lunedì, 2 Agosto 2021

Saman Abbas, il patriarcato uccide

Inorridiamo davanti alla storia di Saman e puntiamo il dito contro l'Islam, come se l'odio verso le donne non fosse una questione culturale e trasversale. Il primo e unico movente del femminicidio è l'ossessione del controllo.

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Saman Abbas è scomparsa, i suoi familiari sono indagati per omicidio, “l’unica soluzione”, come avrebbe detto sua madre, per una donna che non rispetta le regole. Quali regole? Quelle Pakistane, o quelle di una cultura tossica e macista che calpesta le donne? La risposta è nella domanda.

La storia di Saman ha riacceso il dibattito sbagliato: non quello sul femminicidio, ma quello islamofobo. Ci siamo dimenticate che, dall’inizio dell’anno, in Italia le donne uccise dal patriarcato sono 41; abbiamo preferito conservare i nostri sguardi inorriditi per una vicenda che ha colpito una ragazza musulmana – un must italiano – piuttosto che riflettere su quello che le donne, ovunque nel mondo, sono costrette a subire.

Saman è stata punita per non aver voluto sposare un marito imposto dai suoi familiari, così come Angela Dargenio, colpevole di aver chiesto il divorzio sei mesi prima che l’ex le sparasse cinque colpi con l’arma di ordinanza; o Alessandra Piga, che voleva separarsi dall’uomo con il quale aveva avuto il figlio che l’ha vista morire; o Deborah Saltori, che ha pagato con due accettate alla gola l’aver denunciato il marito per violenze domestiche. Ci scandalizza il karo-kari Pakistano, ma l’Italia, pur avendo abolito il delitto d’onore nel 1981, continua ancora ad accanirsi contro le donne. Ci sconvolge la complicità di una madre, che finge un passo indietro per attirare la sua stessa figlia in una trappola mortale, ma non pensiamo a tutti i possibili moventi del suo gesto.

Ti prego fatti sentire, torna a casa. Stiamo morendo. Torna, faremo come ci dirai tu“, l’esca di Nazia Shaheen per debellare il disonore che Saman avrebbe gettato sulla sua famiglia rifiutando un matrimonio combinato. Il gesto di una madre degenere, o di una donna sottomessa? Soggiogata dalla sua fede o a quel dominio oligarchico che ha cancellato sua figlia? Anche in questo caso, la risposta è nella domanda.

C’è chi ha paragonato questa vicenda a quella di Franca Viola, che negli anni ’60 rifiutò il matrimonio riparatore con il suo stupratore; chi, invece, ha visto nella narrazione dei metodi della famiglia di Saman Abbas un parallelo con quello che i genitori delle nostre madri o delle nostre nonne facevano per conservare la purezza delle loro figlie e tenerle con le briglie il più tirate possibile. Eppure, non tutte queste storie vengono dal passato: sono l’attualità in un paese occidentale che veste – anche piuttosto male – i panni della società progressista.

Le donne, consciamente e inconsciamente, sono viste come esseri inferiori, così come tutto ciò che le riguarda. Non è una questione religiosa, bensì culturale. Che sia un cattolico bianco di Trento, un protestante afrodiscendente di Atlanta o un musulmano di Islamabad, il movente del femminicida sarà sempre lo stesso, a prescindere dalla fede.

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