senza mezzi termini. Non fingo, non aggiungo e non carico, dico esattamente le cose come stanno, cosa può accadere. Non dico loro quello che devono o non devono fare, gli do degli strumenti ma poi la scelta sta a loro. Probabilmente se io avessi avuto all’epoca, una “me” che fosse venuta a raccontarsi a scuola, non saremmo qui a parlare, perché avrei fatto scelte diverse. Quindi l’importante è parlarne, non tutti i giovani ascolteranno ma se anche solo uno farà una scelta diversa sarà un successo. A loro ho sempre detto di amarsi, di sapersi scegliere e non solo per quanto riguarda le droghe. È la scelta di non farsi del male, di scegliere la Vita che fa la differenza.

Chi è Giorgia oggi?

La Giorgia di oggi è una donna segnata da tanti eventi traumatici, diciamo che la vita non le ha risparmiato nulla, ma odia lamentarsi e cerca sempre di trovare soluzioni piuttosto che scuse. È una Giorgia determinata a stare bene, che si rialza sempre e che punta a migliorarsi, ma essendo umana non è infallibile.

Cosa diresti alla Giorgia di 22 anni fa?

Le direi, se solo potesse capire, quanto certe idee, convinzioni e certezze possano cambiare nel futuro, di quanto la vita sia imprevedibile. Ma soprattutto le direi di aver cura di splendere, di aver cura di se stessa, perché è evidente che in quel periodo non l’ha fatto. A volte mi chiedo come sarebbe andata se avessi fatto scelte diverse, ma questa oggi è la mia vita: non è importante come cadi, ma come ti rialzi. 

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