giovedì, 28 Ottobre 2021

#ciaociaoinstagram, bavaglio del social agli attivisti: sciopero online della comunità LGBTQ+

"Non volete vedere i nostri post? Benissimo, non vedrete neanche noi". Molti profili social di chi fa attivismo sono stati sospesi e rischiano di essere cancellati. Merito delle shit storm degli odiatori web

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Negli ultimi giorni chi fa attivismo utilizzando Instagram ha ricevuto una minaccia di ban dalla piattaforma di proprietà della Facebook Inc. La colpa sarebbe quella di aver pubblicato contenuti disturbanti per la community. Istigazione alla violenza, nudo, immagini non consensuali? Nulla di tutto questo: si tratta di post di sensibilizzazione sulle tematiche che riguardano la comunità LGBTQ+.

Alcune in particolare, il femminile non è casuale, hanno ricevuto segnalazioni in massa da parte di haters e gruppi d’ispirazione politica. Le denunce di Instagram non vengono però controllate da esseri umani e, superato un certo numero, la piattaforma procede con lo shadow banning, letteralmente mettendo in ombra il profilo limitandone le interazioni, o con la rimozione dell’account. Si tratta di una procedura di vecchia data, contestata recentemente anche da chi ha usato i social per fare informazione sui crimini di apartheid nei confronti dei palestinesi.

Federica Fabrizio, Benedetta Lo Zito, Eugenia Fattori, Elia Bonci sono solo alcuni nomi di chi ha visto il proprio account bloccato, vuoto, inutile, in alcuni casi anche solo momentaneamente. Un episodio analogo è capitato circa un mese fa a Valeria Fonte. L’attivista ha dovuto dire addio al profilo attraverso il quale parlava a circa 30 mila follower, dopo aver denunciato pubblicamente alcune minacce di stupro ricevute via Telegram per aver condannato gli speaker de Lo zoo di 105 che avevano riso in onda di un caso di stupro, il così detto rape joking.

“Io sono in ban da più di un anno a causa delle continue segnalazioni” dice Elia Bonci. “Sembra che ci sia una sorta di azione combinata, qualcuno parla addirittura di gruppi Telegram o Whatsapp in cui gli hater si riuniscono e decidono in massa quale profilo e quali post segnalare”.

Una situazione che Elia definisce imbarazzante “soprattutto perché siamo nel mese del Pride e le voci di molte attiviste e molti attivisti sono fondamentali per dare una narrazione diversa della comunità LGBTQ+ e delle oppressioni subite”.

#ciaociaoinstagram
#ciaociaoinstagram, l’iniziativa lanciata da attivistə come Irene Facheris, divulgatrice e presidente dell’associazione no profit Bossy

#ciaociaoinstagram

Esasperati, i pilastri dell’attivismo social hanno deciso di protestare lanciando l’hashtag #ciaociaoinstagram. “In questi casi, purtroppo, le piattaforme vanno toccate dove interessa loro” dice in un IGTV Irene Facheris mimando il gesto dei soldi. L’attivista, dunque, propone a chi usa i social per fare informazione e sensibilizzazione di disattivare il 12 e il 13 giugno l’account Instagram. Un’iniziativa che potrebbe ripetersi ogni fine settimana, proprio quando il numero degli utenti cresce esponenzialmente. Il tutto fino a quando la piattaforma di Zuckerberg non libererà dal ban i profili interessati.

Certo, la policy di Instagram è sconcertante. Ma ciò che turba di più è la causa scatenante dello shadow ban: la cosiddetta shit storm, una tempesta di sterco fatta di un dissenso, spesso refrattario alla civiltà. I contenuti più segnalati sono quelli relativi al mese del Pride e alla violenza maschile sui gruppi sociali meno tutelati: donne, comunità LGBTQ+, persone migranti. Un brevissimo video che ironizzava su quanto vengano glorificati gli uomini che non picchiano o uccidono le proprie compagne in un impeto d’ira (come se si trattasse del sacrificio di un martire) è stato segnalato e rimosso qualche settimana fa. Eppure, post e commenti in cui si deridono e offendono donne, transessuali e omosessuali spesso non sono ritenuti violatori degli standard di Instagram.

Paradossale, se si pensa al grande numero di commenti inneggianti all’odio, alle dittature, alla pulizia etnica, alla sottomissione del genere femminile, alla tortura della comunità LGBTQ+. O semplicemente di account finti, creati al solo scopo di spammare quelli di attiviste, personaggi della politica o dello spettacolo. In effetti, non si può negare che non si possa più dire niente.

L’odio in rete

L’ultimo Barometro dell’odio pubblicato da Amnesty International ha evidenziato che il 10,5% dei commenti online sono offensivi e/o discriminatori, mentre l’1,2% è hate speech. Rispetto alle precedenti edizioni del report, c’è stata una crescita dello 0,5% dei discorsi d’odio. “Una variazione che, riferita alla dimensione della percentuale analizzata, rappresenta una crescita del 40% dell’incidenza stessa”, una cifra solo apparentemente bassa e con un enorme potenziale negativo. “Un cambiamento potrebbe essere indice di una radicalizzazione dell’odio in rete”.

Dal monitoraggio annuale emerge che il 98% dei commenti problematici rivolti alla comunità LGBTQ+ contengono discorsi d’odio. Nel caso delle donne, la percentuale scende al 22% (31% nel caso dei post) per poi salire al 46% quando si tratta della comunità musulmana.

“Non si può più dire niente”

Specialmente in seguito al siparietto di Striscia la Notizia sulle persone asiatiche, internet, giornali e televisione sono diventati l’habitat di chi lamenta un fantomatico liberticidio di cui si macchierebbe costantemente l’attivismo. C’è chi rimpiange il fatto di non poter più dire a cuor leggero negro o frocio, come il presidente della commissione Giustizia a palazzo Madama, Andrea Ostellari. Tuttavia, nonostante i piagnistei, a nessuna di queste persone è stato messo un bavaglio, specialmente sui social.

Dunque, chi è che davvero non può dire niente? Se è proprio chi crea consapevolezza, chi chiede maggior rispetto e diritti, a vedersi chiudere ogni canale di comunicazione, evidentemente continuano ad essere loro quelli che non possono dire nulla. Da sempre le categorie sociali discriminate devono stare all’erta su tutto ciò che hanno da dire. “Come se non fosse un privilegio non doversi preoccupare che qualcuno ti picchi, ti insulti, ti ammazzi solo perché sei nero, trans, omosessuale, musulmano, donna”. Così si rivolge Luce Scheggi a quegli odiatori che hanno segnalato il suo video a cui si accennava prima.

Per alcune persone non si è mai potuto dire niente. Mentre i privilegiati si sono sempre crogiolati al sole dei loro diritti garantiti da una società fatta a loro immagine e somiglianza, molti altri gruppi di persone annaspavano in acqua, dove non si tocca. Ma quando sono riuscite ad arrivare a riva, qualcuno non è stato molto contento di dover condividere quello spazio di serenità. Quando chi viene costantemente discriminato inizia a far sentire la propria voce, c’è sempre un altro individuo che si sente violato.

“Migliore non significa mai migliore per tutti; significa sempre peggiore per alcuni” scriveva nel 1985 Margaret Atwood ne Il racconto dell’ancella. Il mondo più conveniente per la maggior parte delle persone non lo è per la restante parte. Ma è proprio quando si chiede un intervento a beneficio di tutti gli abitanti di quel cosmo che, invece di mani tese, s’invoca la ghigliottina.

 

 

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