domenica, 17 Ottobre 2021

Caso Moro e Br, nuova indagine per Persichetti: associazione sovversiva e favoreggiamento

Sono passati 43 anni anni, eppure il Caso Moro è al centro di un'altra inchiesta della procura di Roma. È indagato lo storico ed ex Br Paolo Persichetti.

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Sono passati 43 anni, eppure il Caso Moro è tornato al centro dell’ennesima inchiesta della procura di Roma. Associazione sovversiva finalizzata al terrorismo e favoreggiamento: queste, le ipotesi di reato per l’indagato ed ex Br Paolo Persichetti. Per la sua abitazione, pochi giorni fa, l’8 giugno, è scattata la perquisizione.

L’atto principale della nuova inchiesta, fondata su un’informativa del 9 febbraio della Digos, è la divulgazione di materiale riservato che, come spiegato nel decreto firmato dal sostituto Eugenio Albamonte (insieme al procuratore Michele Prestipino), è stato “acquisito e/o elaborato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro”.

Da questo, il significato della perquisizione allo storico, ricercatore ed ex terrorista, oltre che autore di molti libri proprio sul Caso Moro, per capire come avrebbe ottenuto il materiale riservato di cui ha disposto.

Negli anni ’80 nelle Brigate Rosse-Unione dei Comunisti, Persichetti fu il primo ex terrorista estradato in Italia dalla Francia e il suo caso fu giudiziario e politico. Nel 1993 venne arrestato a Parigi, dove era arrivò legalmente prima della condanna in contumacia a 22 anni per banda armata e concorso morale nell’omicidio del generale Licio Giorgieri. Venne arrestato e liberato dopo 14 mesi, grazie all’intervento del presidente francese François Mitterand, e a stopparne l’esecuzione fu l’arrivo all’Eliseo di Jacques Chirac, contrario alla dottrina Mitterrand. Dieci anni dopo, il 24 agosto del 2002, fermato dalla polizia francese, l’ex Br venne consegnato alle autorità italiane sotto il tunnel del Monte Bianco in virtù di quell’estradizione concessa ma mai eseguita.

Persichetti: “Io perquisito, ricerca storica è ormai reato”

A parlare è Persichetti, che sottolinea e ribadisce che la libera ricerca storica è ormai un reato. “Per la Procura di Roma sarei colpevole di ‘divulgazione di materiale riservato acquisito e/o elaborato dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio dell’on. Aldo Moro'”, spiega. Racconta la mattinata di martedì 8 maggio, quando, dopo aver lasciato i figli a scuola viene fermato da una pattuglia della Digos e scortato nella sua abitazione dove c’erano altri agenti appartenenti a tre diversi servizi della polizia di Stato: Direzione centrale della Polizia di Prevenzione, Digos e Polizia postale.

Un grande dispiegamento di forze nell’esecuzione di un mandato di perquisizione e contestuale sequestro di telefoni cellulari e ogni altro tipo di materiale informatico come (computers, tablet, notebook, smartphone, hard-disk, pendrive, supporti magnetici, ottici e video, fotocamere e videocamere e zone di cloud storage).

La perquisizione, iniziata alle nove del mattino, è terminata alle 17 del pomeriggio e ha messo a dura prova lo stesso personale di polizia estenuato dalla quantità di libri e materiale archivistico (scampato pochi mesi fa a un incendio), raccolto dopo anni di paziente e faticosa ricerca. Non risultano effettuate perquisizioni in casa dei giornalisti ‘confidenti’ della Commissione che ricevevano informazioni di prima mano.

“La divulgazione di ‘materiale riservato’ (sic!), secondo la procura della Repubblica si sarebbe concretizzata in due reati ben precisi – racconta Persichetti -, il favoreggiamento (378 cp) e l’immancabile 270 bis, l’associazione sovversiva con finalità di terrorismo, che avrebbero avuto inizio l’8 dicembre 2015. Da cinque anni e mezzo, secondo la Procura, sarebbe attiva in questo Paese un’organizzazione sovversiva (capace di sfidare persino il lockdown) di cui nonostante le molte stagioni trascorse non si conoscono ancora il nome, i programmi, i testi e proclami pubblici e soprattutto le azioni concrete (e violente, senza le quali il 270 bis non potrebbe configurarsi). È legittimo, a questo punto, chiedersi se il richiamo al 270 bis sia stato un espediente, il classico ‘reato chiavistello’, che consente un uso più agevolato di strumenti di indagine invasivi (pedinamenti, intercettazioni, perquisizione e sequestri), in presenza di minori tutele per l’indagato”.

Persichetti continua ricostruendo l’accaduto: “L’8 dicembre del 2015 era un martedì in cui cadeva la festa dell’immacolata, in quei giorni la commissione parlamentare presieduta da Giuseppe Fioroni discuteva ed emendava la bozza finale della relazione che chiudeva il primo anno di lavori, approvata appena due giorni dopo, il 10 dicembre. Copie di quella bozza finale erano pervenute in tutte le redazioni d’Italia ed io presi parte, per conto di un quotidiano con il quale collaboravo, alla conferenza stampa di presentazione. Cosa abbia giustificato un tale imponente dispositivo poliziesco, il saccheggio della mia vita e della mia famiglia, la perquisizione della casa, la sottrazione di tutto il mio materiale e dei miei strumenti di lavoro e di comunicazione, della documentazione amministrativa e medica di mio figlio disabile di cui mi occupo come caregiver, la spoliazione dei ricordi della mia famiglia, foto, appunti, sogni, dimensioni riservate, la nuda vita insomma, non so ancora dirvelo. Ne sapremo qualcosa di più nei prossimi giorni, quando la procura a seguito della richiesta di riesame avanzata dal mio difensore, avvocato Francesco Romeo, dovrà versare le sue carte”.

Per Persichetti, quello che è chiaro è l’attacco alla libertà della ricerca storica, alla possibilità di fare storia sugli anni ’70, di considerare quel periodo ormai vecchio di 50 anni non intoccabile, ma materia da approcciare senza preconcetti con i molteplici strumenti e discipline delle scienze sociali.

“Oggi sono un uomo nudo, non ho più il mio archivio costruito con anni di paziente e duro lavoro, raccolto studiando i fondi presenti presso l’Archivio centrale dello Stato, l’Archivio storico del Senato, la biblioteca della Camera, la Caetani, l’Emeroteca di Stato, la Corte d’appello e ancora, ricavato da una quotidiana raccolta delle fonti aperte, dei portali istituzionali, arricchito da testimonianze orali, esperienze di vita, percorsi. Mi sono state sottratte le tonnellate di appunti schemi, note e materiali con i quali stavo preparando diversi libri e progetti. Ho dovuto rinunciare in queste ore a un libro che dovevo consegnare nel corso dell’estate, perché i capitoli sono stati sequestrati. Forse qualcuno ha pensato di ammutolirmi relegandomi alla morte civile. Quel che è avvenuto è dunque una intimidazione gravissima che deve allertare tutti in questo Paese, in modo particolare chi lavora nella ricerca, chi si occupa e ama la storia. Oggi è accaduto a me, domani potrà accadere ad altri se non si organizza un risposta civile ferma, forte e indignata”, conclude Persichetti.

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